Il paradosso del populismo
Nadia Urbinati, di NADIA URBINATI
L'accusa di populismo è una pratica diffusa e poco costosa. "Populismo facile" è lo sport della nostra pigrizia mentale. Richiede poco sforzo analitico, scarsa attenzione ai particolari e molta fuffa generalista. L'arte della polarizzazione semplicifatrice sembra aiutarci a posizionarci politicamente, ma il suo semplicismo si rivela molto disfunzionale. E alimenta questo paradosso: se sono populisti tutti coloro che non stanno dalla nostra parte (quella buona) allora il populismo è il pluralismo partitico stesso. Come in una camera oscura la realtà viene capovolta: alla fine, populista è chi accusa di populismo. Questo rovesciamento è la conclusione alla quale la pigrizia mentale ci può portare se usiamo il termine per demonizzare gli avversari, con il rischio che il populismo non lo vediamo quando e dove c'è.
Il populismo è un fenomeno politico che nasce e si alimenta nelle democrazie rappresentativ…
Il populismo è un fenomeno politico che nasce e si alimenta nelle democrazie rappresentativ…
L'accusa di populismo è una pratica diffusa e poco costosa. "Populismo facile" è lo sport della nostra pigrizia mentale. Richiede poco sforzo analitico, scarsa attenzione ai particolari e molta fuffa generalista. L'arte della polarizzazione semplicifatrice sembra aiutarci a posizionarci politicamente, ma il suo semplicismo si rivela molto disfunzionale. E alimenta questo paradosso: se sono populisti tutti coloro che non stanno dalla nostra parte (quella buona) allora il populismo è il pluralismo partitico stesso. Come in una camera oscura la realtà viene capovolta: alla fine, populista è chi accusa di populismo. Questo rovesciamento è la conclusione alla quale la pigrizia mentale ci può portare se usiamo il termine per demonizzare gli avversari, con il rischio che il populismo non lo vediamo quando e dove c'è.
Il populismo è un fenomeno politico che nasce e si alimenta nelle democrazie rappresentative; come stiracchiamento delle loro istituzioni ma (quando riesce ad andare al potere) non necessariamente uscita dal sistema costituzionale. Della democrazia trasfigura i suoi due pilastri: il popolo e il principio di maggioranza. È ambiguo e sfugge alle categorie ideologiche classiche; è uno stile della comunicazione politica che però non vuole solo fare opposizione ma battere l'avversario umiliandolo per renderlo ininfluente. La lotta populista è onnivora e vuole unire tutte le pulsioni di scontento sotto una parola d'ordine generalista e interclassista per conquistare una maggioranza larga che si pensa (e spesso governa) come se fosse quella vera, perché corrisponde al popolo "buono". Non solo uno stile, dunque, ma uno stile che deve far vincere e che è legittimo in quanto fa vincere.
Il paradigma del discorso populista è l'anti-establishment - ovvero l'opposizione a tutti coloro che occupano "poltrone", che sono "il palazzo". Il mondo fuori - "noi gente" - non è corrotto perché non ha responsabilità politiche dirette; e per questo è il solo tribunale legittimo. In questi decenni di dissoluzione delle organizzazioni partitiche (l'unico baluardo che la democrazia ha contro il fenomeno populista), questa moneta é stata abbondantemente spesa da tutti coloro che hanno calcato la scena politica - a destra come a sinistra. L'accusa di partitocrazia; l'esaltazione della società civile come luogo di duro lavoro e imprenditoria sana contro i "politici mantenuti"; la voglia di "rottamare" il vecchio per far posto al nuovo; l'insofferenza per le "pastoie" istituzionali, per "i lacci e lacciuoli" che frenano la voglia di fare; l'insopportabilità di chi mette bastoni tra le ruote della volontà popolare, che sta solo nella maggioranza che vince; l'intolleranza per i corpi intermedi della politica, ovvero per i partiti "apparato" e il bisogno di leader soli e agili nel destreggiarsi nel mondo dell'audience e dei sondaggi - tutto questo é quel che fa un agire politico populista.
Dalla fine forzata del sistema dei partiti, dal 1992, tutta la politica italiana è stata ed è segnata dal fenomeno populista. E le accuse rimbalzano facilmente su chi le lancia. L'appello al popolo, a quello "buono" e "vero", è il centro vitale - non il popolo come finzione giuridica della sovranità, ma quello sociale, identificato per opposizione contro il non-popolo (l'establishment) e che si unisce e riconosce in parole d'ordine semplici e in un leader che le impersona, raccogliendo rivendicazioni e lamentele. E poiché il populismo è segno di un'insopportabilità per la divisione partigiana e partitica del popolo, il messaggio finale è decisionista, secondo l'idea che la politica debba essere ridotta ai problemi concreti e oggettivi della "gente", studiabili e affrontabili con competenza specifica, non politica e non partigiana. Attenti dunque a bollare gli avversari come populisti perché, come nel tennis, le palle di rimbalzo sono insidiose e fanno punteggio.
Il populismo è un fenomeno politico che nasce e si alimenta nelle democrazie rappresentative; come stiracchiamento delle loro istituzioni ma (quando riesce ad andare al potere) non necessariamente uscita dal sistema costituzionale. Della democrazia trasfigura i suoi due pilastri: il popolo e il principio di maggioranza. È ambiguo e sfugge alle categorie ideologiche classiche; è uno stile della comunicazione politica che però non vuole solo fare opposizione ma battere l'avversario umiliandolo per renderlo ininfluente. La lotta populista è onnivora e vuole unire tutte le pulsioni di scontento sotto una parola d'ordine generalista e interclassista per conquistare una maggioranza larga che si pensa (e spesso governa) come se fosse quella vera, perché corrisponde al popolo "buono". Non solo uno stile, dunque, ma uno stile che deve far vincere e che è legittimo in quanto fa vincere.
Il paradigma del discorso populista è l'anti-establishment - ovvero l'opposizione a tutti coloro che occupano "poltrone", che sono "il palazzo". Il mondo fuori - "noi gente" - non è corrotto perché non ha responsabilità politiche dirette; e per questo è il solo tribunale legittimo. In questi decenni di dissoluzione delle organizzazioni partitiche (l'unico baluardo che la democrazia ha contro il fenomeno populista), questa moneta é stata abbondantemente spesa da tutti coloro che hanno calcato la scena politica - a destra come a sinistra. L'accusa di partitocrazia; l'esaltazione della società civile come luogo di duro lavoro e imprenditoria sana contro i "politici mantenuti"; la voglia di "rottamare" il vecchio per far posto al nuovo; l'insofferenza per le "pastoie" istituzionali, per "i lacci e lacciuoli" che frenano la voglia di fare; l'insopportabilità di chi mette bastoni tra le ruote della volontà popolare, che sta solo nella maggioranza che vince; l'intolleranza per i corpi intermedi della politica, ovvero per i partiti "apparato" e il bisogno di leader soli e agili nel destreggiarsi nel mondo dell'audience e dei sondaggi - tutto questo é quel che fa un agire politico populista.
Dalla fine forzata del sistema dei partiti, dal 1992, tutta la politica italiana è stata ed è segnata dal fenomeno populista. E le accuse rimbalzano facilmente su chi le lancia. L'appello al popolo, a quello "buono" e "vero", è il centro vitale - non il popolo come finzione giuridica della sovranità, ma quello sociale, identificato per opposizione contro il non-popolo (l'establishment) e che si unisce e riconosce in parole d'ordine semplici e in un leader che le impersona, raccogliendo rivendicazioni e lamentele. E poiché il populismo è segno di un'insopportabilità per la divisione partigiana e partitica del popolo, il messaggio finale è decisionista, secondo l'idea che la politica debba essere ridotta ai problemi concreti e oggettivi della "gente", studiabili e affrontabili con competenza specifica, non politica e non partigiana. Attenti dunque a bollare gli avversari come populisti perché, come nel tennis, le palle di rimbalzo sono insidiose e fanno punteggio.