Monaldi, la chat tra gli infermieri: “Avranno sulla coscienzail piccolo Domenico”
dal nostro inviato Michele Bocci , Dario Del PortoErano passati quasi novanta minuti e il cuore trapiantato non partiva. Sono le 16.06 del 23 dicembre, l’infermiera professionale Teresa Calascione ha lasciato la sala operatoria dell’ospedale Monaldi alle 14.12 e si informa con i colleghi dell’intervento sul piccolo Domenico iniziato verso le 14.30. «Non va...zero...È una pietra», le scrive il caposala in una conversazione whatsapp. Calascione è sconvolta. «Mamma mia», risponde. E poi, lapidaria: «Se lo tengono sulla coscienza».
Le chat a Napoli
Questa e altre chat sono agli atti dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico. Calascione aveva appreso quanto stava accadendo un’ora prima, dai messaggi scambiati con la collega Cristiana Passariello. «A che state?», le chiede. E Passariello risponde con un vocale: «Hanno…
Erano passati quasi novanta minuti e il cuore trapiantato non partiva. Sono le 16.06 del 23 dicembre, l’infermiera professionale Teresa Calascione ha lasciato la sala operatoria dell’ospedale Monaldi alle 14.12 e si informa con i colleghi dell’intervento sul piccolo Domenico iniziato verso le 14.30. «Non va...zero...È una pietra», le scrive il caposala in una conversazione whatsapp. Calascione è sconvolta. «Mamma mia», risponde. E poi, lapidaria: «Se lo tengono sulla coscienza».
Le chat a Napoli
Questa e altre chat sono agli atti dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico. Calascione aveva appreso quanto stava accadendo un’ora prima, dai messaggi scambiati con la collega Cristiana Passariello. «A che state?», le chiede. E Passariello risponde con un vocale: «Hanno portato il cuore nel ghiaccio secco. Si è congelato, forse non lo può impiantare....è un casino». Un quarto d’ora più tardi, Calascione scrive di nuovo a Passariello e domanda: «Avete risolto? Ma lui ha fatto il pazzo?», riferendosi forse al primario Guido Oppido che in quel momento stava provando a trapiantare il cuore. «Per scongelarlo lo abbiamo messo nell’acqua calda, ti ho detto tutto. Se riparte è un miracolo», replica Passariello. Calascione allora chiede: «Ma lo sta mettendo?». E la collega le dice che stava facendo le manovre necessarie per l’impianto e aggiunge. «Pazzo. E che te lo dico a fare? Sì, lo sta mettendo». Il cuore trapiantato non inizierà mai a battere, Domenico resterà due mesi attaccato a un macchinario fino a sabato scorso, quando morirà.
L’arrivo a Bolzano
Ora bisogna fare un passo indietro e tornare all’alba di quel 23 dicembre, quando l’èquipe parte da Napoli in direzione Bolzano per prelevare l’organo del donatore. Bisogna provare ad immaginarseli. Fuori dall’aeroporto di Verona nel buio delle 6 del mattino, vestiti con la divisa di sala operatoria e con in mano il contenitore frigo blu. «La dottoressa si è seduta dietro, voleva un po’ riposare perché era stata allertata quando era in turno. Il suo collega invece era stato chiamato perché reperibile. Si sono lamentati del freddo». Parole dell’autista dell’ambulanza che ha portato fino a Bolzano i cardiochirurghi Gabriella Farina e Vincenzo Pagano, 66 e 33 anni. «Il dottore – prosegue l’autista – mi ha detto che erano molti anni che l’ospedale non veniva allertato per un espianto». In effetti, il Monaldi fa pochissimi trapianti pediatrici di cuore. Prima del 23 dicembre scorso era stato eseguito un intervento nel 2023, uno nel 2022 e uno nel 2021. Di certo l’esperienza era poca e a certificarlo non è solo l’abbigliamento dei medici.
L’equipaggiamento carente
Ai carabinieri del Nas gli operatori di Bolzano hanno descritto i due medici come tesi, agitati e praticamente senza materiale per svolgere il delicato lavoro legato al prelievo dell’organo. Non avevano sacchetti per il trasporto, né le soluzioni necessarie per riempirli e per fare infusioni all’organo. Non avevano il deflussore per trasferire liquidi. Inoltre, erano senza il secchiello nel quale normalmente si mette prima di riporlo nel contenitore da trasporto. E anche il ghiaccio scarseggiava. Racconta un’infermiera: «Avevano una valigetta rossa con all’interno degli aghi raggruppati con un elastico e l’ago della cardioplegia». Una sua collega aggiunge: «Avevano portato qualche filo, e poco altro materiale. La cosa mi ha sorpreso perché di solito vedo il team di Innsbruck che porta qualsiasi materiale al seguito».
Il ghiaccio
Gli austriaci, presenti nell’ospedale altoatesino per l’espianto di reni e fegato, avevano anche il ghiaccio ma nessuno gliel’ha chiesto. I medici del Monaldi hanno accettato quello secco dell’ospedale di Bolzano e il cuore ha subìto danni irreparabili. Farina, che è assistita dagli avvocati Dario Gagliano e Anna Ziccardi, ha chiesto se l’ospedale avesse un carrello per trasportare il contenitore con il cuore e le hanno risposto di no. «Ma perché loro ce l’hanno?», ha detto indicando i medici di Innsbruck. «Perché se lo sono portato», è stata la risposta. L’infermiera che racconta l’episodio conclude: «Il clima era caotico, quando l’équipe di Napoli è uscita è tornato normale».
L’autopsia
È sulla base di questi atti che il pm Giuseppe Tittaferrante, del pool coordinato dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, ha deciso di iscrivere nel registro degli indagati solo sette medici del Monaldi (le due équipe che si sono occupate dell’espianto e dell’intervento su Domenico e la responsabile del programma trapianti) senza contestare accuse al personale di sala di Bolzano che fornì il ghiaccio secco al team proveniente da Napoli. Tre superesperti, il cardiochirurgo delle Molinette di Torino, Mauro Rinaldi, il primario dell’Emergenza del Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Luca Lorini, e il professore associato di Medicina legale a Bari, Biagio Solarino, sono stati incaricati dal giudice di eseguire l’autopsia. E di trovare le risposte agli interrogativi di questo dramma.
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