Siamo più che mai immersi in una cultura visiva. E, come ci spiega lo studioso americano Nicholas Mirzoeff nel suo ultimo saggio, decifrare il rumore visuale che ci circonda è la chiave per il futuro
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«Che ci piaccia o meno, la società globale che sta emergendo è di tipo visuale», scrive Nicholas Mirzoeff, docente di Media Culture and Comunication alla New York University, autore di Come vedere il mondo (Johan& Levi, tr. it. di R. Rizzo, pagg. 218, euro 23). Quello che facciamo ogni giorno non è solo vedere il mondo, ma anche riprodurlo in immagini, condividendole e scambiandole con altri. Il nostro sforzo di capire la realtà che ci circonda è prima di tutto un atto visivo, e anche quello di modificarla fa parte della cultura visiva.
Mirzoeff ha scritto un libro che andrebbe letto e commentato da studenti e insegnanti, perché costituisce un manuale per comprendere la grande trasformazione in corso, che ha portato la cultura visiva a essere l’elemento centrale della contemporaneità. Oggi, scrive Mirzoeff, tutti i media sono social media, e li utilizziamo per fornire agli altri una rappresentazione di noi stessi.…
«Che ci piaccia o meno, la società globale che sta emergendo è di tipo visuale», scrive Nicholas Mirzoeff, docente di Media Culture and Comunication alla New York University, autore di Come vedere il mondo (Johan& Levi, tr. it. di R. Rizzo, pagg. 218, euro 23). Quello che facciamo ogni giorno non è solo vedere il mondo, ma anche riprodurlo in immagini, condividendole e scambiandole con altri. Il nostro sforzo di capire la realtà che ci circonda è prima di tutto un atto visivo, e anche quello di modificarla fa parte della cultura visiva.
Mirzoeff ha scritto un libro che andrebbe letto e commentato da studenti e insegnanti, perché costituisce un manuale per comprendere la grande trasformazione in corso, che ha portato la cultura visiva a essere l’elemento centrale della contemporaneità. Oggi, scrive Mirzoeff, tutti i media sono social media, e li utilizziamo per fornire agli altri una rappresentazione di noi stessi. La visione non riguarda più solo gli occhi, ma investe l’intero corpo in un sistema complesso di feedback sensoriali; l’attività principale che svolgiamo è infatti quella di rappresentare ciò che vediamo e conosciamo attraverso gli schermi che sono ovunque e che ci accompagnano sempre.
La nostra stessa conoscenza è il risultato di una «mescolanza tra il vedere e l’imparare a non vedere». Una rivoluzione sensoriale, epistemologica, sociale e politica in atto. Quando è cominciato tutto questo? Non c’è un avvenimento decisivo, poiché è accaduto poco a poco. Ma forse una data simbolica c’è. Nel 1972 l’astronauta Harrison “Jack” Schmitt scattò una fotografia dalla navicella spaziale Apollo 17. Ritraeva la Terra dominata dagli oceani di colore blu, intervallati da verdi terre emerse e nubi biancastre a forma di vortice. È la prima fotografia in assoluto che inquadra tutto il nostro pianeta, è l’ immagine più riprodotta di sempre ed è stata battezzata Blue Marble, “biglia blu”. Il fotografo Luigi Ghirri disse che questa istantanea conteneva tutte le possibili immagini.
La visione di cui parla nel suo libro Mirzoeff non è solo una attività propria degli artisti visivi e degli studiosi di cultura visuale, ma di tutti gli essere viventi. «Vedere non è credere», ma qualcosa che somiglia sempre più a una performance che riguarda la nostra vita quotidiana come le attività belliche, la visione di una partita di calcio, l’apertura di una pagina Facebook o il volo di un drone. Questa enorme espansione del visivo non ha avuto come conseguenza una maggior libertà per gli individui, uno spazio illimitato entro cui muoversi; gli schermi di cui facciamo continuamente uso «producono visioni del mondo attentamente controllate e filtrate», scrive Mirzoeff.
La stragrande maggioranza delle immagini che spediamo da una parte all’altra del globo, che scarichiamo, osserviamo, condividiamo, e su cui immaginiamo e fantastichiamo, o con cui conosciamo e studiamo, sono immagini digitali, sono «una resa computerizzata di un input digitale derivato da un sensore di una camera». Tutto può essere manipolato e alterato, e rientra nell’ambito performativo.
Il libro di Mirzoeff ha il grande merito di farci capire come noi umani vediamo in termini neurologici e di collegare questo modo specifico, più simile al disegno di un artista che non allo scatto di una macchina fotografica, ai grandi temi del contemporaneo.
Uno dei luoghi chiave della visione attuale è la città globale, dove vive la maggior parte degli abitanti del pianeta. Chi ha meno di vent’anni ha già preso atto di questo passaggio e vede il mondo a partire da questi spazi che sono nati dopo la fine delle città del XX secolo. Oggi l’uomo ha trasformato la Terra in un unico enorme artefatto, «la più grande opera d’arte mai prodotta». Il compito che Mirzoeff affida alla cultura visuale, base della cultura in generale, sviluppo della tradizionale cultura umanistica, è quello di sforzarsi di comprendere il cambiamento in un mondo che appare troppo vasto da vedere, «ma che è essenziale immaginare».
Con quali strumenti? Uno dei maestri della visione è stato lo scrittore John Berger, scomparso nel 2017. Due suoi preziosi libri usciti da poco, curati di Maria Nadotti, s’affiancano al libro-progetto di Mirzoeff: Sul disegnare (il Saggiatore pagg. 186, euro 18) e Confabulazioni (Neri Pozza, pagg. 139, euro 20). Berger ci mostra come guardare, come vedere un’opera d’arte e anche il mondo intorno a noi. Di più: ci ricorda come ogni idea di storia «che colleghi passato e futuro è stata messa ai margini se non eliminata». Noi oggi soffriamo di un senso di solitudine storica, somigliamo a quelle persone che i francesi chiamano sans domicile fixe, persone costrette e a vivere per strada; siamo sottoposti di continuo alla sensazione di essere i senzatetto della storia.
Decifrare il rumore visuale che ci circonda, usare l’immaginazione, pensare per immagini, a questo ci esortano Berger e Mirzoeff. La cultura visiva non ci serve solo per guardare, può cambiare il mondo.