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Vita da poeti: poveri, maledetti e geniali

10 minuti di lettura
Un'esistenza lacerata, quella di Brodskij di cui su Robinson sono usciti alcuni inediti a 30 anni dal Nobel, e che Silvia Ronchey racconta nell'ultimo numero. E' il percorso affrontato da tanti, troppi artisti, come ci spiega Valerio Magrelli. Difficoltà economiche, ostracismo e ricerca di nuove vie. Come quella di Rupi Kaur: i suoi sonetti nati su Instagram sono diventati bestseller mondiali. L'ha intervistata Giorgia Mecca, le sue immagini illustrano questi tre testi.


Vita da poeta 
La fuga dal Kgb, l'esilio a New York e le vacanze romane L'odio per il regime e l'amore per le donne (e per il whisky) Iosif Brodskij sembrava un "huligan", un maledetto, ma coltivava un'idea classica della poesia.
 di Silvia Ronchey
 
Quando, all'inizio degli anni Ottanta, Iosif Brodskij cominciò a frequentare intensamente Roma, prima grazie agli inviti al festival di poesia che all'epoca organizzava Franco Cordelli, poi c…
Un'esistenza lacerata, quella di Brodskij di cui su Robinson sono usciti alcuni inediti a 30 anni dal Nobel, e che Silvia Ronchey racconta nell'ultimo numero. E' il percorso affrontato da tanti, troppi artisti, come ci spiega Valerio Magrelli. Difficoltà economiche, ostracismo e ricerca di nuove vie. Come quella di Rupi Kaur: i suoi sonetti nati su Instagram sono diventati bestseller mondiali. L'ha intervistata Giorgia Mecca, le sue immagini illustrano questi tre testi.


Vita da poeta 
La fuga dal Kgb, l'esilio a New York e le vacanze romane L'odio per il regime e l'amore per le donne (e per il whisky) Iosif Brodskij sembrava un "huligan", un maledetto, ma coltivava un'idea classica della poesia.
 di Silvia Ronchey
 
Quando, all'inizio degli anni Ottanta, Iosif Brodskij cominciò a frequentare intensamente Roma, prima grazie agli inviti al festival di poesia che all'epoca organizzava Franco Cordelli, poi come resident fellow all'American Academy, la persona che era, o il personaggio che interpretava, apparivano molto diversi dall'immagine di Poet Laureate che in seguito si sarebbe affermata nella percezione dei molti e appassionati lettori e nella stessa costruzione di sé del massimo poeta russo del suo tempo. Brodskij era un huligan, nello specifico senso letterario che la parola ha nella lingua russa e che è stato rivendicato da più d'uno dei suoi più o meno maledetti poeti: un teppista. Il suo abbigliamento era trasandato fino alla provocazione, la camicia sempre fuori dai jeans sformati dalle cui tasche, pur perennemente indigenti, estraeva banconote appallottolate in disordine insieme a foglietti di appunti e materiali vari. Erano sempre spettinati i capelli rossi sul lentigginoso viso askenazita che in seguito, nella seconda e più composta identità assunta dopo il Nobel ottenuto 30 anni fa, nell'87, avrebbe preso ad assomigliare nei tratti, come riferiva lui stesso con orgoglio, a quello di un compassato attore britannico, Michael Caine, ma che all'epoca era sempre un po' gonfio, per via della vita disordinata, della salute trascurata, dell'amore per il whisky.

Nel Village di New York, dove da poco abitava, aveva imparato uno slang americano che unito alla cantilena della parlata russa, esercitata alla musicalità dalla pratica ancestrale e quasi liturgica che coltivava nella recitazione delle sue poesie, venata dalla erre moscia, incalzata dall'affannosità di tutto quanto diceva o faceva, risultava a molti italiani, che lo ammettessero o no, solo in parte comprensibile.

Che fosse o no influenzato da un classico della poesia della sua terra, Le confessioni di un teppista (in russo huligan) di Sergéj Esenin, quell'uomo di quarant'anni, già da otto costretto all'espatrio dalla Madre Russia, si compiaceva di un'immagine di sé trasgressiva, provocatoria, cinica. "Io porto la mia testa spettinata /come un lume a petrolio sulle spalle", cantava Esenin, alludendo alla lanterna di Diogene, il cinico errante. "Mi piace che mi grandini contro / la fitta sassaiola dell'ingiuria".

A Brodskij l'ingiuria non era stata risparmiata in patria, dove alla brillantezza e alla fama precoce si era affiancata fin dall'inizio la persecuzione del regime: accusato di "parassitismo", aveva sperimentato, in misura più o meno acuta, quasi tutte le nequizie riservate ai dissidenti: le ingerenze del Kgb, le reclusioni negli ospedali psichiatrici, l'esilio, la condanna ai lavori forzati. Anche se quest'ultima gli aveva permesso, come amava ripetere non senza civetteria, di perfezionare con agio il suo inglese, in ogni caso in quel divoratore di libri, sensibile come pochi alla bellezza letteraria, all'intelligenza, al pensiero, la formazione accademica, come d'altronde già quella scolastica, era rimasta incompleta. Nonostante i grandi incontri che lo avevano formato, in Russia anzitutto con Anna Achmatova, appena fuoriuscito con l'amato Auden e poi con gli altri poeti anglosassoni, quel cittadino di Leningrado cresciuto nel sogno estetico di Pietro il Grande era assetato di cultura classica.

A Roma era venuto a cercarla. Dall'alto del Gianicolo in cui viveva, ospite dell'American Academy, in un villino circondato dai pini e perennemente affidato al caos tranne che per il tavolo da studio, vedeva Roma, con la sua distesa di cupole, come una lupa o un'altra grande fiera femmina distesa a offrire le sue tante mammelle. Brodskij vi si allattava: di cultura, di arte, di bellezza, di usi e costumi europei che a lui, "barbaro scita" come ridendo si proclamava, apparivano esotici e a volte detestabili. Ma i gesti di irrisione e trasgressione che spesso compiva ai danni di quello che a torto o a ragione identificava con l'establishment borghese del vecchio mondo erano in realtà dettati da timidezza e soggezione.

Davanti alle opere d'arte lo sguardo scintillante di sfida si disarmava in uno stupore infantile. Cercava la storia, cercava la bellezza, ma soprattutto cercava un viso di donna. Vagando tra i dipinti della Galleria Borghese o di Palazzo Corsini o dei Musei Vaticani andava in cerca, diceva, di una certa Madonna di Perugino i cui tratti in un qualche tempo, in un qualche libro, gli erano parsi identici a quelli della moglie che aveva lasciato in Urss insieme al figlio bambino. Era soggiogato da quella ricerca, che non avveniva solo nei musei e non riguardava solo le figure dipinte. Della natura femminile della Città eterna lo attraevano e interessavano anche le espressioni viventi. Ne traeva diversi nutrimenti. A qualcuna chiedeva di fargli da guida nel mondo intricato della cultura antica.

La prima raccolta italiana delle sue poesie era apparsa nello Specchio Mondadori nel '79, tradotta da Giovanni Buttafava, che era anche, a Roma, il suo migliore amico. Era stato lui a procurargli in seguito una collaborazione all'Espresso, articoli pubblicati a cadenza regolare che dedicava per lo più ai grandi autori della letteratura occidentale che via via andava scoprendo e conoscendo.

La sua curiosità era illimitata quanto concreta e fattiva. Non cercava erudizione, ma alimento alla scrittura critica oltre che alla poesia. Quando aveva chiesto di leggere le poesie di Giovan Battista Marino, un autore che sospettava essere l'equivalente poetico dell'arte barocca che amava contemplare nelle sue passeggiate, e gli era stata consegnata la costosa copia da microfilm dell'opera omnia ottenuta dalla Biblioteca Vaticana, era scoppiato a ridere. Non sapeva che farsene di un'edizione critica, voleva leggere due o al massimo tre poesie. In ogni caso, nonostante la sua prodigiosa capacità di comprensione della struttura fonetica delle lingue, il ritmo dell'italiano di Marino gli era apparso ostico, se non decisamente fastidioso. Diverso il caso del prediletto Kavafis, che cercava di leggere in greco, o degli autori bizantini, ai quali si era appassionato, particolarmente i memorialisti di corte, come Michele Psello, che aveva letto per intero in traduzione inglese. Il transfert fra la burocrazia bizantina e la nomenklatura sovietica si sarebbe affacciato in un saggio apparso pochi anni dopo, Fuga da Bisanzio, ma anche, qua e là, in vari altri suoi scritti.

Dalle perlustrazioni incessanti, e spesso defatiganti per il suo cuore malato, della triplice anima della città, antica, rinascimentale e barocca, ad affascinarlo di più era forse il passato classico, in cui si faceva condurre con fiducia e meticolosità e dalla cui suggestione figurativa era alimentata l'attrazione per i poeti della Roma antica. Virgilio, per cominciare, poi Orazio, gli elegiaci, soprattutto Properzio. Ma era Ovidio, amava dire, l'autore del miglior verso di tutta la storia della poesia, oltreché sintesi ultima del problema dell'amore: Nec sine te nec tecum vivere possum, citava in latino, scandendo esattamente la metrica. "Non posso vivere né con te né senza di te".

Non era chiaro, né per Ovidio né per Brodskij, se quel tu designasse effettivamente una donna, se la questione riguardasse l'amore umano o non invece quell'eros, tormentoso, distruttivo, autodistruttivo, che lega il poeta alla sua arte, così difficilmente conciliabile con la vita. Quando la morte ha còlto Brosdkij, precocemente, come lui stesso si aspettava, di notte e istantaneamente, come da sempre si augurava, ha trovato sul suo tavolo da studio un volume aperto dell'Antologia Palatina.
Cantami o diva, la busta paga
Lo dicevano i latini: "Carmina non dant panem". E ai giorni nostri? Da Luzi a Sanguineti, da Testori a Montale la vera arte è d'arrangiarsi
di Valerio Magrelli
 
Il volume di Brodskij offre l'occasione per affrontare un tema poco abituale: come si svolge una "vita da poeta"? Limitiamo il campo, chiedendoci intanto come hanno vissuto i poeti italiani nel secolo scorso, e come vivono oggi. Per cominciare, diciamo subito che nessuno è mai riuscito a mantenersi scrivendo versi. Carmina non dant panem, ma tutt'al più molliche - qualche volta prelibate (basti pensare ai premi o ai viaggi), eppure insufficienti ad assicurare un avvenire economicamente stabile. Certo, c'è chi, tagliando la testa al toro, ha ripudiato ogni tipo di mestiere. Prima di esaminare le diverse professioni dei poeti, guardiamo allora a due eroi della renitenza, che non vollero far nulla: Sandro Penna e Valentino Zeichen.

Diplomato in ragioneria, il primo esercitò all'inzio varie attività (commesso di libreria, contabile, allibratore di corse ippiche e mercante d'arte). Dopo la giovinezza, tuttavia, si astenne da qualsiasi lavoro, vendendo quadri regalatigli e contando sull'aiuto degli amici. Lo stesso fece Zeichen, dandy e disoccupato per vocazione, nella sua casa-baracca vicina a piazza del Popolo. Rifiutando qualsiasi forma di mestiere, visse scrivendo testi su commissione, cenando dai suoi tanti ammiratori, accettando in dono i loro vestiti e conducendo un'esistenza spartana.

Un caso a sé è quello di due poetesse per le quali vita e opera entrarono in cortocircuito. Ospite molti anni di manicomi e ospedali, Alda Merini vinse il disagio psichico grazie a una sorta di narcisismo salvifico, tramutando cioè il dolore in versi. Non fu lo stesso per la grande Amelia Rosselli, la quale, segnata dall'assassinio del padre, finì purtroppo per cedere alla depressione e al suicidio. Lavorarono? Senza dubbio, ma solo per quel poco che glielo permise una pena consustanziale alla loro arte.
Lasciando la famiglia dei poeti inassimilabili e maledetti (capitanata da Dino Campana), passiamo adesso a chi viceversa rinunciò a condizioni umilianti (vivere di letteratura senza denaro), per accettare prestazioni più o meno alienanti (sacrificare la letteratura, pur di guadagnare). Fatta eccezione per coloro che non ebbero bisogno di lavorare (si veda Lucio Piccolo, nobile siciliano), o per gli autori che abbracciarono la vita religiosa (da Clemente Rebora a David Maria Turoldo), qui troviamo di tutto, a cominciare da un poeta-operaio come Luigi Di Ruscio.

Grande è ovviamente la schiera di poeti che scelsero professioni intellettuali, e grande l'emozione di avere un libro gratis per recensirlo, invece di doverlo acquistare. Essere pagati per leggere un testo e scriverne, resta per molti un sogno. Lo realizzarono giornalisti come Eugenio Montale (che pure fu soprattutto un critico musicale), insieme a Angelo Maria Ripellino e Giovanni Testori (prestati al teatro). Le alternative, però, non sono da meno, a cominciare dall'insegnamento, praticato da Giorgio Caproni e Andrea Zanzotto. Molti anche i professori universitari (Mario Luzi, Edoardo Sanguineti), i collaboratori editoriali (Vittorio Sereni, Antonio Porta), i traduttori (Attilio Bertolucci, Franco Fortini), alcuni dei quali esercitarono più occupazioni insieme. Poiché un poeta che conosce le lingue occupa una posizione privilegiata: può insegnarle, tradurle e riuscire a individuare i loro massimi interpreti, come dimostra il caso di un consulente che segnalò al suo editore ben tre futuri premi Nobel.
Tra gli altri mestieri, ecco quello del regista, esercitato, oltre che dal celebre Pier Paolo Pasolini, da Nelo Risi, fratello del più famoso Dino. Altrettanto interessante è poi il legame tra poeti e réclame. Fernando Pessoa per esempio, traduttore di lettere commerciali presso una ditta di Lisbona, creò uno spot per la Coca-Cola: Primeiro estranha-se, depois entranha-se (Prima sorprende, poi conquista). Peccato: fu bocciato! Anche Giosuè Carducci ebbe contatti con la pubblicità, benché logicamente la star fosse Gabriele D'Annunzio, che nel 1917 battezzò una catena di grandi magazzini La Rinascente, oltre a redigere per un'industria dolciaria La Canzone del Parrozzo. C'è poco da stupirsi, visto che nel 1935 il francese Paul Valéry compose un testo per l'acqua minerale Perrier.

In seguito il connubio poesia-mercato si rafforzò, a partire da Leonardo Sinisgalli, direttore dell'ufficio Sviluppo e Pubblicità della Olivetti dal 1937 al 1940. Quanto a Giovanni Giudici, eccolo dichiarare: "Tra scrittura di copy e scrittura di versi c'è un tratto comune: l'esigenza di un massimo di attenzione e cautela nell'uso delle parole". Decisamente contrario a tale posizione fu lo scrittore-pittore Emilio Tadini, che pure lavorò per la réclame della Renault: "Letteratura e pubblicità sono incompatibili. L'incompatibilità riguarda i due linguaggi. La poesia apre contraddizioni, la pubblicità le risolve". Proprio Tadini, peraltro, dipinse una maglietta con la scritta: Poesia vu' cumprà. Arriviamo così a Sanguineti, pronto a giocare con l'opera musicale, il rap e la pittura. La sua apparizione pubblicitaria in jeans e scarpe da tennis fu la dimostrazione di una scanzonata leggerezza nello sfidare l'onnipotente sistema delle merci.

Chiudiamo però con un altro mestiere: sempre più spesso, in molti college Usa, ai classici corsi di letteratura vengono preferiti seminari di scrittura creativa. È un fenomeno che inizia a diffondersi anche da noi. Due le maggiori critiche al riguardo: da un lato gli aspiranti scrittori rischierebbero di crescere omologati e anonimi; dall'altro, senza più contatti con la realtà extra-didattica, i docenti finirebbero per condurre un'esistenza artificiale, impoverita di ogni esperienza. Insomma, nati seguendo corsi di scrittura e a loro volta destinati a diventare insegnanti, i futuri poeti cadrebbero preda di un circolo vizioso, come una "classe morta" (per dirla con un titolo di Tadeusz Kantor), condannata ad autoriprodursi all'infinito. Vero o no che sia, le scuole di creative writing sembrano essere ormai penetrate nella letteratura come agenti mutageni, capaci di sconvolgere il panorama letterario. Chissà, forse i poeti di domani per vivere insegneranno tutti quanti poesia.
Sesso, sonetti e Instagram
 Opere nate sulla Rete. Poemi e immagini, lacrime e (tanto) sangue. Intervista a Rupi Kaur, fenomeno Usa: "Chiamatemi Instapoet"
di Giorgia Mecca
 
Rupi Kaur ha cominciato a scrivere poesie per guarire, per dare un nome a ciò che il corpo non dimentica, per scagliare una pietra contro ferite rimaste aperte: per accorgersi di essere ancora intera. Rupi Kaur ha venticinque anni, è nata in India ma ha vissuto tutta la vita in Canada. Il 3 ottobre è uscito negli Stati Uniti il suo secondo libro, The Sun and Her Flowers: oggi le sue poesie sono un bestseller globale. Con Milk and Honey, la raccolta di esordio uscita nel 2014, ha venduto un milione e quattrocentomila copie (trentamila solo in Italia, dove il libro è pubblicato da Tre60, traduzione di Alessandro Storti) ed è stato per un anno intero nella lista dei bestseller del New York Times. Non era mai successo a un libro di poesie.
La sua fortuna è figlia dei social network e della condivisione. Kaur è diventata famosa pubblicando le sue opere su Instagram prima ancora che su carta. La prima poesia, postata nel 2013, ha ricevuto 2.093 like. L'ultima, del 15 novembre, più di centomila in meno di quattro ore. Il 25 marzo 2015 ha pubblicato la foto di una donna, lei, girata di schiena con i pantaloni sporchi di sangue mestruale. Gli amministratori del social hanno ritenuto l'immagine oscena e l'hanno subito rimossa.
"È venuto fuori tutto il loro odio verso le donne", ha commentato Kaur, che si è rifiutata di chiedere scusa. Le sue poesie raccontano la vita che vivono le donne, che è certamente altro, ma a volte anche questo: il desiderio di spogliarsi per un uomo, madri che hanno "l'abitudine di offrire più amore di quanto sia possibile reggere", il corpo offeso. Versi immediati, senza complessità. "Innamòrati della tua solitudine" è vera poesia? E ammesso che lo sia, Instagram è il luogo adatto?

Dall'alto delle copie vendute, Kaur può permettersi di non rispondere. Forse non è poesia, ma per chi la segue è un conforto sapere che dall'altra parte del mondo, quando di notte è impossibile dormire e ci si aggrappa ai social per non impazzire, ci sia qualcuno che scrive: "Non sei tu a dover farti volere, sono loro a dover volerti". All'inizio le sue lettrici erano giovani donne, adesso il pubblico è più variegato. "La cosa strana è che tutti mi dicono le stesse cose: "Grazie per avere scritto con parole così semplici ciò che provo ogni giorno" ".
È stato difficile parlare di sesso in maniera così aperta e libera nel libro?
"Scrivere di sesso è un'esperienza liberatoria, catartica. La parte più difficile è stata condividere online tutte le mie poesie. Le leggi del web possono travolgerti. Instagram è stato un modo per far ascoltare la mia voce, senza questo strumento non so dove sarei adesso. Però l'idea di essere giudicata, fraintesa, messa in mostra e subito dopo demolita continua a farmi paura".

Il sesso può essere molte cose: intimità e piacere, violenza e dolore. Sono esperienze che provano tutte le donne. Perché allora è ancora così difficile affrontare l'argomento?
"Io posso parlare per me e per la mia esperienza. Vengo da una famiglia indiana, moderatamente conservatrice. In casa mia il sesso non è mai entrato. È un tabù, il grande indiziato. In India non riceviamo nessuna educazione né supporto in proposito. Come se ciò che manda avanti il mondo fosse un motivo di vergogna".

Quali sono le sue parole preferite?
"È difficile sceglierne solo alcune. Direi qualunque cosa sia stata scritta da Khalil Gibran in Il Profeta".

E gli scrittori?
"Oltre a Gibran, Nizar Qabbani e Maya Angelou, tengo sempre qualcosa che è stato scritto da loro vicino a me. Poi Joan Didion, Sharon Olds... Potrei continuare a lungo".

L'amore sembra un argomento facile da trattare. Cos'ha allora di tanto speciale?
"Forse è solo la grande gioia che viene dopo un grande dolore, o un grande dolore che viene dopo una grande gioia che ci fa sentire l'urgenza di scrivere. E questo direi che è un'esclusiva dell'amore. Sull'amore è stato scritto di tutto, ma c'è sempre qualcosa che sfugge. Le persone che incontriamo sono tutte diverse, l'amore che offrono anche. E la poesia lo sa raccontare".

Lei è diventata famosa grazie a Instagram. Non teme che con questo tipo di condivisione le sue opere vengano consumate e poi dimenticate in fretta?
"Sono considerata un'Instapoet, conosco il modo, istantaneo appunto, con cui gli utenti utilizzano Instagram. Anche io ho paura che i miei lavori scivolino via. Qualcosa però si salva sempre. Per questo continuerò a postare. Lo farò lentamente, per dare il tempo ai lettori di digerire i contenuti".
Ha di nuovo scelto la poesia per raccontare la sua storia e la sua crescita, un viaggio tra lividi e cadute, radici ed emancipazione. Anche questo, cioè la poesia, l'ha guarita?
"La poesia guarisce sempre. Per scrivere The Sun and her Flowers ho letto molto e vissuto molto. Ho incontrato altre donne, ascoltato le loro storie. Quando riuscivo a sentire sulla pelle ciò che mi raccontavano, scrivevo. Così nascono i miei libri".

Cos'è il femminismo per lei?
"Lo ha spiegato perfettamente Chimamanda Ngozi Adichie: "Una femminista è una persona che crede nell'uguaglianza economica, politica e sociale tra sessi". Questo significa anche il diritto e il dovere di raccontare il sesso, il desiderio, il dolore, la violenza, il sangue. È la vita delle donne e non ce ne dobbiamo vergognare".