Daniele Mastrogiacomo, Roberto Saviano, di ROBERTO SAVIANO. FOTOGRAFIE DI GIULIA IACOLUTTI/PROSPEKT
Erano 43 ragazzi messicani che studiavano per diventare insegnanti. Sono stati portati via dalla polizia dopo una manifestazione. E sono spariti nel nulla. Ma la mobilitazione popolare ha costretto il governo federale a intervenire. Offrendo una ricostruzione terribile: gli agenti li hanno consegnati ai narcos, che li hanno uccisi e hanno bruciato i corpi. Perché quei giovani volevano cambiare il Messico con la forza delle idee
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Erano ragazzi che volevano diventare insegnanti, studenti di una scuola nata nel solco delle rivoluzioni per educare a cambiare il mondo con le idee. Sono partiti per partecipare a una manifestazione, invocando regole più giuste per l’accesso alla professione di maestro. Ma 43 di loro non sono mai tornati a casa. La polizia ha sparato sul corteo, uccidendo e ferendo. Poi, quando tutto era finito, gli agenti hanno bloccato i loro autobus. Li hanno fatti salire sulle vetture della polizia e sono scomparsi nel nulla. Ma il Messico per la prima volta non si è arreso. Tutto il Paese si è mobilitato, chiedendo la verità sulla sorte di quei 43 ragazzi. Il governo federale è stato costretto a intervenire, svelando una rete di corruzione che univa politici, forze dell’ordine e narcos. Fornendo una ricostruzione atroce sul destino di quei giovani, consegnati dalla polizia ai sicari del cartello, massacrati e bruciati fino a distruggere ogni traccia…
Erano ragazzi che volevano diventare insegnanti, studenti di una scuola nata nel solco delle rivoluzioni per educare a cambiare il mondo con le idee. Sono partiti per partecipare a una manifestazione, invocando regole più giuste per l’accesso alla professione di maestro. Ma 43 di loro non sono mai tornati a casa. La polizia ha sparato sul corteo, uccidendo e ferendo. Poi, quando tutto era finito, gli agenti hanno bloccato i loro autobus. Li hanno fatti salire sulle vetture della polizia e sono scomparsi nel nulla. Ma il Messico per la prima volta non si è arreso. Tutto il Paese si è mobilitato, chiedendo la verità sulla sorte di quei 43 ragazzi. Il governo federale è stato costretto a intervenire, svelando una rete di corruzione che univa politici, forze dell’ordine e narcos. Fornendo una ricostruzione atroce sul destino di quei giovani, consegnati dalla polizia ai sicari del cartello, massacrati e bruciati fino a distruggere ogni traccia. Non sono riusciti però a cancellare la sete di giustizia. Quei 43 studenti sono diventati un simbolo, anzi il simbolo della rivolta morale in Messico. Contro la grande mattanza che ha sterminato 200mila persone, stritolate nella guerra tra i cartelli per il dominio delle rotte della droga, contro la corruzione delle autorità, contro il silenzio impotente e spesso connivente dello Stato centrale. In questo abisso di orrore, quei ragazzi che credevano nella forza delle idee e difendevano i loro diritti erano una minaccia per tutti.
(Daniele Mastrogiacomo)
di Roberto Saviano
Cosa succederebbe se 43 ragazzi italiani scomparissero all’improvviso, in massa, dalla loro scuola? Cosa succederebbe se pochi giorni dopo la loro scomparsa venissero scoperte delle fosse comuni con corpi che potrebbero essere i loro ma che sono talmente poco riconoscibili che più équipe devono essere ingaggiate per effettuare i test del Dna? Lo so, sembra irreale, come se si trattasse della trama di un film dell’orrore. Pare di essere di fronte a una di quelle storie che girano su internet nel periodo di Halloween, raccontate per fare paura, come quelle che mettono in guardia da non camminare mai sulle grate dei tombini perché ad un certo minuto della giornata cedono e inghiottiscono ogni ignaro passante gettandolo in una dimensione parallela. Ecco, apparirebbe come una leggenda che di bocca in bocca si gonfia e prende colore, dettagli, iperboli al correre delle voci. Certo: 43 studenti scomparsi e i media trattano la notizia al pari di una leggenda metropolitana, come se non fosse accaduta. Come escrescenza di una fantasia buona tutt’al più per imbastire una fiction artigianale, una versione allargata del Blair Witch Project con i ragazzi dissolti nel bosco delle streghe.
Sedie accatastate in una classe della scuola Normal Rural “Isidro Burgos” di Ayotzinapa, l’istituto frequentato dai 43 ragazzi
Eppure quello che è avvenuto a Iguala non è leggenda, è solo una delle tante atrocità che avrebbero dovuto spingere il mondo ad aprire gli occhi sulla voragine di terrore che continua a inghiottire il Messico: in dieci anni sono state assassinate 200 mila persone. Numeri da genocidio, che nessuno vuole vedere mentre la catasta di vittime cresce sempre, mese dopo mese, bruciando nuovi primati macabri. L’ultimo bilancio ufficiale risale a giugno, con 2234 omicidi registrati in soli trenta giorni: nel primo semestre del 2017 i morti sono stati 12.155, un terzo in più dell’anno precedente. Di questa ecatombe Iguala rappresenta il punto più basso, quello che ha scosso le coscienze di un Paese assopito dalla banalità della strage provocando un urlo collettivo, tanto forte da rompere il muro del silenzio ma senza riuscire a strappare una verità sulla sorte dei 43 studenti spariti nel nulla.
Una manifestazione a Chilpalcingo, capitale del Guerrero
La Escuela Normal Rural Isidro Burgos di Ayotzinapa nello Stato di Guerrero, in Messico, è una scuola per diventare insegnanti elementari frequentata principalmente da figli di famiglie umili in una delle zone meno sviluppate e meno istruite del Paese, dove i livelli di alfabetizzazione sono bassissimi e l’unica risorsa restano i campi. La prima economia è la coltivazione di marijuana, di papavero da oppio e la raffinazione della droga, attività che arricchiscono i narcos, non i contadini. La Escuela Normal è un istituto povero, con pochi fondi, con le aule che cadono a pezzi. Porta il nome di un poeta ed educatore, che credeva nella riforma agraria e nella cultura come strumento per la rinascita della nazione. Da sempre è fucina di movimenti sociali di sinistra, di attivisti, di rivoluzionari. Sul muro di cinta murales colorati ritraggono i combattenti per il popolo, dal Pancho Villa al Che, dal Comandante Zero a Leila Khaled: “Protestare è un diritto, la repressione è un delitto”. Qui si formano giovani messicani che, pur non avendo le possibilità economiche, sognano di cambiare il loro Paese con i loro ideali, con il loro impegno, con il loro studio. Una spina nel fianco del governo locale, che in passato non ha frenato la forza per stroncare le loro manifestazioni: il 12 dicembre 2011 nella capitale di Guerrero vi fu uno scontro tra allievi della Escuela Normal e la Polizia che procurò la morte di due studenti. Ma anche questa è una storia di cui difficilmente avrete sentito parlare perché il dramma di queste terre non interessa e tutto rimane sepolto nelle cronache locali.
Una ragazza con la scritta '43' sul volto per ricordare i ragazzi scomparsi
Tre anni fa, il 26 settembre 2014, più di 100 studenti della Escuela Normal partono dal loro villaggio verso Iguala, un viaggio di circa due ore per partecipare alla protesta contro i metodi di finanziamento e di assunzione dei maestri da parte del governo, che a loro dire sono discriminatori perché favorirebbero gli specializzandi e i neo-insegnanti delle aree urbane, sfavorendo quelli provenienti dalle zone rurali proprio come loro. Campagna contro città, contadini contro borghesi, una frattura antica della vita messicana mai risolta dai tempi delle rivolte ottocentesche. Quei ragazzi vogliono far sentire la loro voce, vogliono essere ascoltati. Ma non solo: la manifestazione sarà l’occasione per raccogliere fondi per la scuola e per pagare la loro presenza alla marcia commemorativa del 2 ottobre a Città del Messico, dove il 2 ottobre 1968 circa 300 studenti dissidenti erano stati uccisi poco prima dell’inaugurazione delle Olimpiadi dalla polizia e dall’esercito, che soffocarono con le pallottole la protesta.
Ma quel 26 settembre è una giornata speciale.
Una madre con un manifesto con il volto del figlio durante una manifestazione a Città del Messico
A Iguala è prevista anche la conferenza annuale di María de los Ángeles Pineda Villa, moglie del sindaco della città, José Luis Abarca Velázquez, e presidentessa locale dell’associazione messicana per lo sviluppo e la tutela della famiglia.
Gli Abarca sono una coppia particolare. La moglie del sindaco è la sorella di due ex narcos del cartello dei Beltrán Leyva, un cartello che negli ultimi tempi ha perso potere e si è scisso in diverse fazioni. Grazie ai legami della sua signora con il narcotraffico, il primo cittadino è stato prestanome e riciclatore di denaro per i Beltran Leyva, accumulando così negli anni una fortuna economica considerevole. A Iguala Abarca e la sua giovane moglie sono conosciuti come “la Coppia Imperiale” e per quella giornata speciale non hanno lesinato spese. Dopo la conferenza è prevista una fiesta suntuosa nella loro residenza, una dimora il cui lusso stride con la povertà delle aule. È l’evento per lanciare María de los Ángeles Pineda Villa come futuro sindaco di Iguala, l’esordio di un campagna elettorale che non deve conoscere ostacoli e che non può essere turbata dalla marcia degli allievi rurali. Appena comincia il corteo, partono gli scontri e la polizia apre il fuoco. Si spara ad altezza d’uomo. A terra restano tre studenti e tre passanti, finiti per caso sotto i colpi, mentre altre 40 persone vengono ferite. Quando tacciono le armi, scatta un grande rastrellamento perché le autorità vogliono essere certe che la serata elettorale non venga disturbata. Gli agenti fermano due autobus requisiti dagli studenti (una pratica utilizzata in altre occasioni da quella ed altre scuole in Messico), prelevano i ragazzi e li obbligano a salire sui mezzi della polizia.
Una manifestazione a Città del Messico. I manifestanti chiedono le dimissioni di Enrique Pea Nieto
Quella sera 43 degli allievi della Escuela Normal non fanno ritorno a casa. Le famiglie li cercano, chiedono a tutti. Il sindaco e la moglie dicono di non sapere nulla né della sparatoria né della scomparsa degli studenti: erano alla conferenza e poi alla festa. Poi nel giro di un paio di giorni lui e la sua famiglia si rendono irreperibili, o meglio “latitanti”. Non sono i soli a scappare: anche il direttore della Pubblica Sicurezza di Iguala Felipe Flores Velásquez (nonché cugino del sindaco Abarca), su cui pende un mandato di comparizione, non si fa trovare. Questa sarebbe potuta finire come una delle tante storie irrisolte di desaparecidos che sono frequenti in un Paese messo in ginocchio dai cartelli della droga, ma questa volta l’indignazione arriva proprio da quel Messico piegato, spaventato e terrorizzato.
Arriva dalla gente comune che non ci sta a farsi schiacciare per l’ennesima volta da narcos e autorità corrotte, che non accetta un altro capitolo storia di ingiustizia e impunità, che non può sopportare che 43 studenti spariscano senza motivo e di loro non se ne sappia più nulla. Decine di migliaia di persone cominciano a manifestare, giorno dopo giorno, a Città del Messico, a mostrare le foto degli studenti scomparsi, a tappezzare i muri con la frase “Vivi li hanno portati via, vivi li rivogliamo!”.
È subito chiaro che le autorità e le forze di polizia sono coinvolte nel rapimento. È talmente chiaro a tutti che, quando a metà ottobre viene arrestato il narco Sidronio Casarrubias Salgado, leader della banda dei “Guerreros Unidos”, che controlla la zona di Iguala (disputandosi il territorio con la banda Los Rojos), le sue rivelazioni per quanto agghiaccianti non stupiscono più di tanto i messicani: è stato il sindaco a ordinare alla polizia locale di consegnare gli studenti ai narcos perché gli dessero una lezione. L’ipotesi purtroppo è tutt’altro che improbabile, tutt’altro che assurda: le autorità possono aver fatto credere ai narcos che tra quegli studenti ci fossero militanti di gruppi rivali; o semplicemente quei giovani contestatori danno fastidio alle autorità tanto quanto ai narcos, che non vogliono che la loro autorità de facto venga messa in discussione da un gruppo di rivoluzionari idealisti, non vogliono che l’ordine venga messo in discussione. Ne andrebbe dei loro affari e del loro potere sulla zona, e questo non possono permetterlo.
Una marcia di protesta a città del Messico
Più i giorni passano più a orrore si aggiunge orrore. Il 5 ottobre, in un villaggio chiamato Pueblo Viejo, a pochi chilometri da Iguala, vengono ritrovate delle fosse comuni con 28 cadaveri, torturati e carbonizzati, così malridotti che sono necessari test del Dna condotti da varie équipe messicane e straniere per stabilirne l’identità. C’è chi pensa, per via della vicinanza al luogo della sparizione, che si tratti proprio degli studenti della Escuela Normal, ma la Procura è scettica fin dall’inizio, non crede possano essere loro. E se non si tratta di loro significa che ci sono altri 28 esseri umani trucidati senza nome, di cui non si sa nulla, e che forse nessuno stava cercando.
I test confermeranno che non sono i corpi degli studenti scomparsi. Ma nel frattempo le ricerche si allargano e fanno emergere una realtà sconvolgente: nel circondario di Iguala vengono scoperte altre quattro fosse comuni, altri cadaveri di cui non si conosce l’identità, decine di vite dissolte nel disinteresse totale. In quel territorio, nello Stato di Guerrero, in media vengono ammazzate sei persone al giorno e le statistiche segnalano un record annuale di 61 omicidi ogni 100 mila abitanti tanto che i dipendenti dell’obitorio non hanno più neppure i guanti per raccogliere i cadaveri ed hanno esaurito i moduli per schedare i cadaveri.
Quei 43 ragazzi finiti nel nulla però sono un orrore che il Messico non è disposto ad accettare. Il Paese si riempie di cartelli gialli con i loro nomi, le foto dei loro volti sono dovunque, esposte da una marea umana che anima marce e fiaccolate sotto i palazzi del potere. Testimonianze silenziose che fanno un rumore mai sentito prima e mettono sotto pressione le autorità federali. Il 4 novembre la “coppia imperiale” viene arrestata dalla Polizia federale non lontano da Città del Messico, in una casa abbandonata. Il sindaco e la moglie erano seduti e vestiti elegantemente, come se stessero aspettando gli agenti (e probabilmente lo stavano facendo). Oltre a loro sono finite in cella 56 persone, poliziotti locali e membri del cartello dominante.
I manifestanti a Città del Messico passano davanti al monumento della Rivoluzione
La retata non sopisce il sollevamento popolare, anzi si moltiplicano i manifesti che invocano: “Vivi li hanno portati via e vivi li rivogliamo”. La speranza però subisce un duro colpo con la conferenza stampa della procura generale messicana. Il 7 novembre i magistrati presentano le rivelazioni di tre degli arrestati, tre sicari del gruppo Guerreros Unidos che descrivono l’uccisione dei 43 studenti con dettagli spaventosi. Sostengono che la polizia locale li ha fermati proprio perché temeva volessero interrompere la festa della “coppia imperiale”. Poi gli agenti li hanno consegnati ai Guerreros, che per un errore o forse perché ingannati dalla polizia, erano convinti che tra di loro ci fossero membri della banda rivale Los Rojos. I narcos li hanno accatastati in due furgoni, spediti con un lungo viaggio fino alla discarica di Cocula. Pensate: in più di quaranta chiusi dentro due van di pochi metri. Quando sono arrivati, una quindicina di loro erano già morti di asfissia. Quelli ancora vivi, sono stati giustiziati e gettati nella parte più bassa della discarica. Poi sono stati coperti di benzina e gli è stato dato fuoco per cancellare ogni traccia dei corpi.
Quando la cenere si fu raffreddata, le ossa rimaste furono frantumate e raccolte in sacchi per l’immondizia. Ottanta sacchi trovati nel fiume San Juan. Sacchi che ora saranno analizzati, anche se sarà difficile, dato il loro stato, ricavarne prove utili.
Questa la versione fornita dal governo messicano, la “verità storica” utilizzando le parole dell’allora procuratore generale della Repubblica Jesús Murillo Karam, a cui però i genitori dei 43 ragazzi non hanno creduto, perché ormai non si fidavano più. Volevano aspettare i riscontri dei periti indipendenti, cioè dell’Interdisciplinary Group of Independent Experts (GIEI) nominato dalla Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani (IACHR). Dopo oltre un anno e mezzo di inchiesta, il 24 maggio 2016 il gruppo di esperti è arrivato alla conclusione che l’inchiesta governativa presentasse molte falle, che le prove fornite non fossero sufficienti a supportare quella era stata definita senza alcun dubbio “verità storica”, ipotizzando persino che anche quelle prove fossero state manomesse. Il comitato, inoltre, denunciava una mancanza di cooperazione da parte del governo durante la propria inchiesta.
L’unica certezza è arrivata da molto lontano: gli specialisti dell’università di Innsbruck hanno identificato il dna di due dei ragazzi, per tutti gli altri non è stato possibile nemmeno questo. Il caso della sparizione di Iguala è stato talmente eclatante che neanche la comunità internazionale, di solito poco attenta alla questione messicana, ha potuto far finta di nulla. Le manifestazioni e gli appelli al governo di Peña Nieto si sono moltiplicati in tutto il mondo, ma per ora quelle risposte esaustive non sono ancora arrivate. È questo lo stato di diritto di cui si vantava il presidente Peña Nieto davanti ai media quando El Chapo Guzman venne arrestato?
Secondo i dati forniti dal Governo (Registro Nacional de Datos de Personas Extraviadas o Desaparecidas-RNPED) dal 2007 al 31 luglio 2017 in Messico sono scomparse 33.482 persone, sparite nel nulla. Quasi la metà di loro sono giovani tra i 15 e i 29 anni. Molti di questi – ma non è possibile stabilire con certezza quante – sono sequestri condotti dalle forze dell’ordine, una pratica criminale che porta in sé i due grandi mali messicani: la corruzione e l’impunità. L’inchiesta sui ragazzi di Iguala ha visto il coinvolgimento di decine di funzionari pubblici, da quelli locali ai governatori statali, molti dei quali protetti dall’immunità per tutti i reati, salvo quelli federali. È la grande rete di complicità che nutre la narcoeconomia attraverso collusioni piccole e grandi ha resistito anche alla più protesta popolare, alle folle che continuano a non credere alle versioni ufficiali e urlano “È colpa dello Stato”
Quello che più mi ha colpito è che autorità corrotte e cartelli criminali abbiano avuto paura di 43 studenti poco più che ventenni animati dall’arma più potente che esista: la voglia di far valere i propri diritti e con questi cambiare il mondo. È questo che temono le organizzazioni criminali più dei sequestri dei beni, più degli arresti. Temono che la mentalità possa cambiare, che la loro regola sia scardinata, il loro ordine rovesciato. Gli fa paura ovunque, in Messico come in Russia, e anche da noi.
Loro prosperano nel silenzio, nell’assuefazione, nel disinteresse conformista dei media, annichilendo i diritti e spegnendo quelle voci che invocano giustizia.