Srebrenica, ora parlare di genocidio non è più un tabù
Pietro Veronese , di PIETRO VERONESEI Paesi occidentali non usarono quella parola in occasione del massacro di civili bosniaci. Oggi la sentenza di condanna di Mladic pone fine ad una grande ipocrisia
La condanna all'ergastolo di un criminale di guerra, sia pure molto tardiva, è di quelle notizie che inducono a pensare frettolosamente "giustizia è fatta!" e poi a voltare pagina. Converrà invece soffermarsi in breve sui molteplici significati, importanti e per niente scontati, della sentenza dell'Aia. Almeno tre.
In primo luogo questa sentenza condanna anche una delle più grandi ipocrisie diplomatiche del Secondo dopoguerra. Mentre le fotografie satellitari diffondevano le inequivocabili prove delle fosse comuni scavate nelle vicinanze di Srebrenica e i sopravvissuti gridavano al cielo le loro testimonianze sull'orrore compiuto - era l'estate del 1995 - i governanti d'Occidente si cucirono la bocca per non pronunciare la parola "genocidio". Farlo avrebbe comportato dei doveri che nessuno voleva assumersi. Come un anno prima in Ruanda, i grandi del mondo scelsero di negare l'evidenza. Oggi, 22 anni dopo, nell…
In primo luogo questa sentenza condanna anche una delle più grandi ipocrisie diplomatiche del Secondo dopoguerra. Mentre le fotografie satellitari diffondevano le inequivocabili prove delle fosse comuni scavate nelle vicinanze di Srebrenica e i sopravvissuti gridavano al cielo le loro testimonianze sull'orrore compiuto - era l'estate del 1995 - i governanti d'Occidente si cucirono la bocca per non pronunciare la parola "genocidio". Farlo avrebbe comportato dei doveri che nessuno voleva assumersi. Come un anno prima in Ruanda, i grandi del mondo scelsero di negare l'evidenza. Oggi, 22 anni dopo, nell…
La condanna all'ergastolo di un criminale di guerra, sia pure molto tardiva, è di quelle notizie che inducono a pensare frettolosamente "giustizia è fatta!" e poi a voltare pagina. Converrà invece soffermarsi in breve sui molteplici significati, importanti e per niente scontati, della sentenza dell'Aia. Almeno tre.
In primo luogo questa sentenza condanna anche una delle più grandi ipocrisie diplomatiche del Secondo dopoguerra. Mentre le fotografie satellitari diffondevano le inequivocabili prove delle fosse comuni scavate nelle vicinanze di Srebrenica e i sopravvissuti gridavano al cielo le loro testimonianze sull'orrore compiuto - era l'estate del 1995 - i governanti d'Occidente si cucirono la bocca per non pronunciare la parola "genocidio". Farlo avrebbe comportato dei doveri che nessuno voleva assumersi. Come un anno prima in Ruanda, i grandi del mondo scelsero di negare l'evidenza. Oggi, 22 anni dopo, nell'asettico annoiato grigiore di un'aula del Tribunale dell'Aia, la parola genocidio e il nome del suo responsabile sono stati definitivamente scritti negli atti. Qualche attempata coscienza di statista, in qualche dorato ritiro d'America o d'Europa, proverà un rimorso fugace.
In secondo luogo, la decisione dei giudici dell'Aia consegna ai posteri Ratko Mladic - più ancora del suo defunto mandante, il presidente serbo Slobodan Milosevic - come l'incarnazione perfetta di quel rovesciamento che tramutò gli ultimi resti del socialismo jugoslavo nel nazionalismo serbo, e cioè le ceneri di un ideale a suo tempo rispettabile in un mostro omicida. Una metamorfosi che la sinistra italiana rifiutò a lungo ostinatamente di riconoscere. Quasi una mutazione genetica, in virtù della quale il figlio di un partigiano, formato nelle accademie militari della Jugoslavia titoista, diventa a 50 anni il boia di un'intera città, guidando l'assedio di Sarajevo, e poi dà l'ordine del massacro di Srebrenica, 8.373 vittime, in nome del ripugnante disegno "grande-serbo".
La sentenza dell'Aia ci ricorda infine che non è mai troppo tardi per punire il più assoluto dei crimini, quale è il genocidio. La guerra di Bosnia-Erzegovina non ha avuto la sua Norimberga, ma un'attesa lunghissima mille volte delusa. Per anni e anni Mladic è rimasto nascosto e impunito, protetto dall'apparato dello Stato serbo e dall'omertà collettiva. Ventidue anni dopo, almeno i figli delle vittime hanno avuto giustizia.
In primo luogo questa sentenza condanna anche una delle più grandi ipocrisie diplomatiche del Secondo dopoguerra. Mentre le fotografie satellitari diffondevano le inequivocabili prove delle fosse comuni scavate nelle vicinanze di Srebrenica e i sopravvissuti gridavano al cielo le loro testimonianze sull'orrore compiuto - era l'estate del 1995 - i governanti d'Occidente si cucirono la bocca per non pronunciare la parola "genocidio". Farlo avrebbe comportato dei doveri che nessuno voleva assumersi. Come un anno prima in Ruanda, i grandi del mondo scelsero di negare l'evidenza. Oggi, 22 anni dopo, nell'asettico annoiato grigiore di un'aula del Tribunale dell'Aia, la parola genocidio e il nome del suo responsabile sono stati definitivamente scritti negli atti. Qualche attempata coscienza di statista, in qualche dorato ritiro d'America o d'Europa, proverà un rimorso fugace.
In secondo luogo, la decisione dei giudici dell'Aia consegna ai posteri Ratko Mladic - più ancora del suo defunto mandante, il presidente serbo Slobodan Milosevic - come l'incarnazione perfetta di quel rovesciamento che tramutò gli ultimi resti del socialismo jugoslavo nel nazionalismo serbo, e cioè le ceneri di un ideale a suo tempo rispettabile in un mostro omicida. Una metamorfosi che la sinistra italiana rifiutò a lungo ostinatamente di riconoscere. Quasi una mutazione genetica, in virtù della quale il figlio di un partigiano, formato nelle accademie militari della Jugoslavia titoista, diventa a 50 anni il boia di un'intera città, guidando l'assedio di Sarajevo, e poi dà l'ordine del massacro di Srebrenica, 8.373 vittime, in nome del ripugnante disegno "grande-serbo".
La sentenza dell'Aia ci ricorda infine che non è mai troppo tardi per punire il più assoluto dei crimini, quale è il genocidio. La guerra di Bosnia-Erzegovina non ha avuto la sua Norimberga, ma un'attesa lunghissima mille volte delusa. Per anni e anni Mladic è rimasto nascosto e impunito, protetto dall'apparato dello Stato serbo e dall'omertà collettiva. Ventidue anni dopo, almeno i figli delle vittime hanno avuto giustizia.