Una delle scene che più caratterizzano il film Ecce Bombo di Nanni Moretti è la seduta di autocoscienza maschile in cui un partecipante chiede agli altri cosa penserebbero se lui si suicidasse. In tutta risposta il gruppo prende ad acclamarlo con plausi da stadio. La scena torna in mente quando l'onorevole Alessandro Di Battista esprime il proposito, certo molto più sano e anzi del tutto vitale, di non candidarsi alle prossime elezioni, malgrado la notorietà acquisita in questi anni di intensa attività politica e soprattutto comunicativa.
Tale proposito ha riscosso infatti un consenso di rara coralità: magari non unanime, ma certo profondo e "multipartisan". I commenti esterni al Movimento si differenziano solo fra quelli di chi apprezza puramente la volontà di ritirarsi e quelli di chi sospetta che tale disimpegno miri, scaltramente, alla possibilità di sostituire fra qualche tempo la sindaca di Roma o a quella di…
Una delle scene che più caratterizzano il film Ecce Bombo di Nanni Moretti è la seduta di autocoscienza maschile in cui un partecipante chiede agli altri cosa penserebbero se lui si suicidasse. In tutta risposta il gruppo prende ad acclamarlo con plausi da stadio. La scena torna in mente quando l'onorevole Alessandro Di Battista esprime il proposito, certo molto più sano e anzi del tutto vitale, di non candidarsi alle prossime elezioni, malgrado la notorietà acquisita in questi anni di intensa attività politica e soprattutto comunicativa.
Tale proposito ha riscosso infatti un consenso di rara coralità: magari non unanime, ma certo profondo e "multipartisan". I commenti esterni al Movimento si differenziano solo fra quelli di chi apprezza puramente la volontà di ritirarsi e quelli di chi sospetta che tale disimpegno miri, scaltramente, alla possibilità di sostituire fra qualche tempo la sindaca di Roma o a quella di ricandidarsi alle elezioni successive, saltando una legislatura che si può prevedere breve e poco produttiva ed eludendo i vincoli del regolamento dei 5Stelle sulla non superabilità del secondo mandato. Nessuno, invece, ha messo in questione il fatto in sé.
Al di là delle motivazioni che Di Battista ha reso pubbliche, perché la decisione di uscire dal Parlamento è ritenuta, qui sì unanimemente, meritevole e anzi generosa? La risposta è una sola: perché dimostra e comprova il fatto di non essere "attaccato alla poltrona". Ciò è molto interessante. Innanzitutto perché è una posa, e lo si vorrebbe dire in tono neutro: è un annuncio che incide sull'immagine dell'onorevole, sottolinea qualità morali del suo carattere e suscita emozione (una virtù in cui quel politico senza dubbio eccelle). In secondo luogo perché il suo eventuale merito è meramente negativo. Quando si dice: "oggi non va malaccio" ci si sta accontentando che non piova, che non si ha l'emicrania, che non si siano ancora registrati inconvenienti. Parimenti, quando si dice: "quel politico non è attaccato alla poltrona" ci si accontenta della mancanza di un difetto. Ma chi ritiene Di Battista un uomo di valore, perché si rallegra che lo stesso abbia deciso di non contribuire alla vita politica del Paese? L'ultima volta che qualcuno non è stato lasciato partecipare a un evento importante (cioè quando l'allora ct della Nazionale di calcio ha tenuto Insigne in panchina durante lo spareggio con la Svezia) nessuno ha applaudito. L'analogia regge fino a un certo punto, perché un calciatore in panchina non gioca mentre un uomo politico può essere attivo anche se non siede in Parlamento (e ci sono pochi dubbi che Di Battista attivo lo sarà). Eppure che idea abbiamo maturato dell'attività parlamentare, delle sue funzioni, degli oneri e degli onori che comporta se plaudiamo a un ritiro, sia pure momentaneo e non assoluto? Di Battista non ha affatto detto di esserne stanco, o di essersi scoperto inadeguato al ruolo, ha detto che vuole fare altro.
La conclusione è che ci piace pensare alla politica nelle istituzioni non come a una tecnica che si affina con il tempo e con l'esperienza, una professione in cui non si cessa di imparare e migliorare, ma come a un'occupazione di posti e un privilegio a cui è nobile rinunciare per uno o più turni. Così questa rinuncia non fa altro che confermare ciò che un Movimento dagli intenti tanto innovativi dovrebbe in realtà confutare: che essere parlamentari è essere, innanzitutto, "onorevoli" e tutto il resto casomai segue. Dove "tutto il resto" sarebbe saper produrre leggi scritte bene, stringere accordi, rappresentare efficacemente istanze. Prima e dopo i grillini, molti altri partiti e movimenti hanno introdotto limiti al rinnovo del mandato parlamentare: il vento che spira è proprio questo. Chissà se le loro panchine sono tanto lunghe da accogliere abbastanza riserve in grado di sostituire i titolari.