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Putin, il nuovo burattinaio dei destini mediorientali

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Con la consueta spregiudicatezza, combinata con l’astuzia diplomatica del suo ministro degli Esteri Lavrov, Vladimir Putin si è infilato a tutta velocità nell’autostrada mediorientale che la rozzezza di Trump e l’impotenza del segretario di Stato Tillerson gli hanno spalancato. Da Mosca ad Ankara, con una rapida deviazione in Siria, il presidente russo ha incontrato nel giro di ventiquattro ore quasi tutti gli attori principali di un teatro dove si gioca il destino del mondo. Perché è lì, lungo un asse che parte da Teheran e arriva fino a Beirut, che si incrociano la guerra in Siria, il destino del sedicente (e ormai sempre più evanescente) Stato islamico e soprattutto dei suoi foreign fighters in rotta, l’eterno conflitto israelo-palestinese riacceso dalla decisione americana su Gerusalemme capitale, la feroce rivalità tra sauditi e iraniani con la sua propaggine yemenita per finire con la disintegrazione della …
Con la consueta spregiudicatezza, combinata con l’astuzia diplomatica del suo ministro degli Esteri Lavrov, Vladimir Putin si è infilato a tutta velocità nell’autostrada mediorientale che la rozzezza di Trump e l’impotenza del segretario di Stato Tillerson gli hanno spalancato. Da Mosca ad Ankara, con una rapida deviazione in Siria, il presidente russo ha incontrato nel giro di ventiquattro ore quasi tutti gli attori principali di un teatro dove si gioca il destino del mondo. Perché è lì, lungo un asse che parte da Teheran e arriva fino a Beirut, che si incrociano la guerra in Siria, il destino del sedicente (e ormai sempre più evanescente) Stato islamico e soprattutto dei suoi foreign fighters in rotta, l’eterno conflitto israelo-palestinese riacceso dalla decisione americana su Gerusalemme capitale, la feroce rivalità tra sauditi e iraniani con la sua propaggine yemenita per finire con la disintegrazione della Libia: una summa dell’instabilità e delle incertezze.

In questo teatro Putin si è lentamente e instancabilmente ritagliato il ruolo di grande burattinaio. E oggi ha in mano i fili che muovono tutte le marionette. Grazie anche all’indecisionismo di Barack Obama (che, ad esempio, non ha voluto, o non è stato capace di prevenire ed evitare il massiccio intervento russo in Siria, per non parlare della paralisi della Casa Bianca con Israele) e poi all’improvvisazione di Trump e all’astenia diplomatica del Dipartimento di Stato, umiliato dal suo capo, l’ex petroliere Tillerson.

Il viaggio lampo di ieri è la prova di questa ragnatela russa, che avvolge ormai tutto il Medio Oriente. Si è fermato, inatteso, in Siria, nella base aerea di Hmeymim, da dove dal 30 settembre 2015 è partita la grande maggioranza delle azioni dei cacciabombardieri russi in Siria: davanti all’alleato Assad, che Putin ha riportato in vita quando tutti lo davano per spacciato, ha ordinato al ministro della Difesa, il fidato Shoigu, di iniziare il ritiro delle truppe russe dalla Siria. È un ritiro finto, un puro gesto mediatico ripreso in esclusiva dalla ossequente Russia Today, la tv multilingue che è uno degli strumenti di propaganda e di disinformazione del Cremlino. Lo aveva già annunciato a marzo il ritiro delle truppe e non era mai avvenuto. Ora Putin dice che, sconfitto l’Isis, è venuto il momento della diplomazia a guida Onu. Ma non dice che il primo a mettere i bastoni tra le ruote dell’Onu e del suo paziente negoziatore Staffan de Mistura è il terzetto Russia-Iran-Turchia, che gestisce un negoziato parallelo. Non dice che i soldati russi impediscono l’ingresso in Siria degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite con pretesti vari. E non dice che le basi aereo-navali in Siria verranno smantellate: perché resteranno per garantire a Mosca il pieno controllo militare, e quindi politico, dell’area.

Finita la sosta nell’“area di servizio” siriana Putin ha proseguito il viaggio nell’autostrada mediorientale verso due caselli fondamentali nella sua strategia di riconquista di uno scacchiere dove l’Unione Sovietica era stata un tempo dominante e poi, invece, la Russia era quasi sparita. Al Cairo ha incontrato il presidente egiziano, il sovrano giordano e il presidente palestinese, il sempre più debole e insignificante Abu Mazen. Al Sisi e Abdallah di Giordania sono teoricamente alleati degli Stati Uniti, ma sempre più sensibili al canto delle sirene russe. Soprattutto il generale-presidente egiziano, che (come dimostra ampiamente il caso Regeni, ancora derubricato senza pudore a «tragico evento» dal ministro degli Esteri egiziano al recente forum Med 2017 a Roma) sta imitando la demokratura putiniana nella gestione opaca della politica interna e ha nostalgie nasseriane in politica estera.

La tappa finale in Turchia da Erdogan, l’alleato che “tradì” Putin abbattendogli un cacciabombardiere sul confine siriano ma è poi andato a Canossa dopo mesi di gelo diplomatico, è la ciliegina sulla torta. Intanto perché il presidente turco, altro campione del modello di democrazia che piace al Cremlino (democrazia più dittatura, appunto), serve come ventriloquo su una questione sulla quale Mosca non ha interesse a esprimersi: quella di Gerusalemme. Ma soprattutto perché oggi e domani Putin, attraverso l’intervento di Erdogan, sarà il convitato di pietra, silente ma presente, alla conferenza dei Paesi islamici convocata a Istanbul: 60 tra capi di Stato e di governo, tra cui l’iraniano Rohani, la terza gamba del “gruppo di contatto” sulla Siria. Tutti sapranno che quello che dirà Erdogan è stato concordato con Putin.

E la posizione della Russia può diventare l’ago della bilancia. Perché, mentre Obama era inerte e Trump è unilaterale nel suo abbraccio pericoloso con i sauditi, Putin ha ottimi rapporti con Netanyahu, che ha incontrato ben quattro volte negli ultimi sedici mesi (l’ultima a Sochi il 21 agosto di quest’anno) e ha forti interessi in comune con la casa regnante saudita (la gestione del prezzo del petrolio), come testimonia la storica visita di re Salman a Mosca l’ottobre scorso.

Putin ha ripetutamente affermato che la fine dell’Urss è stata la più grande tragedia della Storia. Può essere fiero di sé: neppure nel momento della sua massima potenza diplomatico-militare l’Urss ha avuto il controllo dell’intricato scacchiere mediorientale come la Russia di oggi. Anche perché l’altro giocatore storico, gli Stati Uniti, si è ritirato dopo poche mosse da principiante. Scacco matto per il grande maestro del Cremlino.