Don Mazzi: “Per i ragazzi difficili servono educatori preparati. Se hanno meno ideali di loro non funziona”
di Ilaria CarraRipubblichiamo l’intervista a don Antonio Mazzi concessa a Repubblica il 2 marzo 2024 in occasione della sua morte
«Da quarant’anni vivo tutti i giorni con i giovani, dalle 8 della mattina sono qui, sempre, finché il “capo” decide così io vado avanti, mica mi fermo». Nato nel 1929, sacerdote dal 1956, don Antonio Mazzi, 95 anni, ha dedicato metà della sua vita alla comunità Exodus al parco Lambro — «in questi giorni siamo in allerta per il rischio esondazione, speriamo non debbano evacuarci» — che manda avanti ancora oggi con la stessa dedizione di allora quando cominciò, facendosi carico dei «tossicodipendenti del parco Lambro». E proprio per questo vuole intervenire sul dibattito sui giovani. «Più che educatori esperti, che va benissimo, servono educatori che credono alla vita più che all’esistenza». Il riferimento è alle parole della presidente del tribunale per i Minorenni, Maria Carla Gatto, che dalle pagine di questo giornale per i minori stranieri non accompagnati invocava la p…
Ripubblichiamo l’intervista a don Antonio Mazzi concessa a Repubblica il 2 marzo 2024 in occasione della sua morte
«Da quarant’anni vivo tutti i giorni con i giovani, dalle 8 della mattina sono qui, sempre, finché il “capo” decide così io vado avanti, mica mi fermo». Nato nel 1929, sacerdote dal 1956, don Antonio Mazzi, 95 anni, ha dedicato metà della sua vita alla comunità Exodus al parco Lambro — «in questi giorni siamo in allerta per il rischio esondazione, speriamo non debbano evacuarci» — che manda avanti ancora oggi con la stessa dedizione di allora quando cominciò, facendosi carico dei «tossicodipendenti del parco Lambro». E proprio per questo vuole intervenire sul dibattito sui giovani. «Più che educatori esperti, che va benissimo, servono educatori che credono alla vita più che all’esistenza». Il riferimento è alle parole della presidente del tribunale per i Minorenni, Maria Carla Gatto, che dalle pagine di questo giornale per i minori stranieri non accompagnati invocava la presenza di «educatori più esperti e mediatori» nelle comunità».
Don Mazzi, che cosa intende con «educatori che credono alla vita e non all’esistenza»?
«Lo spiego subito. Se sei un giovane e hai davanti un educatore che ha meno ideali di te puoi avere pure tre lauree ma non funziona. Sa qual è il problema?».
Mi dica.
«Il problema non è la droga, o meglio non tanto la droga. Ma la società in cui viviamo in cui prevale l’avere sull’essere. E allora non può succedere nulla di diverso ai giovani, ai giovanissimi. Va veicolato un ideale, un progetto di vita. E qual è? Avere cinquemila euro al mese? Avere la casa, la macchina, andare a sciare? Si, va bene, serve anche quello. Ma tra esistere e vivere c’è una bella differenza, ci passa l’oceano. La missione degli educatori è far sì che l’esistenza dei ragazzi abbia dentro i grandi concetti della vita, non accontentiamoci di esistere. Vivere è amare, in tutte le sue forme».
Quali interventi servono, per aiutare davvero i minori con problemi oggi?
«Da 40 anni ho a che fare con tossici, eroinomani, cocainomani. Ora ho ragazzi con disagi di tutti i tipi. Più che gli psicologi, che vanno bene, servono educatori, di vario tipo. Uno sportivo, uno teatrale, uno musicale. Gente che insegni i valori della vita. Dell’amore, dell’amicizia, che questa società pare avere dimenticato. E questa è una cosa, la principale».
Poi?
«Quattro soldi in più dalla Regione Lombardia non farebbero male, che finanzia molto meno rispetto ad altre Regioni che sono meno ricche delle Lombardia. Avevo chiesto all’assessore Guido Bertolaso di fare una conferenza regionale sui disagi giovanili, che non riguardi solo la droga, ma che metta sul tavolo il fatto che tra esistere e vivere ci può essere un sogno, un grande desiderio, un progetto sociale, politico, religioso. Una grande conferenza sui giovani, o meglio sull’adolescenza. Che risponda alla domanda: “Chi sono gli adolescenti oggi?”. E poi bisogna rivedere le comunità».
In che senso?
«Le comunità dovrebbero trasformarsi in piccoli centri educativi per ragazzi che hanno problemi di ogni tipo. Non esiste più il tossico “puro”. Le richieste che ci vengono fatte sono frutto soprattutto di rapporti famigliari, scolastici e sociali sballati. E ci dobbiamo corazzare di conseguenza».