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Le pensioni pagate dai giovani

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È sconfortante avere trent’anni e ascoltare il dibattito sulla legge di bilancio. Dopo mesi trascorsi a discutere di giovani, la principale misura su cui partiti e sindacati insistono è aiutare pensionati e pensionandi. Non c’è nessuna ragione per farlo: sono la fascia d’età che ha retto meglio la crisi e a cui è destinata la maggior parte della spesa sociale italiana. Ma siccome votano di più e hanno gran parte delle tessere del sindacato, ogni autunno diventano improvvisamente l’emergenza nazionale.

La migliore rappresentazione di questa deprimente inversione di priorità sta nei confronti tra il governo e le parti sociali di queste settimane. La stella polare dei sindacati è stata il far andare in pensione prima quante più persone possibile — dimenticandosi che in un sistema a ripartizione sono gli altri lavoratori o i contribuenti a pagare quest’anticipo. Tali richieste finiscono sol…
È sconfortante avere trent’anni e ascoltare il dibattito sulla legge di bilancio. Dopo mesi trascorsi a discutere di giovani, la principale misura su cui partiti e sindacati insistono è aiutare pensionati e pensionandi. Non c’è nessuna ragione per farlo: sono la fascia d’età che ha retto meglio la crisi e a cui è destinata la maggior parte della spesa sociale italiana. Ma siccome votano di più e hanno gran parte delle tessere del sindacato, ogni autunno diventano improvvisamente l’emergenza nazionale.

La migliore rappresentazione di questa deprimente inversione di priorità sta nei confronti tra il governo e le parti sociali di queste settimane. La stella polare dei sindacati è stata il far andare in pensione prima quante più persone possibile — dimenticandosi che in un sistema a ripartizione sono gli altri lavoratori o i contribuenti a pagare quest’anticipo. Tali richieste finiscono soltanto per peggiorare le iniquità che, in teoria, i sindacati dovrebbero combattere. Secondo dati della Banca d’Italia, il reddito equivalente disponibile di un giovane tra i 19 e i 34 anni è stato nel 2014 oltre il 10% più basso che nel 1995. Per un ultra-sessantaquattrenne, invece, più alto di quasi il 20%. La spesa sociale destinata agli anziani è però quattro volte quella di chi è in età lavorativa. Secondo la logica di sindacati e partiti, chi ha sofferto di più per la crisi deve continuare a ricevere meno.

È importante fare dei distinguo: Cisl e Uil hanno avuto il buon gusto di fermarsi una volta ottenute dal governo alcune concessioni, ad esempio sull’età di pensionamento di chi svolge un’attività usurante. La Cgil, invece, continua a battersi per un congelamento dell’aumento automatico dell’età pensionabile di tutti i lavoratori previsto per il 2019. Per il presidente dell’Inps, Tito Boeri, rimandare questo adeguamento anche solo al 2021 costerebbe circa 140 miliardi in 20 anni.

La leader della Cgil, Susanna Camusso ha spiegato ieri che il sistema previdenziale deve offrire una “tutela sociale universale”. Ma questa visione della previdenza è la ragione per cui la spesa pubblica italiana è così squilibrata contro i giovani. A furia di tutelare oltremodo chi volesse andare in pensione abbiamo fatto crescere il debito pubblico — ormai arrivato al 132% del Pil — e lievitare il costo del lavoro, obbligando milioni di ventenni e trentenni a disoccupazione, lavori precari o alla fuga dall’Italia. Il principale alleato dei giovani in questi mesi è stato il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan. Come ha giustamente rivendicato nella sua intervista di ieri a Repubblica, la legge di bilancio contiene alcune misure utili per le nuove generazioni, come la decontribuzione per chi ha meno di 35 anni. Ma, soprattutto, il governo ha scelto di preservare l’impianto della riforma Fornero, che lega l’età pensionabile alla speranza di vita. Sospendere questo meccanismo, anche solo per alcuni mesi, significherebbe minarne la credibilità.

C’è ancora molto da fare sul fronte pensionistico: le categorie di lavori usuranti andrebbero scelte sulla base di dati sull’aspettativa di vita e non di negoziazioni. C’è poi bisogno di maggiore flessibilità in uscita, a fronte però di una riduzione degli assegni, come si cominciato a fare con la cosiddetta “Ape volontaria”. Ma partiti e sindacati non possono continuare a vessare, silenziosamente, sempre i più giovani. Voteranno anche meno, ma hanno già pagato molto.