Amazon, se sciopera anche Draghi
Marco Ruffolo, di MARCO RUFFOLO
Che cosa hanno in comune il magazziniere di Amazon ieri in sciopero e il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi? Più di quanto si possa credere. Entrambi chiedono, inascoltati, un deciso aumento dei salari. Il primo per se stesso e per i suoi colleghi di lavoro. Il secondo per l'intera zona euro.
Rintracciare il punto di contatto tra le due rivendicazioni può aiutarci a capire perché la ripresa economica, ormai visibile anche in Italia, non riesce a gonfiare i portafogli delle famiglie, a riportare il loro potere di acquisto ai livelli pre-crisi. Siamo di fronte al motivo principale per cui tutti quei "più" che leggiamo davanti a grandezze come Pil, produzione e occupazione non sono in grado di invertire il senso di sfiducia e di insoddisfazione che hanno messo stabili radici nella società italiana. Ancora quest'anno il dipendente medio si trova con la sua paga a poter comprare meno beni e servizi per 320 euro rispett…
Rintracciare il punto di contatto tra le due rivendicazioni può aiutarci a capire perché la ripresa economica, ormai visibile anche in Italia, non riesce a gonfiare i portafogli delle famiglie, a riportare il loro potere di acquisto ai livelli pre-crisi. Siamo di fronte al motivo principale per cui tutti quei "più" che leggiamo davanti a grandezze come Pil, produzione e occupazione non sono in grado di invertire il senso di sfiducia e di insoddisfazione che hanno messo stabili radici nella società italiana. Ancora quest'anno il dipendente medio si trova con la sua paga a poter comprare meno beni e servizi per 320 euro rispett…
Che cosa hanno in comune il magazziniere di Amazon ieri in sciopero e il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi? Più di quanto si possa credere. Entrambi chiedono, inascoltati, un deciso aumento dei salari. Il primo per se stesso e per i suoi colleghi di lavoro. Il secondo per l'intera zona euro.
Rintracciare il punto di contatto tra le due rivendicazioni può aiutarci a capire perché la ripresa economica, ormai visibile anche in Italia, non riesce a gonfiare i portafogli delle famiglie, a riportare il loro potere di acquisto ai livelli pre-crisi. Siamo di fronte al motivo principale per cui tutti quei "più" che leggiamo davanti a grandezze come Pil, produzione e occupazione non sono in grado di invertire il senso di sfiducia e di insoddisfazione che hanno messo stabili radici nella società italiana. Ancora quest'anno il dipendente medio si trova con la sua paga a poter comprare meno beni e servizi per 320 euro rispetto a quelli che poteva permettersi nel 2007, prima che fossimo travolti dalla più grave recessione mai vista dal dopoguerra. Dunque c'è una questione salariale tuttora irrisolta, che preoccupa i lavoratori, e insieme a loro le stesse autorità monetarie che in passato non perdevano occasione per predicare moderazione e ancora moderazione.
L'appello di Draghi ha quasi assunto i toni di una ossessione, ripetuta mese dopo mese in tutti i suoi discorsi: "I salari sono ben al di sotto delle medie storiche", "bisogna aumentarli", "ancora non ci siamo". E se non ci siamo, in Europa e soprattutto in Italia, questo vuol dire che l'inflazione non tornerà stabilmente intorno al 2 per cento (obiettivo Bce), e che la ripresa, pur consistente, resterà discontinua e disuguale, perché non sostenuta adeguatamente dai consumi. Ma Draghi si è spinto anche oltre. Da una parte ha implicitamente invitato i sindacati a non combattere solo per difendere e aumentare i posti di lavoro, anche a costo di accettare salari da fame, ma anche per adeguare le retribuzioni stesse. Dall'altra ha indicato nei contratti precari uno dei motivi della stasi salariale, concordando in questo con il Fondo monetario internazionale.
Che i sindacati abbiano finora dato la precedenza alle assunzioni o al mantenimento dei posti di lavoro, relegando in secondo piano la questione dei salari, lo si può ben capire dopo la spaventosa emorragia subita negli anni della crisi dalla nostra industria: 900 mila occupati in meno tra il 2008 e il 2014. A fare da ammortizzatore sociale in quel periodo è stato il terziario: alberghi, ristoranti, grande distribuzione, logistica, servizi alle imprese e alle persone. Settori che hanno cominciato ad assumere, prima a ritmi contenuti, poi, grazie soprattutto agli sgravi contributivi del governo, sempre più massicciamente. Un'ondata di ritorno al lavoro che tuttavia ha un risvolto negativo: i nuovi impieghi sono in prevalenza di bassa qualità e mal pagati.
In quei settori, gli stipendi dei nuovi assunti sono via via calati durante la crisi: meno 8% per sanità e assistenza, meno 4,5 tra magazzinieri, facchini e addetti alle consegne, meno 2,6 per hotel e ristoranti. Gli stessi contratti stabili del Jobs Act, dunque, nascondevano e continuano a nascondere paghe molto basse. E c'è di più: ai margini di quei contratti hanno cominciato a proliferare rapporti di lavoro molto più fragili: part time accettati obtorto collo, contratti di somministrazione di breve durata, rapporti più o meno finti di collaborazione coordinata e continuativa. Se ne servono soprattutto le piattaforme della web economy, che con i loro algoritmi soddisfano in tempo quasi reale tutte le nostre richieste digitali: dai pasti caldi di Deliveroo o di Foodora ai libri di Amazon alle auto di Uber.
Torniamo così al nostro magazziniere Amazon, uno dei 4 mila lavoratori di Castel San Giovanni, ieri in sciopero insieme ai colleghi tedeschi. Solo 1.600 hanno un contratto stabile. Gli altri sono in prevalenza chiamati temporaneamente a coprire i periodi di punta: alcuni di loro non hanno aderito alla protesta (sembra consigliati dagli stessi sindacati) per paura di essere accompagnati alla porta. I sindacati parlano di un 60% di adesioni, che l'azienda ridimensiona al 10%. Si chiedono condizioni meno dure di lavoro, a cominciare da turni meno massacranti e controlli meno asfissianti. Ma si chiede anche un salario più alto. Non che Amazon offra stipendi da fame: l'azienda ci tiene a ricordare che sono superiori a quelli dei concorrenti.
Ma quei salari sono fermi nonostante i risultati strabilianti raggiunti dal colosso di Jeff Bezos in questi anni. E l'azienda non vuole sentir parlare di contratto integrativo, nonostante l'evidente aumento di produttività, che motiverebbe salari più alti. Ecco un dilemma di difficile soluzione: come si fa a legare i salari alla produttività e a detassarli (come previsto dalla legge) se l'impresa in questione (così come il 70% delle aziende italiane) non firma contratti integrativi? Il governo può incentivarli lo stesso in qualche modo? È pronto a farlo? È una domanda che si sarà fatto lo stesso Draghi, alla ricerca delle condizioni giuste per dare più peso ai portafogli delle famiglie. Una di queste condizioni è appunto la produttività. Ma secondo lo stesso presidente della Bce se ne aggiungono almeno altre due: un fisco più leggero sul lavoro e una lotta senza quartiere alla precarietà dei contratti, purtroppo ancora diffusa in Italia. E non solo nella web economy.
Rintracciare il punto di contatto tra le due rivendicazioni può aiutarci a capire perché la ripresa economica, ormai visibile anche in Italia, non riesce a gonfiare i portafogli delle famiglie, a riportare il loro potere di acquisto ai livelli pre-crisi. Siamo di fronte al motivo principale per cui tutti quei "più" che leggiamo davanti a grandezze come Pil, produzione e occupazione non sono in grado di invertire il senso di sfiducia e di insoddisfazione che hanno messo stabili radici nella società italiana. Ancora quest'anno il dipendente medio si trova con la sua paga a poter comprare meno beni e servizi per 320 euro rispetto a quelli che poteva permettersi nel 2007, prima che fossimo travolti dalla più grave recessione mai vista dal dopoguerra. Dunque c'è una questione salariale tuttora irrisolta, che preoccupa i lavoratori, e insieme a loro le stesse autorità monetarie che in passato non perdevano occasione per predicare moderazione e ancora moderazione.
L'appello di Draghi ha quasi assunto i toni di una ossessione, ripetuta mese dopo mese in tutti i suoi discorsi: "I salari sono ben al di sotto delle medie storiche", "bisogna aumentarli", "ancora non ci siamo". E se non ci siamo, in Europa e soprattutto in Italia, questo vuol dire che l'inflazione non tornerà stabilmente intorno al 2 per cento (obiettivo Bce), e che la ripresa, pur consistente, resterà discontinua e disuguale, perché non sostenuta adeguatamente dai consumi. Ma Draghi si è spinto anche oltre. Da una parte ha implicitamente invitato i sindacati a non combattere solo per difendere e aumentare i posti di lavoro, anche a costo di accettare salari da fame, ma anche per adeguare le retribuzioni stesse. Dall'altra ha indicato nei contratti precari uno dei motivi della stasi salariale, concordando in questo con il Fondo monetario internazionale.
Che i sindacati abbiano finora dato la precedenza alle assunzioni o al mantenimento dei posti di lavoro, relegando in secondo piano la questione dei salari, lo si può ben capire dopo la spaventosa emorragia subita negli anni della crisi dalla nostra industria: 900 mila occupati in meno tra il 2008 e il 2014. A fare da ammortizzatore sociale in quel periodo è stato il terziario: alberghi, ristoranti, grande distribuzione, logistica, servizi alle imprese e alle persone. Settori che hanno cominciato ad assumere, prima a ritmi contenuti, poi, grazie soprattutto agli sgravi contributivi del governo, sempre più massicciamente. Un'ondata di ritorno al lavoro che tuttavia ha un risvolto negativo: i nuovi impieghi sono in prevalenza di bassa qualità e mal pagati.
In quei settori, gli stipendi dei nuovi assunti sono via via calati durante la crisi: meno 8% per sanità e assistenza, meno 4,5 tra magazzinieri, facchini e addetti alle consegne, meno 2,6 per hotel e ristoranti. Gli stessi contratti stabili del Jobs Act, dunque, nascondevano e continuano a nascondere paghe molto basse. E c'è di più: ai margini di quei contratti hanno cominciato a proliferare rapporti di lavoro molto più fragili: part time accettati obtorto collo, contratti di somministrazione di breve durata, rapporti più o meno finti di collaborazione coordinata e continuativa. Se ne servono soprattutto le piattaforme della web economy, che con i loro algoritmi soddisfano in tempo quasi reale tutte le nostre richieste digitali: dai pasti caldi di Deliveroo o di Foodora ai libri di Amazon alle auto di Uber.
Torniamo così al nostro magazziniere Amazon, uno dei 4 mila lavoratori di Castel San Giovanni, ieri in sciopero insieme ai colleghi tedeschi. Solo 1.600 hanno un contratto stabile. Gli altri sono in prevalenza chiamati temporaneamente a coprire i periodi di punta: alcuni di loro non hanno aderito alla protesta (sembra consigliati dagli stessi sindacati) per paura di essere accompagnati alla porta. I sindacati parlano di un 60% di adesioni, che l'azienda ridimensiona al 10%. Si chiedono condizioni meno dure di lavoro, a cominciare da turni meno massacranti e controlli meno asfissianti. Ma si chiede anche un salario più alto. Non che Amazon offra stipendi da fame: l'azienda ci tiene a ricordare che sono superiori a quelli dei concorrenti.
Ma quei salari sono fermi nonostante i risultati strabilianti raggiunti dal colosso di Jeff Bezos in questi anni. E l'azienda non vuole sentir parlare di contratto integrativo, nonostante l'evidente aumento di produttività, che motiverebbe salari più alti. Ecco un dilemma di difficile soluzione: come si fa a legare i salari alla produttività e a detassarli (come previsto dalla legge) se l'impresa in questione (così come il 70% delle aziende italiane) non firma contratti integrativi? Il governo può incentivarli lo stesso in qualche modo? È pronto a farlo? È una domanda che si sarà fatto lo stesso Draghi, alla ricerca delle condizioni giuste per dare più peso ai portafogli delle famiglie. Una di queste condizioni è appunto la produttività. Ma secondo lo stesso presidente della Bce se ne aggiungono almeno altre due: un fisco più leggero sul lavoro e una lotta senza quartiere alla precarietà dei contratti, purtroppo ancora diffusa in Italia. E non solo nella web economy.