Flynn, l'ultima vendetta del generale furioso
Vittorio Zucconi , di VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON. I colleghi con le stelle sulle spalle lo chiamavano "The Angry General", Michael Flynn il generale furioso, perennemente in collera contro il governo, il Parlamento, la Casa Bianca di Obama che gli impedivano di condurre la sua crociata contro l'Islam, l'odiata Hillary Clinton, il mondo, una rabbia che sembrava avere trovato rifugio e anima gemella soltanto in Donald Trump. Quel presidente che si fidò di lui e che ora il generale potrebbe demolire dall'interno, scoperchiando il verminaio dei rapporti segreti fra il Team Trump e gli emissari del Cremlino.
La vita e la storia del generale a tre stelle Michael Flynn, fermato nella sua carriera a un passo dalla quarta e ultima stella, sarebbe una classica storia americana di successo realizzata attraverso quella gigantesca macchina umana che è l'Esercito. Flynn era nato in una famiglia Democratica del Rhode Island, figlio di una agente immobiliare e di un piccolo businessman che av…
La vita e la storia del generale a tre stelle Michael Flynn, fermato nella sua carriera a un passo dalla quarta e ultima stella, sarebbe una classica storia americana di successo realizzata attraverso quella gigantesca macchina umana che è l'Esercito. Flynn era nato in una famiglia Democratica del Rhode Island, figlio di una agente immobiliare e di un piccolo businessman che av…
WASHINGTON. I colleghi con le stelle sulle spalle lo chiamavano "The Angry General", Michael Flynn il generale furioso, perennemente in collera contro il governo, il Parlamento, la Casa Bianca di Obama che gli impedivano di condurre la sua crociata contro l'Islam, l'odiata Hillary Clinton, il mondo, una rabbia che sembrava avere trovato rifugio e anima gemella soltanto in Donald Trump. Quel presidente che si fidò di lui e che ora il generale potrebbe demolire dall'interno, scoperchiando il verminaio dei rapporti segreti fra il Team Trump e gli emissari del Cremlino.
La vita e la storia del generale a tre stelle Michael Flynn, fermato nella sua carriera a un passo dalla quarta e ultima stella, sarebbe una classica storia americana di successo realizzata attraverso quella gigantesca macchina umana che è l'Esercito. Flynn era nato in una famiglia Democratica del Rhode Island, figlio di una agente immobiliare e di un piccolo businessman che aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale. Si era laureato nell'università statale, seguendo i corsi militari per avere la retta pagata e diventare sottufficiale della Riserva, dunque lontano dalle élite sussiegose degli ufficiali sfornati dall'Accademia Militare di West Point. Ma Flynn non si era mai messo in competizione con i generalissimi della sua generazione oggi ultra sessantenne, con l'aristocrazia alla Colin Powell che lo considera un "jerk", un fesso. Era incapace di camminare abilmente fra le mine della politica e i proiettili del nemici e aveva scelto subito scelto la strada dell'"Intelligence", dello spionaggio, dell'analisi, con un accanimento e un'intelligenza maniacale che il suo profilo tagliente da rapace tradisce. Era intollerante con pari grado, subordinati, superiori che osavano non condividere le sue analisi, via via più arrogante inarrestabile in una carriera che lo aveva portato dalle luride sale di interrogatori per islamisti di al Qaeda e Isis alla direzione della Dia, l'agenzia di spionaggio del Pentagono.
Fino a quando il Presidente Obama, che lo aveva elevato a quell'incarico, lo depose, quando i colleghi rivelarono che la Dia era diventata un caos e Flynn la governava come un despota furioso per l'ipocrisia di una Casa Bianca che sottovalutava la minaccia del radicalismo islamico. Una collera carsica, sotterranea, ribollente che esplose alla superficie con l'avvento di Trump. Flynn, sconosciuto al grande pubblico, divenne una celebrità alla Convention Repubblicana di Cleveland, la scorsa estate, quando dal podio gridava i cori di "Lock'er up", mettetela in galera, contro Hillary. Invano Barack Obama scongiurò Trump di non sceglierlo per il più delicato degli incarichi, quello di Consigliere per la Sicurezza Nazionale, dal quale passano tutti i segreti e le decisoni più importanti, quelle nucleari comprese. Trump se ne era invaghito. Aveva scelto di ignorare le voci su Flynn che lo indicavano al soldo di potentati stranieri, come il turco Erdogan, che lo avevano portato, nel 2015, a sedere al fianco di Putin a Mosca, per festaggiare - a pagamento - Russia Today, uno degli strumenti della propaganda e delle fakenews russe. Era meglio per Trump ignorare la tendenza di Flynn ad avvalorare le più sgangherate teorie complottiste, come l'insinuazione che Hillary fosse alla guida di un traffico internazionale di prostituzione infantile. Sapere che un generale addetto all'Intelligence crede al cospirazionismo dei dementi da social network avrebbe dovuto suonare sirene d'allarme, ma Trump lo scelse comunque.
E dopo appena 24 giorni dovette licenziarlo, con il pretesto che Flynn aveva mentito al vice presidente Pence sui suoi continui, ripetuti contatti - sempre nascosti - coi russi e con l'ambasciatore Kislyak. Flynn era troppo arrogante, troppo affamato di vendetta per non voler condurre una politica estera in proprio e dimostrare che i suoi nemici, i Clinton, gli Obama, i generaloni, lo avevano sottovalutato. Se avesse fatto tutto questo con l'autorizzazione e la consapevolezza di Donald Trump è la domanda alla quale è appeso il futuro del possibile impeachment del Presidente e alla quale punta l'Inquistore Muller concedendogli, anche per proteggere il figlio, il patteggiamento. Flynn sa. Trump rabbrividisce. La rabbia, come sempre, finisce per divorare se stessa.
La vita e la storia del generale a tre stelle Michael Flynn, fermato nella sua carriera a un passo dalla quarta e ultima stella, sarebbe una classica storia americana di successo realizzata attraverso quella gigantesca macchina umana che è l'Esercito. Flynn era nato in una famiglia Democratica del Rhode Island, figlio di una agente immobiliare e di un piccolo businessman che aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale. Si era laureato nell'università statale, seguendo i corsi militari per avere la retta pagata e diventare sottufficiale della Riserva, dunque lontano dalle élite sussiegose degli ufficiali sfornati dall'Accademia Militare di West Point. Ma Flynn non si era mai messo in competizione con i generalissimi della sua generazione oggi ultra sessantenne, con l'aristocrazia alla Colin Powell che lo considera un "jerk", un fesso. Era incapace di camminare abilmente fra le mine della politica e i proiettili del nemici e aveva scelto subito scelto la strada dell'"Intelligence", dello spionaggio, dell'analisi, con un accanimento e un'intelligenza maniacale che il suo profilo tagliente da rapace tradisce. Era intollerante con pari grado, subordinati, superiori che osavano non condividere le sue analisi, via via più arrogante inarrestabile in una carriera che lo aveva portato dalle luride sale di interrogatori per islamisti di al Qaeda e Isis alla direzione della Dia, l'agenzia di spionaggio del Pentagono.
Fino a quando il Presidente Obama, che lo aveva elevato a quell'incarico, lo depose, quando i colleghi rivelarono che la Dia era diventata un caos e Flynn la governava come un despota furioso per l'ipocrisia di una Casa Bianca che sottovalutava la minaccia del radicalismo islamico. Una collera carsica, sotterranea, ribollente che esplose alla superficie con l'avvento di Trump. Flynn, sconosciuto al grande pubblico, divenne una celebrità alla Convention Repubblicana di Cleveland, la scorsa estate, quando dal podio gridava i cori di "Lock'er up", mettetela in galera, contro Hillary. Invano Barack Obama scongiurò Trump di non sceglierlo per il più delicato degli incarichi, quello di Consigliere per la Sicurezza Nazionale, dal quale passano tutti i segreti e le decisoni più importanti, quelle nucleari comprese. Trump se ne era invaghito. Aveva scelto di ignorare le voci su Flynn che lo indicavano al soldo di potentati stranieri, come il turco Erdogan, che lo avevano portato, nel 2015, a sedere al fianco di Putin a Mosca, per festaggiare - a pagamento - Russia Today, uno degli strumenti della propaganda e delle fakenews russe. Era meglio per Trump ignorare la tendenza di Flynn ad avvalorare le più sgangherate teorie complottiste, come l'insinuazione che Hillary fosse alla guida di un traffico internazionale di prostituzione infantile. Sapere che un generale addetto all'Intelligence crede al cospirazionismo dei dementi da social network avrebbe dovuto suonare sirene d'allarme, ma Trump lo scelse comunque.
E dopo appena 24 giorni dovette licenziarlo, con il pretesto che Flynn aveva mentito al vice presidente Pence sui suoi continui, ripetuti contatti - sempre nascosti - coi russi e con l'ambasciatore Kislyak. Flynn era troppo arrogante, troppo affamato di vendetta per non voler condurre una politica estera in proprio e dimostrare che i suoi nemici, i Clinton, gli Obama, i generaloni, lo avevano sottovalutato. Se avesse fatto tutto questo con l'autorizzazione e la consapevolezza di Donald Trump è la domanda alla quale è appeso il futuro del possibile impeachment del Presidente e alla quale punta l'Inquistore Muller concedendogli, anche per proteggere il figlio, il patteggiamento. Flynn sa. Trump rabbrividisce. La rabbia, come sempre, finisce per divorare se stessa.