ROMA - Cinquecento miliardi di dollari di danni e 650 milioni di persone colpite negli ultimi cinque anni per disastri legati al cambiamento climatico. Lo ha appena documentato un rapporto Oxfam. Sono cifre drammatiche, ma non tali da giustificare un allarme rosso. Quello che veramente preoccupa è il trend: l'insieme dei danni registrati negli anni Settanta è stato 3 volte inferiore. Vuol dire che nello spazio di una generazione il problema si è moltiplicato per 6, con un andamento in continua accelerazione. Cosa succederà non alla fine del secolo, ma tra 10 anni?Inoltre la progressione dei danni non è l'unica minaccia. Il clima non è regolato in modo lineare: più gas serra si introducono più la temperatura sale, in maniera meccanica. E' un sistema complesso, influenzato da meccanismi di compensazione che sono in grado di assorbire un eccesso di anidride carbonica per un certo periodo, mascherando il pericolo. Ma all'improvviso l'equilibrio si può spezzare. Sono i "trigger point", i momenti in cui la minaccia potenziale diventa reale.Ad esempio il livello di acidificazione degli oceani sta subendo una crescita velocissima: in 250 anni, cioè nel periodo di industrializzazione, è aumentato del 30 per cento. In assenza di interventi correttivi nel 2060 l'acidità delle acque marine crescerà del 120 per cento (cioè si tornerà indietro, nella scala dell'evoluzione, a 21 milioni di anni), ma già oggi questo processo mette in difficoltà tutti gli organismi marini provvisti di un guscio. Il mare sta diminuendo la sua capacità di assorbire CO2: all'improvviso da spugna di gas serra potrebbe trasformarsi in emettitore accelerando lo squilibrio dell'atmosfera.Dunque la minaccia è doppia. Da una parte c'è un trend di aumento del dissesto climatico che ha già moltiplicato le bombe d'acqua e di grandine che ormai colpiscono in maniera sistematica il nostro territorio. Dall'altra la possibilità di una catastrofe improvvisa. Ce n'è abbastanza per rompere l'inerzia che rallenta il processo di riconversione produttiva: dall'era dei combustibili fossili (i principali responsabili della minaccia climatica), dello spreco, delle gerarchie rigide all'epoca dell'efficienza, delle fonti rinnovabili, del recupero dei materiali, delle reti.E' questa speranza che, per la prima volta, ha fatto nascere una mobilitazione mondiale sul clima così diffusa: più di 3 mila manifestazioni in 150 paesi per chiedere al summit Onu di martedì prossimo un segnale concreto. Ormai a scommettere su un sistema produttivo capace di ridare spinta all'economia in nome della pace con la natura non sono solo gli ambientalisti. Nel 2013 più del 50% della nuova potenza elettrica installata nel mondo è venuto dalle fonti rinnovabili. L'Europa, sia pure indebolita dalla crisi, continua a guardare in avanti e Stati Uniti e Cina hanno assunto impegni in direzione dell'efficienza. Quello che manca è una cornice legale che dia forza al cambiamento, che viaggia ancora a velocità troppo bassa per garantire la sicurezza di tutti. L'appuntamento decisivo per raggiungere questo accordo è stato fissato per il novembre 2015 a Parigi. E' veramente l'ultima possibilità.