La strada dell’Ue passa da Berlino
Massimo Riva, di MASSIMO RIVA
Da un'Unione insofferente per il potere decisionale conquistato sul campo da Berlino eccoci oggi dinanzi a un'Unione attonita e sconcertata dalla paralisi politica che affligge la grande Germania. Chi ha nel cuore e nella mente lo storico obiettivo europeo non nutre certo ragioni di sconforto per il fallimento del tentativo di formare la cosiddetta coalizione Giamaica al Bundestag. Soprattutto perché la componente liberale di quella mancata intesa non faceva mistero di voler imporre verso l'Europa una politica ancora più ristretta a una visione meramente contabile del percorso continentale. Ma non è che, scongiurato questo pericolo, la situazione si presenti meno allarmante perché la Germania resta il pilastro fondante della costruzione europea. Se anche a Berlino logiche anguste di politica domestica prendono il sopravvento - come già accade in alcuni Paesi dell'Est e perfino in Italia - il rischio di un generale "rompete le rig…
Da un'Unione insofferente per il potere decisionale conquistato sul campo da Berlino eccoci oggi dinanzi a un'Unione attonita e sconcertata dalla paralisi politica che affligge la grande Germania. Chi ha nel cuore e nella mente lo storico obiettivo europeo non nutre certo ragioni di sconforto per il fallimento del tentativo di formare la cosiddetta coalizione Giamaica al Bundestag. Soprattutto perché la componente liberale di quella mancata intesa non faceva mistero di voler imporre verso l'Europa una politica ancora più ristretta a una visione meramente contabile del percorso continentale. Ma non è che, scongiurato questo pericolo, la situazione si presenti meno allarmante perché la Germania resta il pilastro fondante della costruzione europea. Se anche a Berlino logiche anguste di politica domestica prendono il sopravvento - come già accade in alcuni Paesi dell'Est e perfino in Italia - il rischio di un generale "rompete le righe" si fa più che concreto.
Ben consapevole del ruolo del suo Paese, il più sincero europeista della recente storia tedesca, l'ex cancelliere Helmut Schmidt, diceva: "In nessun caso la Germania dovrà essere causa del decadimento o crollo del grande progetto europeo. Questo non potrà e non dovrà venire da noi". Non può dirsi che queste parole abbiano lasciato molte tracce nella politica seguita in questi anni da Angela Merkel, ma è un fatto che neppure i socialdemocratici eredi di Schmidt hanno saputo ispirare al suo monito la loro presenza nel governo di grande coalizione.
Ora al nuovo leader della Spd, Martin Schulz, si apre l'opportunità di riscattare il grigiore subalterno del quale è stato prigioniero il suo partito nell'ultima esperienza di governo. La sua prima reazione, dopo la batosta elettorale nel voto di settembre, non è stata incoraggiante: la Spd va all'opposizione, si arrangino gli altri a fare un governo. Una sindrome questa assai diffusa - Italia docet - nella sinistra europea che, pur di non affrontare realtà scomode, preferisce lasciare il campo in balia di quelle forze politiche che perseguono scelte e programmi ancor più dannosi per quegli interessi sociali che si dice di voler difendere. Ora, però,
la provvidenziale rottura fra Merkel e i liberali - che taluno ritiene sottilmente architettata dalla stessa cancelliera - ha riportato la socialdemocrazia tedesca dinanzi a un nuovo dilemma quanto ad assunzione di responsabilità.
Nei suoi anni di presidenza del Parlamento di Strasburgo, Martin Schulz ha dimostrato di possedere grande consapevolezza della necessità storica di portare a compimento il disegno europeo. Più volte spingendosi fino a entrare in aperto conflitto con il governo del suo Paese sul nodo cruciale dell'austerità contabile. L'esito elettorale gli ha precluso di proseguire da cancelliere la sua battaglia per il consolidamento dell'Unione. Ora
le circostanze gli offrono comunque l'eccellente possibilità di condizionare dal governo la politica europea del suo Paese e perfino con maggior forza che da Strasburgo. Uno statista della caratura di Helmut Schmidt
non avrebbe dubbi, ma l'ex cancelliere - per dirla con Max Weber - guardava all'Europa "als Beruf", come vocazione. Oggi anche nella politica tedesca non abbondano i protagonisti capaci di coniugare al meglio l'etica della convinzione con quella della responsabilità.
Ben consapevole del ruolo del suo Paese, il più sincero europeista della recente storia tedesca, l'ex cancelliere Helmut Schmidt, diceva: "In nessun caso la Germania dovrà essere causa del decadimento o crollo del grande progetto europeo. Questo non potrà e non dovrà venire da noi". Non può dirsi che queste parole abbiano lasciato molte tracce nella politica seguita in questi anni da Angela Merkel, ma è un fatto che neppure i socialdemocratici eredi di Schmidt hanno saputo ispirare al suo monito la loro presenza nel governo di grande coalizione.
Ora al nuovo leader della Spd, Martin Schulz, si apre l'opportunità di riscattare il grigiore subalterno del quale è stato prigioniero il suo partito nell'ultima esperienza di governo. La sua prima reazione, dopo la batosta elettorale nel voto di settembre, non è stata incoraggiante: la Spd va all'opposizione, si arrangino gli altri a fare un governo. Una sindrome questa assai diffusa - Italia docet - nella sinistra europea che, pur di non affrontare realtà scomode, preferisce lasciare il campo in balia di quelle forze politiche che perseguono scelte e programmi ancor più dannosi per quegli interessi sociali che si dice di voler difendere. Ora, però,
la provvidenziale rottura fra Merkel e i liberali - che taluno ritiene sottilmente architettata dalla stessa cancelliera - ha riportato la socialdemocrazia tedesca dinanzi a un nuovo dilemma quanto ad assunzione di responsabilità.
Nei suoi anni di presidenza del Parlamento di Strasburgo, Martin Schulz ha dimostrato di possedere grande consapevolezza della necessità storica di portare a compimento il disegno europeo. Più volte spingendosi fino a entrare in aperto conflitto con il governo del suo Paese sul nodo cruciale dell'austerità contabile. L'esito elettorale gli ha precluso di proseguire da cancelliere la sua battaglia per il consolidamento dell'Unione. Ora
le circostanze gli offrono comunque l'eccellente possibilità di condizionare dal governo la politica europea del suo Paese e perfino con maggior forza che da Strasburgo. Uno statista della caratura di Helmut Schmidt
non avrebbe dubbi, ma l'ex cancelliere - per dirla con Max Weber - guardava all'Europa "als Beruf", come vocazione. Oggi anche nella politica tedesca non abbondano i protagonisti capaci di coniugare al meglio l'etica della convinzione con quella della responsabilità.