Il Comitato olimpico e la rabbia di Putin
Paolo Garimberti, di PAOLO GARIMBERTILa sanzione sui Giochi invernali ha colpito la Russia ma non ha affondato il Cremlino: lo ha reso più pericoloso
Le Olimpiadi invernali di Sochi, nel 2014, dovevano rappresentare il punto più alto della lenta risalita della Russia nella graduatoria delle potenze mondiali dopo la lunga agonia dei primi anni post-sovietici. L'investimento finanziario era stato gigantesco, le opere urbanistiche faraoniche: una versione moderna, da offrire in mondovisione, di "villaggio Potëmkin", come quelli che l'omonimo principe fece costruire per compiacere Caterina II durante il viaggio in Crimea del 1787, una sorta di anticipazione delle fake news in cui la Russia si sarebbe poi specializzata nel secolo di internet. E il grande rilancio, nel mito nostalgico dell'Urss, avrebbe dovuto completarsi con i Mondiali di calcio del 2018, che non a caso hanno come immagine-simbolo quella di Lev Jashin, l'unico portiere che ha vinto il Pallone d'oro, con falce e martello sulla maglia nera della Nazionale.
Invece Sochi 2014, con le devastanti rivelazioni sul doping di Stato,…
Invece Sochi 2014, con le devastanti rivelazioni sul doping di Stato,…
Le Olimpiadi invernali di Sochi, nel 2014, dovevano rappresentare il punto più alto della lenta risalita della Russia nella graduatoria delle potenze mondiali dopo la lunga agonia dei primi anni post-sovietici. L'investimento finanziario era stato gigantesco, le opere urbanistiche faraoniche: una versione moderna, da offrire in mondovisione, di "villaggio Potëmkin", come quelli che l'omonimo principe fece costruire per compiacere Caterina II durante il viaggio in Crimea del 1787, una sorta di anticipazione delle fake news in cui la Russia si sarebbe poi specializzata nel secolo di internet. E il grande rilancio, nel mito nostalgico dell'Urss, avrebbe dovuto completarsi con i Mondiali di calcio del 2018, che non a caso hanno come immagine-simbolo quella di Lev Jashin, l'unico portiere che ha vinto il Pallone d'oro, con falce e martello sulla maglia nera della Nazionale.
Invece Sochi 2014, con le devastanti rivelazioni sul doping di Stato, è stata la palla di neve che si è ingrossata in una valanga di falsità: dallo sport alla politica (gli "uomini in verde", che hanno attaccato l'Ucraina e annesso la Crimea, e poi gli "aiuti umanitari" alla Siria per salvare Assad), dalla creazione e propagazione di fake news (che hanno investito le elezioni Usa, ma non solo, anche quelle francesi e forse perfino la Brexit) per finire con le stesse finanze personali di Putin, di cui i Panama Papers hanno illuminato i lati oscuri con un meccanismo di prestanomi che hanno fatto muovere a favore del presidente un patrimonio di oltre due miliardi di euro. Con disprezzo per la trasparenza, ma perfino per l'evidenza: in questo sì che le "fabbriche dei trolls" russe hanno eguagliato, se non addirittura superato, l'arte sovietica della "dizinformatsija", di cui il Kgb, culla di Putin, era l'interprete più raffinato.
Questa valanga di falsità ha sommerso l'immagine della Russia, ne ha distrutto la reputazione internazionale svelandone la natura "dopata": proprio come i villaggi di cartapesta che il principe Grigorij Potëmkin amava costruire. Ma non ha intaccato il potere di Putin. Sono due cose diverse. Non è casuale che abbia annunciato proprio ieri, il giorno dopo la scomunica del Cio, la sua candidatura alle presidenziali dell'anno prossimo scegliendo un'ambientazione nostalgica (dell'Urss, ovviamente): un discorso agli operai di una fabbrica di automobili a Nizhny Novgorod. E in nessuno dei due interventi pubblici di ieri ha fatto menzione dell'esclusione della Russia dai Giochi di PyeongChang. Il suo messaggio è una sfida al mondo: in casa mia sono forte e dovrete fare i conti con me ancora a lungo.
Una sfida che piace ai russi. Ne eccita il senso patriottico, esalta quella resilienza che ha sempre marcato i momenti più difficili della loro storia. È la leva che Putin ha usato da quando è salito al Cremlino all'inizio del secolo. Secondo un sondaggio dell'istituto Levada sulle intenzioni di voto, prima che il presidente annunciasse la candidatura (peraltro scontatissima), Putin ha avuto ben oltre il 50 per cento di preferenze. Quello che troppo frettolosamente è stato dipinto come il suo principale rivale, Aleksej Navalny, è addirittura terzo, sotto il 5 per cento, dopo Vladimir Zhirinovsky e appena prima di Gennadij Zyganov, due vecchi arnesi sopravissuti all'epoca sovietica. Gli altri sfidanti si possono considerare dei "Potëmkin elettorali", che servono a fingere un pluralismo inesistente. A cominciare da quella che sembrerebbe la più intrigante: Ksenja Sobchak, che da star della tv e regina del "gossip" ha scoperto una sospetta vocazione politica. Il padre, ex sindaco di San Pietroburgo, è il padrino politico di Putin e molti pensano che la candidatura sia stata concordata con il Cremlino.
La sanzione del Cio ha colpito la Russia, ma non ha affondato Putin. Anzi lo ha reso più rabbioso, più infido. Dunque più pericoloso. Sulla scena internazionale l'unico che può tenergli testa (anche perché sono speculari, nel calcio si direbbe che "giocano a specchio") è Xi Jinping, il più potente leader cinese dai tempi di Mao. Così come Putin è per i russi il più potente leader dopo Stalin: infatti sempre più spesso lo chiamano "vozhd", che si potrebbe tradurre duce per rendere l'idea. Appellativo che era stato usato solo per Stalin. Dopo che aveva sconfitto gli invasori nazisti.
Invece Sochi 2014, con le devastanti rivelazioni sul doping di Stato, è stata la palla di neve che si è ingrossata in una valanga di falsità: dallo sport alla politica (gli "uomini in verde", che hanno attaccato l'Ucraina e annesso la Crimea, e poi gli "aiuti umanitari" alla Siria per salvare Assad), dalla creazione e propagazione di fake news (che hanno investito le elezioni Usa, ma non solo, anche quelle francesi e forse perfino la Brexit) per finire con le stesse finanze personali di Putin, di cui i Panama Papers hanno illuminato i lati oscuri con un meccanismo di prestanomi che hanno fatto muovere a favore del presidente un patrimonio di oltre due miliardi di euro. Con disprezzo per la trasparenza, ma perfino per l'evidenza: in questo sì che le "fabbriche dei trolls" russe hanno eguagliato, se non addirittura superato, l'arte sovietica della "dizinformatsija", di cui il Kgb, culla di Putin, era l'interprete più raffinato.
Questa valanga di falsità ha sommerso l'immagine della Russia, ne ha distrutto la reputazione internazionale svelandone la natura "dopata": proprio come i villaggi di cartapesta che il principe Grigorij Potëmkin amava costruire. Ma non ha intaccato il potere di Putin. Sono due cose diverse. Non è casuale che abbia annunciato proprio ieri, il giorno dopo la scomunica del Cio, la sua candidatura alle presidenziali dell'anno prossimo scegliendo un'ambientazione nostalgica (dell'Urss, ovviamente): un discorso agli operai di una fabbrica di automobili a Nizhny Novgorod. E in nessuno dei due interventi pubblici di ieri ha fatto menzione dell'esclusione della Russia dai Giochi di PyeongChang. Il suo messaggio è una sfida al mondo: in casa mia sono forte e dovrete fare i conti con me ancora a lungo.
Una sfida che piace ai russi. Ne eccita il senso patriottico, esalta quella resilienza che ha sempre marcato i momenti più difficili della loro storia. È la leva che Putin ha usato da quando è salito al Cremlino all'inizio del secolo. Secondo un sondaggio dell'istituto Levada sulle intenzioni di voto, prima che il presidente annunciasse la candidatura (peraltro scontatissima), Putin ha avuto ben oltre il 50 per cento di preferenze. Quello che troppo frettolosamente è stato dipinto come il suo principale rivale, Aleksej Navalny, è addirittura terzo, sotto il 5 per cento, dopo Vladimir Zhirinovsky e appena prima di Gennadij Zyganov, due vecchi arnesi sopravissuti all'epoca sovietica. Gli altri sfidanti si possono considerare dei "Potëmkin elettorali", che servono a fingere un pluralismo inesistente. A cominciare da quella che sembrerebbe la più intrigante: Ksenja Sobchak, che da star della tv e regina del "gossip" ha scoperto una sospetta vocazione politica. Il padre, ex sindaco di San Pietroburgo, è il padrino politico di Putin e molti pensano che la candidatura sia stata concordata con il Cremlino.
La sanzione del Cio ha colpito la Russia, ma non ha affondato Putin. Anzi lo ha reso più rabbioso, più infido. Dunque più pericoloso. Sulla scena internazionale l'unico che può tenergli testa (anche perché sono speculari, nel calcio si direbbe che "giocano a specchio") è Xi Jinping, il più potente leader cinese dai tempi di Mao. Così come Putin è per i russi il più potente leader dopo Stalin: infatti sempre più spesso lo chiamano "vozhd", che si potrebbe tradurre duce per rendere l'idea. Appellativo che era stato usato solo per Stalin. Dopo che aveva sconfitto gli invasori nazisti.