Regioni, autonomia e propaganda
Roberto Rho , di ROBERTO RHO
Questo pomeriggio i governatori della Lombardia e dell'Emilia Romagna, Roberto Maroni e Stefano Bonaccini, entreranno a braccetto nella sede del dipartimento per gli Affari regionali, in via della Stamperia a Roma, per inaugurare ufficialmente il tavolo della trattativa con il governo per l'attribuzione di nuove forme di autonomia alle Regioni di cui sono presidenti. Entreranno a braccetto perché hanno scelto di condividere il percorso e il traguardo finale. Ma arrivano da strade diverse: Bonaccini ha in mano una risoluzione semplicemente votata - come prevede la legge sul federalismo differenziato - dal Consiglio regionale dell'Emilia, che chiede al governo di aprire il negoziato sull'ampliamento dell'autonomia. Maroni, per arrivare allo stesso risultato, è passato attraverso un referendum che ha paralizzato per settimane l'attività della Regione ed è costato parecchie decine di milioni di denari pubblici, lasciando in eredità…
Questo pomeriggio i governatori della Lombardia e dell'Emilia Romagna, Roberto Maroni e Stefano Bonaccini, entreranno a braccetto nella sede del dipartimento per gli Affari regionali, in via della Stamperia a Roma, per inaugurare ufficialmente il tavolo della trattativa con il governo per l'attribuzione di nuove forme di autonomia alle Regioni di cui sono presidenti. Entreranno a braccetto perché hanno scelto di condividere il percorso e il traguardo finale. Ma arrivano da strade diverse: Bonaccini ha in mano una risoluzione semplicemente votata - come prevede la legge sul federalismo differenziato - dal Consiglio regionale dell'Emilia, che chiede al governo di aprire il negoziato sull'ampliamento dell'autonomia. Maroni, per arrivare allo stesso risultato, è passato attraverso un referendum che ha paralizzato per settimane l'attività della Regione ed è costato parecchie decine di milioni di denari pubblici, lasciando in eredità oltre 24mila "tablet" (che tablet non sono) di più che incerto riutilizzo. Un referendum che, per giunta, non sembra aver particolarmente infiammato il senso civico dei lombardi, almeno a giudicare dal dato (38%) dell'affluenza alle urne. Ma al termine di un mandato grigio e a quattro mesi dalle elezioni regionali alle quali Maroni ripresenta la propria candidatura, anche un referendum inutile vien buono per addensare il minestrone della propaganda elettorale.
Sotto il profilo dell'affluenza alle urne, termometro del grado di passione dei cittadini per la questione sottoposta al loro voto, è andata assai meglio all'altro governatore leghista, il veneto Luca Zaia. Il quale però non si presenterà oggi agli Affari regionali, avendo scelto una strada ancora diversa: dopo il trionfo al referendum, ha istituito e già insediato una Consulta per l'autonomia (con tutti i soggetti politici, sociali ed economici della regione) che al termine del suo lavoro produrrà un disegno di legge-sintesi in 58 articoli e con tutti i contenuti delle 23 competenze di cui il Veneto chiede al governo il decentramento.
A proposito dei contenuti: nelle 19 pagine della risoluzione approvata lunedì sera dal Consiglio regionale lombardo non c'è naturalmente traccia dei temi della sicurezza e dell'immigrazione, per la semplice ragione che le materie non compaiono nell'elenco delle competenze "concorrenti", eventualmente oggetto di trattativa tra Stato e Regioni secondo il dettato della Costituzione. Eppure durante la campagna referendaria erano state ripetutamente affacciate la pretesa delle Regioni leghiste di gestire direttamente i flussi dei profughi e dei richiedenti asilo e l'aspirazione ad attribuire a sindaci e governatori nuovi poteri nella elaborazione e soprattutto nell'attuazione sul territorio di più stringenti politiche per la sicurezza dei cittadini.
Erano "fake" buoni per la propaganda sui social network, ma il negoziato che si apre oggi a Roma dovrà necessariamente rimanere incardinato nei binari disegnati dagli articoli 116 e 117 della carta costituzionale.
I margini sono risicatissimi anche sulla materia fiscale, che pure non compare nell'elenco delle competenze concorrenti. Non per caso, dopo i roboanti proclami delle campagne elettorali (Maroni cinque anni fa giurava che sarebbe riuscito a trattenere in Lombardia il 75% delle tasse pagate, e il tema del residuo fiscale è stato il clou anche della recente campagna referendaria), la versione finale della risoluzione del Consiglio regionale lombardo è blanda come la minestrina di un gerontocomio. La Lombardia chiede che l'affidamento dallo Stato alla Regione di nuove funzioni debba essere accompagnato dalle relative risorse. E chiede che il calcolo di queste risorse sia effettuato non sulla base della spesa storica (che sconterebbe la disomogeneità della distribuzione di questi anni) ma sulla base del rapporto per abitante. Ancora, la Regione chiede l'istituzione di due fondi, uno a favori dei Comuni, l'altro delle Province (o della Città metropolitana) per promuovere gli investimenti sul territorio, e la piena autonomia sulla disciplina dei tributi regionali. Una formulazione così generica era del resto la condizione necessaria per avviare una trattativa ragionevole e per incassare - com'è avvenuto - anche i voti delle opposizioni in Consiglio regionale. Maroni va a Roma con una risoluzione votata, oltre che dalla sua maggioranza, anche dal Pd, dal Patto civico di centrosinistra e dal Movimento Cinque Stelle. Un'altra prova che - se il merito fosse davvero la richiesta di maggiore autonomia, e non invece la rimessa a punto in chiave pre-elettorale degli specchietti per le allodole - lo stesso risultato sarebbe stato facilmente raggiungibile con un semplice, serio dibattito in Consiglio regionale. Si sarebbero risparmiati un referendum inutile, e una sessantina di milioni di euro dei cittadini lombardi.
Sotto il profilo dell'affluenza alle urne, termometro del grado di passione dei cittadini per la questione sottoposta al loro voto, è andata assai meglio all'altro governatore leghista, il veneto Luca Zaia. Il quale però non si presenterà oggi agli Affari regionali, avendo scelto una strada ancora diversa: dopo il trionfo al referendum, ha istituito e già insediato una Consulta per l'autonomia (con tutti i soggetti politici, sociali ed economici della regione) che al termine del suo lavoro produrrà un disegno di legge-sintesi in 58 articoli e con tutti i contenuti delle 23 competenze di cui il Veneto chiede al governo il decentramento.
A proposito dei contenuti: nelle 19 pagine della risoluzione approvata lunedì sera dal Consiglio regionale lombardo non c'è naturalmente traccia dei temi della sicurezza e dell'immigrazione, per la semplice ragione che le materie non compaiono nell'elenco delle competenze "concorrenti", eventualmente oggetto di trattativa tra Stato e Regioni secondo il dettato della Costituzione. Eppure durante la campagna referendaria erano state ripetutamente affacciate la pretesa delle Regioni leghiste di gestire direttamente i flussi dei profughi e dei richiedenti asilo e l'aspirazione ad attribuire a sindaci e governatori nuovi poteri nella elaborazione e soprattutto nell'attuazione sul territorio di più stringenti politiche per la sicurezza dei cittadini.
Erano "fake" buoni per la propaganda sui social network, ma il negoziato che si apre oggi a Roma dovrà necessariamente rimanere incardinato nei binari disegnati dagli articoli 116 e 117 della carta costituzionale.
I margini sono risicatissimi anche sulla materia fiscale, che pure non compare nell'elenco delle competenze concorrenti. Non per caso, dopo i roboanti proclami delle campagne elettorali (Maroni cinque anni fa giurava che sarebbe riuscito a trattenere in Lombardia il 75% delle tasse pagate, e il tema del residuo fiscale è stato il clou anche della recente campagna referendaria), la versione finale della risoluzione del Consiglio regionale lombardo è blanda come la minestrina di un gerontocomio. La Lombardia chiede che l'affidamento dallo Stato alla Regione di nuove funzioni debba essere accompagnato dalle relative risorse. E chiede che il calcolo di queste risorse sia effettuato non sulla base della spesa storica (che sconterebbe la disomogeneità della distribuzione di questi anni) ma sulla base del rapporto per abitante. Ancora, la Regione chiede l'istituzione di due fondi, uno a favori dei Comuni, l'altro delle Province (o della Città metropolitana) per promuovere gli investimenti sul territorio, e la piena autonomia sulla disciplina dei tributi regionali. Una formulazione così generica era del resto la condizione necessaria per avviare una trattativa ragionevole e per incassare - com'è avvenuto - anche i voti delle opposizioni in Consiglio regionale. Maroni va a Roma con una risoluzione votata, oltre che dalla sua maggioranza, anche dal Pd, dal Patto civico di centrosinistra e dal Movimento Cinque Stelle. Un'altra prova che - se il merito fosse davvero la richiesta di maggiore autonomia, e non invece la rimessa a punto in chiave pre-elettorale degli specchietti per le allodole - lo stesso risultato sarebbe stato facilmente raggiungibile con un semplice, serio dibattito in Consiglio regionale. Si sarebbero risparmiati un referendum inutile, e una sessantina di milioni di euro dei cittadini lombardi.