Abbiamo una sola fortuna, nel grande "falò delle verità" acceso dalla Santa Inquisizione bancaria: siamo ormai alla fine della legislatura, e il rogo sul quale bruciano guardie e ladri, governanti e governatori, produce solo macerie politiche nel Palazzo, e non contraccolpi alla credibilità del Paese. Se i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sul credito fossero iniziati davvero due anni fa, quando fu depositato il disegno di legge che la istituiva, il danno sarebbe stato enorme. La Banca d'Italia nella polvere, la Consob nel fango, una ministra contestata, un governo compromesso: un gigantesco autodafé. L'interesse nazionale sarebbe andato in frantumi, lo spread sarebbe andato alle stelle.
E invece la crisi bancaria si riduce a una rissa da saloon tra i partiti, una resa dei conti da campagna elettorale. Cioè quello che bisognava evitare, ma era fin troppo facile prevedere. C'è da chiedersi cos'altr…
Abbiamo una sola fortuna, nel grande "falò delle verità" acceso dalla Santa Inquisizione bancaria: siamo ormai alla fine della legislatura, e il rogo sul quale bruciano guardie e ladri, governanti e governatori, produce solo macerie politiche nel Palazzo, e non contraccolpi alla credibilità del Paese. Se i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sul credito fossero iniziati davvero due anni fa, quando fu depositato il disegno di legge che la istituiva, il danno sarebbe stato enorme. La Banca d'Italia nella polvere, la Consob nel fango, una ministra contestata, un governo compromesso: un gigantesco autodafé. L'interesse nazionale sarebbe andato in frantumi, lo spread sarebbe andato alle stelle.
E invece la crisi bancaria si riduce a una rissa da saloon tra i partiti, una resa dei conti da campagna elettorale. Cioè quello che bisognava evitare, ma era fin troppo facile prevedere. C'è da chiedersi cos'altro succederà la settimana prossima, quando a San Macuto sfileranno l'ex ad di Unicredit Ghizzoni e l'ex ad di Veneto Banca Consoli. Sul piano politico, chi paga il conto è chi sperava di lucrare un profitto. Si chiama eterogenesi dei fini. Il Pd puntava a scaricare su Ignazio Visco le colpe di tutti i dissesti (da Mps alle Venete). E adesso, al contrario, da Grande Inquisitore si trasforma in Grande Accusato (per lo scandalo Etruria).
A trascinare il partito di Matteo Renzi sul banco degli imputati è Maria Elena Boschi. Anche in questo caso: quello che bisognava evitare, ma era fin troppo facile prevedere. Si discuterà a lungo, nel merito e nel metodo, sull'anomalia delle sorprendenti "confessioni" di Giuseppe Vegas. Sul fatto che sia stato ascoltato dalla Commissione nel suo ultimo giorno da presidente della Consob (da oggi è scaduto il suo mandato). O sul fatto che con le sue rivelazioni abbia voluto accendere i riflettori sulle responsabilità della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, magari per lasciare in ombra quelle infinitamente più gravi dell'organo che ha guidato per anni, senza mai prevenire una sola ruberia perpetrata a spese dei risparmiatori.
Ma la sostanza delle sue parole rimane. Vegas ha incontrato più volte l'allora ministra delle Riforme. Ne ha ascoltato le preoccupazioni per le sorti di Banca Etruria. Le perplessità sull'ipotetica fusione con la Popolare di Vicenza. Gli auspici sull'imminente promozione del papà Pierluigi alla vicepresidenza dell'Istituto aretino. Questo la stessa Boschi non lo smentisce. Certo, precisa a sua volta che non ha mai esercitato "pressioni". Che ha rifiutato una proposta via sms dello stesso Vegas per un incontro assai irrituale "a casa" del presidente Consob. Che si è sempre limitata a parlare in senso generale e generico dei problemi delle banche. Che per tutte queste ragioni non solo non se ne va, ma procede con le querele contro giornalisti e tafferuglisti (vedi Luigi Di Maio, che evoca Mario Chiesa a sproposito).
Boschi ha tutto il diritto di scegliere come difendersi. Ma su di lei continua a pesare un conflitto di interessi evidente, fin da quando suo padre è entrato nel cda e poi è diventato vicepresidente di Etruria. Non c'entrano persecuzioni politiche o interpretazioni psicanalitiche (le colpe dei padri che ricadono sui figli). Non c'entra nemmeno l'attività di un governo o di un ministro che cerca soluzioni "di elevato standing" (come chiedeva la Vigilanza di via Nazionale) per evitare il default di una banca radicata nel localismo municipale. Dalla Germania dei Laender all'America del Midwest, non c'è un eletto del popolo che non si adoperi per tutelare i suoi elettori sul territorio.
Il problema sorge quando quel politico si occupa dei destini di un'azienda di cui è amministratore suo padre. Quando si crea il corto-circuito nella "terra di mezzo" in cui pubblico e privato si incontrano, si sovrappongono e si confondono. Quando si produce quell'intreccio fatale tra politica, affari e famiglia, che è il cuore stesso di ogni conflitto di interessi. Questa è stata purtroppo la declinazione sbagliata del "renzismo da combattimento". Il legno storto dal quale è germinato il Giglio Magico, con il suo potere diffuso, invasivo, qualche volta un po' opaco.
Se tutto questo è vero, diventa persino inutile accertare se Boschi, nella sua arringa difensiva alla Camera di un anno fa, abbia mentito al Parlamento e al Paese. E diventa persino inutile chiedere ora alla sottosegretaria le dimissioni, oltre tutto da un governo ormai al capolinea. Il vero passo indietro Boschi avrebbe dovuto farlo un anno fa, traendo le conseguenze della sconfitta al referendum costituzionale e seguendo le orme del suo premier Renzi che quel coraggio lo ha avuto. È allora che la ministra avrebbe dovuto rinunciare alla poltrona, per coerenza e per intelligenza. Farlo oggi è troppo tardi. Ormai il danno è fatto. Per lei stessa. Ma soprattutto per il Pd, che a pochi mesi dal voto rischia di pagare a caro prezzo le "relazioni pericolose" fiorite tra Roma, Laterina ed Arezzo.