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Il debito pubblico, convitato di pietra

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Brunnermeier, chi era costui? Pavido come Don Abbondio il politico italiano medio evita di guardare in faccia la realtà. Mentre in vista della prossima campagna elettorale fioccano proposte a colpi di meno tasse, più pensioni e dentiere gratis, il tema del debito pubblico resta un convitato di pietra. Invece chi governerà nel 2018 dovrebbe essere informato sui rischi che corriamo, maturare proposte e una linea da condividere con l'opinione pubblica. Circa 2.300 miliardi di debito e per noi il prossimo anno sarà cruciale. Per tre motivi che, allineati, creano un grosso problema.

Il primo è che la Commissione europea in aprile, oltre a chiederci un rafforzamento della manovra, potrebbe avviare la procedura d'infrazione che abbiamo evitato per poco un paio di settimane fa, perché non rispettiamo la regola del debito. I calcoli della Commissione dicono che nel 2016 il debito è cresciuto di mezzo punto rispetto all'anno prima, a…
Brunnermeier, chi era costui? Pavido come Don Abbondio il politico italiano medio evita di guardare in faccia la realtà. Mentre in vista della prossima campagna elettorale fioccano proposte a colpi di meno tasse, più pensioni e dentiere gratis, il tema del debito pubblico resta un convitato di pietra. Invece chi governerà nel 2018 dovrebbe essere informato sui rischi che corriamo, maturare proposte e una linea da condividere con l'opinione pubblica. Circa 2.300 miliardi di debito e per noi il prossimo anno sarà cruciale. Per tre motivi che, allineati, creano un grosso problema.

Il primo è che la Commissione europea in aprile, oltre a chiederci un rafforzamento della manovra, potrebbe avviare la procedura d'infrazione che abbiamo evitato per poco un paio di settimane fa, perché non rispettiamo la regola del debito. I calcoli della Commissione dicono che nel 2016 il debito è cresciuto di mezzo punto rispetto all'anno prima, accettano di riconoscere che nel 2017 si è stabilizzato al 132,1 per cento del Pil e considerano solo marginale la riduzione al 130,8 per il prossimo anno. Un ritmo non sufficiente per rispettare il Fiscal compact secondo cui dobbiamo ridurre di un ventesimo all'anno la parte di debito che eccede il 60 per cento: a conti fatti circa il 3 per cento all'anno.

L'aritmetica di Bruxelles è lontana, i campanelli d'allarme già suonano: l'avanzo primario, cioè il disavanzo al netto degli interessi, che secondo il Def del 2014 quest'anno sarebbe dovuto salire al 4,6 per cento, nel 2017 ha totalizzato solo l'1,7 per cento e a Bruxelles sanno che nel 2019 salirà al 2,6 ma solo incorporando l'improbabile aumento dell'Iva al 25 per cento.
La seconda questione riguarda il quantitative easing. L'ombrello della Bce che comprerà titoli di Stato a colpi dimezzati di 30 miliardi al mese, compresa buona parte dei titoli italiani, il prossimo anno comincerà gradualmente a chiudersi: l'acquisto resta sostanzioso ma in prospettiva al posto di Francoforte bisognerà trovare nuovi investitori disposti a sostenere i nostri Btp. Oltre al possibile rincaro dei tassi ci si dovrà porre il problema di chi e quanto darà disposto a comprare una somma che si calcola pari ad un controvalore di 350 miliardi di titoli.

E qui si arriva alla terza questione che è oggetto di una serie di proposte tra le quali quella di Markus Brunnermeier, stimato economista tedesco, ma non un falco, molto ascoltato all'Fmi e alla Bce. Il tema è quello di come gestire il dopo "Qe", un'impresa ardua perché gli uomini di Mario Draghi in tre anni hanno drenato più di 3.800 miliardi di titoli di Stato in Europa e ora cominceranno a rallentare. La proposta di Brunnermeier è quella degli European Safe bond: "safe" cioè senza rischio, emessi dall'Esm, cioè il fondo salva stati, che con il ricavato rileverebbe dalle banche europee gran parte dei titoli di Stato che attualmente hanno in pancia. Il dibattito è ampio e c'è anche un'altra proposta. Si chiama Padre, un acronimo che significa Politically Acceptable Debt Restructuring Europe. L'ha "inventato" un altro importante economista, Charles Wyplosz, francese: gli Stati soci della Bce, dice la sua proposta, rinuncerebbero ai profitti e con queste risorse la Banca di Francoforte potrebbe assorbire circa la metà dei titoli degli Stati sovrani.

Due idee di intervento sul debito relativamente soft per l'Italia, ma che non sembrano riscuotere il consenso dei paesi del Nord, Berlino in prima fila. Al contrario la tesi, avanzata poche settimane fa da un gruppo di economisti tedeschi e francesi, su Le Monde e sulla Faz, suona più dura: chi sgarra va in default automatico e si becca la ristrutturazione del debito se vuole i finanziamenti del nuovo Fondo monetario europeo. Inoltre le banche non potranno più fare da "cintura di sicurezza" sottoscrivendo i titoli pubblici a volontà: o accetteranno un tetto o i bond sovrani saranno sottoposti a un rating che penalizzerà la loro capitalizzazione. Un difficile terreno negoziale sul quale muoversi. L'Italia, e le forze politiche che si candidano a governare, dovranno avere le idee chiare.