Quel che resta della Brexit
Andrea Bonanni, di ANDREA BONANNI
Theresa May non poteva spuntare un accordo vantaggioso con l’Europa. E infatti non lo ha ottenuto. I 549 giorni che sono trascorsi dal referendum con cui i britannici hanno scelto di lasciare la Ue sono serviti, sostanzialmente, per far digerire ai sostenitori della Brexit una resa incondizionata di fronte a tutte le richieste avanzate dagli europei. Per Londra, il bilancio è pesante.
La Gran Bretagna pagherà tra i 50 e i 60 miliardi di euro nelle casse comunitarie, rispetto ai venti che aveva calcolato, e continuerà a versare il suo contributo al bilancio Ue fino ad un anno dopo l’uscita. Dovrà garantire pieni diritti ai cittadini europei residenti in Gran Bretagna e riconoscere la potenziale giurisdizione della Corte di Lussemburgo fino ad otto anni dopo l’uscita. Dovrà altresì garantire che nessuna frontiera o dogana verrà eretta tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, anche a costo di allineare tutta la no…
La Gran Bretagna pagherà tra i 50 e i 60 miliardi di euro nelle casse comunitarie, rispetto ai venti che aveva calcolato, e continuerà a versare il suo contributo al bilancio Ue fino ad un anno dopo l’uscita. Dovrà garantire pieni diritti ai cittadini europei residenti in Gran Bretagna e riconoscere la potenziale giurisdizione della Corte di Lussemburgo fino ad otto anni dopo l’uscita. Dovrà altresì garantire che nessuna frontiera o dogana verrà eretta tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, anche a costo di allineare tutta la no…
Theresa May non poteva spuntare un accordo vantaggioso con l’Europa. E infatti non lo ha ottenuto. I 549 giorni che sono trascorsi dal referendum con cui i britannici hanno scelto di lasciare la Ue sono serviti, sostanzialmente, per far digerire ai sostenitori della Brexit una resa incondizionata di fronte a tutte le richieste avanzate dagli europei. Per Londra, il bilancio è pesante.
La Gran Bretagna pagherà tra i 50 e i 60 miliardi di euro nelle casse comunitarie, rispetto ai venti che aveva calcolato, e continuerà a versare il suo contributo al bilancio Ue fino ad un anno dopo l’uscita. Dovrà garantire pieni diritti ai cittadini europei residenti in Gran Bretagna e riconoscere la potenziale giurisdizione della Corte di Lussemburgo fino ad otto anni dopo l’uscita. Dovrà altresì garantire che nessuna frontiera o dogana verrà eretta tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, anche a costo di allineare tutta la normativa britannica in materia commerciale a quella europea. Come farà a mantenere una simile promessa, pur proponendosi di uscire dal mercato unico, è un vero enigma. Ma un enigma che la premier dovrà sbrogliare con i nazionalisti dell’Ulster suoi alleati: non è più un problema di Bruxelles o di Dublino. Infine ora si apre il negoziato sui rapporti commerciali futuri e sul periodo di transizione. E quest’ultimo rappresenta l’umiliazione suprema: almeno due anni, dal marzo 2019 al marzo 2021, durante i quali Londra si autoriduce ad una “colonia” europea: non potrà più partecipare alle decisioni della Ue ma dovrà comunque attenersi alle sue regole, pagarne i conti e rispettare le sue nuove leggi.
Gli inglesi sono un popolo pragmatico. Se avevano bisogno di una dimostrazione pratica di quanto la decisione di lasciare la Ue equivalesse ad un clamoroso autogol, l’accordo siglato la scorsa notte da May e Juncker offre loro una prova inconfutabile dell’errore compiuto, e delle menzogne con cui i populisti favorevoli alla Brexit avevano ingannato gli elettori.
Ma l’intesa appena raggiunta sul divorzio, che apre la strada alla seconda fase delle trattative sui rapporti futuri, dimostra anche che la scelta di uscire dalla Ue è ormai irrevocabile. La valanga, innescata nel 2015 dalla incauta promessa dell’allora premier David Cameron di tenere un referendum sulla Brexit, non può più essere arrestata. Quello che la May sembra intenzionata a fare è, semmai, contenere i danni.
Da questo punto di vista, l’accordo di ieri fa sperare che Londra si sia ormai orientata per un’uscita «morbida».
L’intesa Juncker-May, infatti, lascia aperta la porta ad un negoziato che mantenga la Gran Bretagna nell’orbita europea. Se non si fosse arrivati a chiudere questa prima parte della trattativa entro domani, una Brexit «dura», cioè senza definire la qualità dei rapporti futuri, sarebbe stata quasi inevitabile. Il fatto che la premier britannica abbia rinunciato a qualsiasi richiesta pur di non far saltare il tavolo, induce a credere che voglia trovare un accordo consensuale e non troppo traumatico per gli interessi economici del Regno Unito.
Come saranno i rapporti futuri tra Ue e Gran Bretagna? Il negoziatore europeo, Michel Barnier, dice di ispirarsi al trattato commerciale da poco firmato con il Canada, che di fatto crea un’area economica unica senza tuttavia costringere Ottawa ad accettare tutte le regole del mercato interno, compresa la libera circolazione delle persone, come fanno invece la Norvegia o la Svizzera. Su questo fronte, comunque, dovrà essere Londra a scegliere quale tono dare alle sue relazioni con la Ue. E non è neppure escluso che, alla fine, il pragmatismo britannico spinga gli inglesi a restare nel mercato unico, pur contraddicendo le ragioni stesse che li avevano spinti alla Brexit.
La Gran Bretagna pagherà tra i 50 e i 60 miliardi di euro nelle casse comunitarie, rispetto ai venti che aveva calcolato, e continuerà a versare il suo contributo al bilancio Ue fino ad un anno dopo l’uscita. Dovrà garantire pieni diritti ai cittadini europei residenti in Gran Bretagna e riconoscere la potenziale giurisdizione della Corte di Lussemburgo fino ad otto anni dopo l’uscita. Dovrà altresì garantire che nessuna frontiera o dogana verrà eretta tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, anche a costo di allineare tutta la normativa britannica in materia commerciale a quella europea. Come farà a mantenere una simile promessa, pur proponendosi di uscire dal mercato unico, è un vero enigma. Ma un enigma che la premier dovrà sbrogliare con i nazionalisti dell’Ulster suoi alleati: non è più un problema di Bruxelles o di Dublino. Infine ora si apre il negoziato sui rapporti commerciali futuri e sul periodo di transizione. E quest’ultimo rappresenta l’umiliazione suprema: almeno due anni, dal marzo 2019 al marzo 2021, durante i quali Londra si autoriduce ad una “colonia” europea: non potrà più partecipare alle decisioni della Ue ma dovrà comunque attenersi alle sue regole, pagarne i conti e rispettare le sue nuove leggi.
Gli inglesi sono un popolo pragmatico. Se avevano bisogno di una dimostrazione pratica di quanto la decisione di lasciare la Ue equivalesse ad un clamoroso autogol, l’accordo siglato la scorsa notte da May e Juncker offre loro una prova inconfutabile dell’errore compiuto, e delle menzogne con cui i populisti favorevoli alla Brexit avevano ingannato gli elettori.
Ma l’intesa appena raggiunta sul divorzio, che apre la strada alla seconda fase delle trattative sui rapporti futuri, dimostra anche che la scelta di uscire dalla Ue è ormai irrevocabile. La valanga, innescata nel 2015 dalla incauta promessa dell’allora premier David Cameron di tenere un referendum sulla Brexit, non può più essere arrestata. Quello che la May sembra intenzionata a fare è, semmai, contenere i danni.
Da questo punto di vista, l’accordo di ieri fa sperare che Londra si sia ormai orientata per un’uscita «morbida».
L’intesa Juncker-May, infatti, lascia aperta la porta ad un negoziato che mantenga la Gran Bretagna nell’orbita europea. Se non si fosse arrivati a chiudere questa prima parte della trattativa entro domani, una Brexit «dura», cioè senza definire la qualità dei rapporti futuri, sarebbe stata quasi inevitabile. Il fatto che la premier britannica abbia rinunciato a qualsiasi richiesta pur di non far saltare il tavolo, induce a credere che voglia trovare un accordo consensuale e non troppo traumatico per gli interessi economici del Regno Unito.
Come saranno i rapporti futuri tra Ue e Gran Bretagna? Il negoziatore europeo, Michel Barnier, dice di ispirarsi al trattato commerciale da poco firmato con il Canada, che di fatto crea un’area economica unica senza tuttavia costringere Ottawa ad accettare tutte le regole del mercato interno, compresa la libera circolazione delle persone, come fanno invece la Norvegia o la Svizzera. Su questo fronte, comunque, dovrà essere Londra a scegliere quale tono dare alle sue relazioni con la Ue. E non è neppure escluso che, alla fine, il pragmatismo britannico spinga gli inglesi a restare nel mercato unico, pur contraddicendo le ragioni stesse che li avevano spinti alla Brexit.