Il senato che riscrive le regole
Michele Ainis, di MICHELE AINIS
Grandi riforme con piccole norme. Possibile? A quanto pare sì, ma l'ulteriore paradosso è che l'evento si consuma proprio nel luogo che la Grande Riforma voleva sbaragliare: il Senato. Dov'è in dirittura d'arrivo un'ampia riscrittura del regolamento interno, con l'obiettivo di sconfiggere i due mali della nostra democrazia parlamentare: trasformismo e inefficienza.
Ci si può riuscire, pur senza progettare riforme messianiche della Costituzione, che non è affatto colpevole della crisi che attraversa il Parlamento. E ci si può riuscire anche alla svelta, come dimostra quest'ultima vicenda in Senato. Due terzi della legislatura in corso, durante i governi Letta e Renzi, sono volati via inseguendo riforme costituzionali inafferrabili. Stavolta, viceversa, il presidente Grasso ha presentato un suo "decalogo" il 22 giugno; un gruppo ristretto, composto dai rappresentanti dei maggiori partiti (Pd, 5 Stelle, Lega…
Ci si può riuscire, pur senza progettare riforme messianiche della Costituzione, che non è affatto colpevole della crisi che attraversa il Parlamento. E ci si può riuscire anche alla svelta, come dimostra quest'ultima vicenda in Senato. Due terzi della legislatura in corso, durante i governi Letta e Renzi, sono volati via inseguendo riforme costituzionali inafferrabili. Stavolta, viceversa, il presidente Grasso ha presentato un suo "decalogo" il 22 giugno; un gruppo ristretto, composto dai rappresentanti dei maggiori partiti (Pd, 5 Stelle, Lega…
Grandi riforme con piccole norme. Possibile? A quanto pare sì, ma l'ulteriore paradosso è che l'evento si consuma proprio nel luogo che la Grande Riforma voleva sbaragliare: il Senato. Dov'è in dirittura d'arrivo un'ampia riscrittura del regolamento interno, con l'obiettivo di sconfiggere i due mali della nostra democrazia parlamentare: trasformismo e inefficienza.
Ci si può riuscire, pur senza progettare riforme messianiche della Costituzione, che non è affatto colpevole della crisi che attraversa il Parlamento. E ci si può riuscire anche alla svelta, come dimostra quest'ultima vicenda in Senato. Due terzi della legislatura in corso, durante i governi Letta e Renzi, sono volati via inseguendo riforme costituzionali inafferrabili. Stavolta, viceversa, il presidente Grasso ha presentato un suo "decalogo" il 22 giugno; un gruppo ristretto, composto dai rappresentanti dei maggiori partiti (Pd, 5 Stelle, Lega, Forza Italia), ha articolato la proposta; il 14 novembre la Giunta del Senato l'ha approvata a voti unanimi; sicché adesso la parola spetta all'aula, che potrebbe decidere da domani. Insomma, bersaglio centrato in meno di sei mesi, e con l'estate di mezzo; per essere vecchietti, questi senatori sanno ancora pedalare.
Da qui un mosaico d'interventi per rendere più rapidi e serrati i lavori di palazzo Madama. Sicché addio alla pennichella (d'ora in poi un'unica seduta, senza pause fra mattina e pomeriggio). Stop alla logorrea (dimezzando i tempi di parola: da 20 minuti a 10). Ma soprattutto un nuovo assetto delle competenze fra le commissioni e l'aula, smistando sulle prime (in sede redigente o deliberante) il grosso del lavoro. Significa che l'assemblea si esprimerà soltanto per il voto finale, senza proporre emendamenti; o altrimenti significa che non si esprimerà per nulla, giacché la legge verrà approvata in commissione.
Insomma, un'iniezione d'efficienza aziendale, e dove meno te l'aspetti, fra gli arazzi del Senato. Talvolta troppa, se in nome della modernizzazione s'arriva ad abrogare la consulenza del Cnel, benché sancita dall'articolo 99 della Carta. Però è una buona nuova la corsia preferenziale per le leggi popolari, fin qui destinate a impolverarsi nei cassetti. Ed è un soprassalto di buon senso sbarazzarsi della norma che disciplina l'astensione: al Senato chi s'astiene vota contro. Anche se, con quella regola bislacca, l'astensione di Ponzio Pilato avrebbe salvato dalla croce Gesù Cristo.
Ma due millenni dopo è in croce il Parlamento. Crocifisso dall'opinione pubblica, dallo sdegno popolare che s'alza contro lo spettacolo dei cambi di casacca: oltre 500, un record. Per metterci rimedio, la riforma vieta di costituire nuovi gruppi a legislatura in corso; semaforo rosso, dunque, per gli emuli di Alfano o di Bersani. E per sovrapprezzo lo scissionista perde i gradi (se li ha) di vicepresidente e segretario d'aula. Misure draconiane, che tuttavia non si giustificano soltanto in nome della lotta al trasformismo. Giacché la frammentazione danneggia pure l'efficienza: meno gruppi parlamentari (c'è anche l'abolizione di ogni deroga al numero minimo di 10 senatori) significa discussioni più concise e più ordinate. Nella XV legislatura, in piena età maggioritaria, vennero costituiti 14 gruppi alla Camera e 11 al Senato; nella XVIII, che ci restituirà il proporzionale, dovremmo armarci d'un pallottoliere.
Domanda: ma allora perché alla Camera non si è fatto altrettanto? Dopotutto, le forze politiche che adesso marciano concordi sul nuovo regolamento del Senato sono le stesse che tre anni fa spinsero alla deriva la riforma avviata da Laura Boldrini, con la scusa d'attendere la Grande riforma costituzionale; e a Montecitorio stanno ancora aspettando. Un altro paradosso, che a sua volta illumina quell'elemento irrazionale di cui è intessuta, in Italia, la politica. Ma il paradosso più paradossale sarebbe strangolare in culla la creatura, magari in odio a Grasso, ormai un concorrente alle prossime elezioni. Perché in questo caso verrebbe consumato un omicidio, ma al contempo un suicidio collettivo.
Ci si può riuscire, pur senza progettare riforme messianiche della Costituzione, che non è affatto colpevole della crisi che attraversa il Parlamento. E ci si può riuscire anche alla svelta, come dimostra quest'ultima vicenda in Senato. Due terzi della legislatura in corso, durante i governi Letta e Renzi, sono volati via inseguendo riforme costituzionali inafferrabili. Stavolta, viceversa, il presidente Grasso ha presentato un suo "decalogo" il 22 giugno; un gruppo ristretto, composto dai rappresentanti dei maggiori partiti (Pd, 5 Stelle, Lega, Forza Italia), ha articolato la proposta; il 14 novembre la Giunta del Senato l'ha approvata a voti unanimi; sicché adesso la parola spetta all'aula, che potrebbe decidere da domani. Insomma, bersaglio centrato in meno di sei mesi, e con l'estate di mezzo; per essere vecchietti, questi senatori sanno ancora pedalare.
Da qui un mosaico d'interventi per rendere più rapidi e serrati i lavori di palazzo Madama. Sicché addio alla pennichella (d'ora in poi un'unica seduta, senza pause fra mattina e pomeriggio). Stop alla logorrea (dimezzando i tempi di parola: da 20 minuti a 10). Ma soprattutto un nuovo assetto delle competenze fra le commissioni e l'aula, smistando sulle prime (in sede redigente o deliberante) il grosso del lavoro. Significa che l'assemblea si esprimerà soltanto per il voto finale, senza proporre emendamenti; o altrimenti significa che non si esprimerà per nulla, giacché la legge verrà approvata in commissione.
Insomma, un'iniezione d'efficienza aziendale, e dove meno te l'aspetti, fra gli arazzi del Senato. Talvolta troppa, se in nome della modernizzazione s'arriva ad abrogare la consulenza del Cnel, benché sancita dall'articolo 99 della Carta. Però è una buona nuova la corsia preferenziale per le leggi popolari, fin qui destinate a impolverarsi nei cassetti. Ed è un soprassalto di buon senso sbarazzarsi della norma che disciplina l'astensione: al Senato chi s'astiene vota contro. Anche se, con quella regola bislacca, l'astensione di Ponzio Pilato avrebbe salvato dalla croce Gesù Cristo.
Ma due millenni dopo è in croce il Parlamento. Crocifisso dall'opinione pubblica, dallo sdegno popolare che s'alza contro lo spettacolo dei cambi di casacca: oltre 500, un record. Per metterci rimedio, la riforma vieta di costituire nuovi gruppi a legislatura in corso; semaforo rosso, dunque, per gli emuli di Alfano o di Bersani. E per sovrapprezzo lo scissionista perde i gradi (se li ha) di vicepresidente e segretario d'aula. Misure draconiane, che tuttavia non si giustificano soltanto in nome della lotta al trasformismo. Giacché la frammentazione danneggia pure l'efficienza: meno gruppi parlamentari (c'è anche l'abolizione di ogni deroga al numero minimo di 10 senatori) significa discussioni più concise e più ordinate. Nella XV legislatura, in piena età maggioritaria, vennero costituiti 14 gruppi alla Camera e 11 al Senato; nella XVIII, che ci restituirà il proporzionale, dovremmo armarci d'un pallottoliere.
Domanda: ma allora perché alla Camera non si è fatto altrettanto? Dopotutto, le forze politiche che adesso marciano concordi sul nuovo regolamento del Senato sono le stesse che tre anni fa spinsero alla deriva la riforma avviata da Laura Boldrini, con la scusa d'attendere la Grande riforma costituzionale; e a Montecitorio stanno ancora aspettando. Un altro paradosso, che a sua volta illumina quell'elemento irrazionale di cui è intessuta, in Italia, la politica. Ma il paradosso più paradossale sarebbe strangolare in culla la creatura, magari in odio a Grasso, ormai un concorrente alle prossime elezioni. Perché in questo caso verrebbe consumato un omicidio, ma al contempo un suicidio collettivo.