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Voci di donne che scelgono di dire basta

Ascoltarle trasmette coraggio. E una certezza:cambiare si può. A patto di non lasciarle sole
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BISOGNA entrare piano nelle storie delle donne. In punta di piedi e con rispetto perche ogni vissuto di sofferenza è una storia a sé. E ogni reazione è individuale e va rispettata: che sia rabbia, paura, rassegnazione, persino sottomissione. Di uguale c'è solo la violenza maschile che ha un unico scopo: il controllo di quella che si crede una proprietà, l'annientamento della compagna di vita che non si lascia domare come una cavalla, che difende i figli come una tigre, che ama la vita e magari pianifica, o solo pensa, che non ne può più di quel maschio dalle reazioni animali ( ma è far torto agli animali).

Reagire si può. Lo dimostrano le storie che pubblichiamo. Lo dimostra il coraggio di Lucia Annibali che addirittura, dopo la tragedia che ha vissuto, riesce a pronunciare la parola "speranza". Lo dimostra la forza di Gessica che era bellissima, e stringe il cuore vederla oggi così. Lei non la d&…
BISOGNA entrare piano nelle storie delle donne. In punta di piedi e con rispetto perche ogni vissuto di sofferenza è una storia a sé. E ogni reazione è individuale e va rispettata: che sia rabbia, paura, rassegnazione, persino sottomissione. Di uguale c'è solo la violenza maschile che ha un unico scopo: il controllo di quella che si crede una proprietà, l'annientamento della compagna di vita che non si lascia domare come una cavalla, che difende i figli come una tigre, che ama la vita e magari pianifica, o solo pensa, che non ne può più di quel maschio dalle reazioni animali ( ma è far torto agli animali).

Reagire si può. Lo dimostrano le storie che pubblichiamo. Lo dimostra il coraggio di Lucia Annibali che addirittura, dopo la tragedia che ha vissuto, riesce a pronunciare la parola "speranza". Lo dimostra la forza di Gessica che era bellissima, e stringe il cuore vederla oggi così. Lei non la dà vinta al suo carnefice e mostra la sua faccia com'è. E nel farlo butta fuori rabbia e disperazione e le incanala in qualcosa di vitale, di sano, qualcosa che abbia un orizzonte per lei e altre vittime come lei.

Sì, ci può essere vita dopo le botte, le umiliazioni, la carne ferita. Ci può e ci deve essere. L'insegnamento che viene da queste donne è che bisogna tirar fuori la rabbia, rispondere colpo su colpo, denunciare, mettere alla berlina i violenti. Non è facile, giocano i condizionamenti socioculturali, gioca la paura di essere uccise, il timore di turbare i figli (che peraltro bevono lo stesso la violenza), la vergogna di passare per sconfitte, l'ingenuità di chi crede che "lui cambierà, resisto ancora un po'". No, questi criminali non cambiano e non picchiano e uccidono per troppo amore. È un'altra leggenda metropolitana da sfatare.

Ma non è tutto come prima, qualcosa sta cambiando e le donne che soffrono in silenzio si devono fare forza e devono spezzare le loro catene di sofferenza. Nessuno può farlo meglio di loro. Sappiano che è questa la strada per uscire dall'incubo e vivere con pienezza la propria vita dando un esempio positivo ai figli. Rassegnarsi, tenersi tutto dentro, non porta da nessuna parte se non a protrarre nel tempo il dolore e la prigionia. Dice Bo, l'economista: "Il mio errore? Aver aspettato troppo a lungo". Olga ha finalmente urlato in un libro la sua indignazione: "Toglimi le mani di dosso". 

Rialzatevi, provateci. Se vi umilia, vi picchia, vi ricatta, reagite, credete in voi e in noi. Oggi scenderanno in piazza le donne di "Non una di meno", oggi la Camera vi renderà omaggio. Certo, poi ognuno deve fare la sua parte, lo Stato in primis rafforzando le tutele e punendo i carnefici. E la società che non deve mai fregarsene. 




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Quattro scrittori raccontano quattro storie vere di ragazze, figlie, fidanzate che hanno deciso di denunciare i loro aguzzini. Tutte ci chiedono la stessa cosa: non voltatevi più dall'altra parte.

Fino a quando dovrò pensare "Ho avuto fortuna"?
di Concita De Gregorio

Anita torna a casa in tram. Prendo la tranvia, dice all'amica. A Firenze il tram è femmina. Una e mezza di notte, 13 agosto. Rientra a Scandicci. Dieci per cento di carica, meglio non mettere la musica. (Anita ha 18 anni. Liceo classico. Rete degli studenti. "M'intristisce vedere quante forme di intelligenza non trovino posto dalla scuola"). Alla fermata un tipo. "Come ti chiami? Non rispondi?". Sale anche lui. Lei mette le cuffie, senza musica. "Dove vai? Esci con me?". (Anita vorrebbe fare il giudice. Antimafia, forse. Ama De Andrè, perché rende straordinaria la vita quotidiana).

Scende. Sceglie la strada più lunga, ma illuminata. Lui la segue. Anita ha paura ma non corre. ("Ho paura di non sapere i ragazzi come mi vedono. Non so cosa vogliono. Come mi reputano". Anita dice che tra ragazzi e ragazze non c'è differenza. Eppure). Lo sente, non lo vede. La chiave nel portone finalmente. Le scale di corsa. Le lacrime a letto. Di rabbia, il pianto. Sono stata fortunata, pensa. Ma perché, scrive su Fb: perché devo sentirmi fortunata di non essere stata aggredita? Che razza di fortuna è questa? Fino a quando? (Anita, a scuola, dice che la cosa più importante è non smettere mai di scegliere e lottare. Battersi).

Se a dare la forza di ribellarsi è un amore proibito
di Donatella DI Pietrantonio

Leonora arriva dalla Macedonia nel 2005. La sua famiglia si stabilisce a Quinto di Treviso, dove affitta un appartamento. I proprietari abitano nello stesso stabile, il figlio Giacinto e Leonora si innamorano di un amore proibito: lei è di religione musulmana, lui cattolico. A 16 anni la ragazza conosce fin troppo le regole del suo mondo trapiantato in Italia, sa che deve nascondere la storia alla famiglia. Aspetta il diciottesimo compleanno, giorno per giorno si prepara a essere libera. 

Appena maggiorenne Leonora compie lo strappo, se ne va con Giacinto. Il padre che l'aveva portata via dalla Macedonia per assicurarle un futuro diverso la trova e la picchia, minaccia di bruciarla, tenta di sequestrarla, la madre le ricorda i casi di ragazze uccise dai parenti per aver osato quello che lei sta osando. Ribellarsi a un sistema di valori che deve restare integro e blindato in terra straniera. Una rete familiare allargata - cugini - si mobilita contro di lei, la disobbediente. Ma la ragazza non arretra, anzi, denuncia e porta il suo coraggio alle estreme conseguenze, fino all'aula del Tribunale di Treviso. In un'intervista Leonora dichiara di voler scrivere un libro sulla sua esperienza, per tutte le donne soggette alla legge del padre. Per dire loro che uscirne è possibile.

Ci chiamate vittime, allora vi prego: i violenti paghino
di Fabio Geda

Francesca ha trentadue anni. Abita in provincia di Bologna. Dopo la denuncia il suo ex fidanzato è stato accusato di privazione della libertà personale, lesioni e tentato omicidio. Ora è in attesa dell'esito del primo grado di giudizio, ma pare che l'uomo che ha trasformato la sua vita in un incubo sarà riconosciuto, all'epoca dei fatti, incapace di intendere e di volere; e se questo accade se la caverà con un buffetto e il bisogno di giustizia di Francesca sarà ramazzato via dai corridoi del tribunale insieme a polvere e cartacce. Il suo, quello dei suoi genitori, quello dei suoi amici. Quello di ciascuno di noi.

Ora ha la testa piena di domande la cui risposta è un taglio. Quando smetterà di fare male? Come può, la legge, proteggere le vittime, se non condanna i colpevoli? Francesca ha scritto una lettera aperta a Radio Città del Capo in cui fa appello a giudici e politici. Dice: "Non siate complici". Dice: "La mia preghiera va a chi ha il potere di cambiare le cose". Chiede di portare giustizia nelle vite violentate e rubate di donne che hanno il diritto di sapere che il loro incubo è finito. "Veniamo chiamate vittime di violenza. E allora che questi violenti paghino".

Tornare a vivere aggrappandosi a un filo di matita
di Valeria Parrella

La cosa più bella, nella foto che ritrae Lidia dopo il pestaggio subito da quella bestia del suo ex, è la matita per il contorno labbra. Si riparte da là, e noi, che siamo tutte sue sorelle, lo sappiamo. Che nel momento in cui tutto crolla, e la tua vita stessa è in pericolo, ci si aggrappa a poco, pochissimo, per ricominciare. Un velo di rimmel, un caffè con l'amica, la musica sparata a mille nella macchina. Da lì, dal giorno del pestaggio per cui quella bestia del suo ex fu condannato a meno di cinque anni (eppure era tentato omicidio e sequestro di persona), Lidia ha fatto tutto quello che poteva, e con la testa alta. E soprattutto ha fatto la cosa più difficile: si è riuscita a innamorare, cioè ha trovato in sé la capacità di fidarsi di nuovo.

E allora dove c'era la cicatrice sono tornati i baci, e al posto delle rotule rotte sono arrivati due gemelli da tenere in braccio. Tutto quello che una donna può fare da sola, l'ha fatto. Poi i cinque anni sono passati, e la bestia ricomincerà a circolare tra gli uomini, forse è in giro già in questi giorni, e Lidia non solo lo sa, ma lo sa pure per chi la circonda, le persone che le sono legate. In Italia la carcerazione ha funzione riabilitante, e certo è possibile che mr Hyde sia tornato Jekill, ma quello che Lidia chiede è la garanzia che se ne stia lontano, e non può farlo da sola.