TRE GIORNI per confrontarsi, discutere e ragionare su quale sia l'approccio migliore per monitorare lo stato di salute delle coste e dei mari regionali, cercando di minimizzare il divario di tecnologie e conoscenze a disposizione dei singoli paesi. Dal 30 maggio al 1 giugno, 15 tra i più autorevoli esperti internazionali di oceanografia saranno ospiti dell'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste che, insieme al britannico National Oceanography Centre, coordinerà l'evento satellite del G7 dedicato al futuro di mari e oceani. Un appuntamento di science diplomacy i cui protagonisti saranno dunque i tecnici e non i politici. La scelta, spiega l'oceanografo Alessandro Crise, direttore di ricerca di Ogs, nasce da una considerazione tanto banale quanto oggettiva: "Pensiamo al Mediterraneo: un bacino geografico unico ma politicamente frammentato. È più semplice confrontarsi tra scienziati che tra ambasciate". LEGGI La grande minaccia per la salute del mare si chiama plastica Pur rappresentando appena il 15% degli oceani, coste e mari interni sono infatti le regioni più rilevanti sia dal punto di vista biologico sia dal punto di vista economico, nei quali ricadono la maggioranza delle attività umane. Eppure, rispetto agli oceani, il monitoraggio del loro stato di salute è stato finora trascurato all'interno del contesto internazionale. Il convegno di Trieste è il coronamento di un processo iniziato lo scorso anno al G7 ospitato dal Giappone. E che si spera, porti alla stesura di un documento da presentare in settembre al G7 di Torino riservato ai ministri di Scienza e Tecnologia. "Sul tema dei mari regionali c'è stata una forte pressione italiana affinché si costituisse un gruppo di esperti - prosegue Crise - d'altronde il Mediterraneo è cruciale per molti aspetti, non ultimo quello della sicurezza". Il mare aperto ha infatti caratteristiche diverse dalla costa: cambiano le scale, la variabilità degli ecosistemi, gli agenti stressori e molto altro. Impossibile perciò applicare i già rodati standard impiegati negli oceani agli ambienti litoranei. Ecco perché gli esperti esamineranno le pratiche in uso nelle attuali reti di osservazione costiera. La discussione sarà improntata sullo stabilire le priorità e quindi individuare una serie di azioni condivise che portino alla definizione di una metodologia uniforme. Che permetta di saggiare il polso della situazione anche nelle acque che bagnano Paesi caratterizzati da una scarsa disponibilità di mezzi e/o competenze. LEGGI Sette rifiuti ogni metro di spiaggia. ''Ora basta con l'usa e getta'' "Per poter confrontare i dati provenienti da regioni molto differenti, dobbiamo trovare procedure adattive che stimolino lo sviluppo delle capacità locali nel gestire gli strumenti a disposizione e la lettura dei dati" spiega Crise. Perciò, occhi aperti su tecnologie collaterali, economiche o strumenti già oggi liberamente disponibili. Come i dati messi a disposizione dalle agenzie spaziali europea e statunitense, per i ottenere i quali basta una connessione a internet. "È evidente che i rilievi satellitari forniscono solamente dati superficiali - prosegue Crise - perciò vanno presi per ciò che valgono. Tuttavia, in certe regioni potrebbero essere gli unici disponibili". Una deroga sulla qualità che tuttavia permetterebbe un monitoraggio ambientale capillare del pianeta, in attesa di tempi migliori. A oggi esiste un unico progetto internazionale a lungo termine per l'osservazione oceanica in situ: Argo. Tutto il resto è demandato all'iniziativa dei singoli Paesi. "Il cuore del problema è che il mare non riscuote pari attenzioni rispetto allo spazio o all'atmosfera" scuote la testa Crise. Un atteggiamento pericoloso per un pianeta ricoperto per il 71% da acqua.