Michael O’Leary ha ingoiato il rospo. Si è messo il sindacato in casa, o almeno ha annunciato che lo farà dopo oltre 30 anni. Siamo nel 2017, non all’inizio del secolo scorso, eppure questa è diventata una notizia non solo nella nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il che la dice davvero lunga su come siamo caduti in basso sul fronte dei diritti e delle tutele sociali.
Certo Ryanair, la più grande compagnia aerea d’Europa che ambisce a scalare anche la classifica mondiale e di cui O’Leary è l’amministratore delegato, rappresenta la punta dell’iceberg di un modello di organizzazione aziendale che ha culturalmente azzerato ogni forma considerata superflua di mediazione tra sé e il cliente, a discapito (spesso) della qualità del servizio ma a vantaggio (sempre) di una drastica riduzione dei costi. Ne abbiamo beneficiato tutti nelle vesti di consumatori, guardando al risultato (il biglietto …
Michael O’Leary ha ingoiato il rospo. Si è messo il sindacato in casa, o almeno ha annunciato che lo farà dopo oltre 30 anni. Siamo nel 2017, non all’inizio del secolo scorso, eppure questa è diventata una notizia non solo nella nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il che la dice davvero lunga su come siamo caduti in basso sul fronte dei diritti e delle tutele sociali.
Certo Ryanair, la più grande compagnia aerea d’Europa che ambisce a scalare anche la classifica mondiale e di cui O’Leary è l’amministratore delegato, rappresenta la punta dell’iceberg di un modello di organizzazione aziendale che ha culturalmente azzerato ogni forma considerata superflua di mediazione tra sé e il cliente, a discapito (spesso) della qualità del servizio ma a vantaggio (sempre) di una drastica riduzione dei costi. Ne abbiamo beneficiato tutti nelle vesti di consumatori, guardando al risultato (il biglietto low cost) e non al processo produttivo necessario per ottenerlo, dall’assenza di un contratto collettivo di lavoro, all’imposizione di turni e orari al limite della sopportabilità. Siamo stati distratti pur avendo sentore una volta saliti a bordo che qualcosa potesse non quadrare.
Quella di Ryanair è stata (ed è) un’intuizione rivoluzionaria che ha sedotto ciascuno di noi, permettendo a tutti di viaggiare, rompendo le barriere di classe sociale, iniettando benefiche dosi di parità di opportunità, in un’epoca in cui — al contrario — le diseguaglianze economiche si sono allargate a dismisura. Ryanair ha accorciato le distanze, geografiche e sociali, quasi svolgendo una funzione democratica. Nel campo del commercio globale è quel che ha fatto Amazon. E che — coincidenza forse non casuale — si sta scontrando con i suoi lavoratori.
Il meccanismo dunque si è inceppato. La rivolta dei piloti e la fuga di centinaia di essi verso altre compagnie con condizioni di lavoro migliori ha fatto scattare l’allarme a Dublino (dove ha sede l’headquarter di Ryanair). Di questo passo O’Leary avrebbe rischiato di lasciare a terra centinaia di aerei. La fine di un progetto.
Il riscatto dei piloti, categoria aristocratica tra i lavoratori che non va confusa né con l’operaio-massa delle fabbriche metalmeccaniche della seconda metà del Novecento né con i giovani rider precari di Foodora o Deliveroo e neanche, infine, con gli addetti di Amazon, rappresenta comunque la prima sconfitta del modello Ryanair. Sconfitta che si consuma sul terreno dei diritti (sul “diritto ad avere diritti”, come forse avrebbe detto Stefano Rodotà) ancor prima che su una classica rivendicazione salariale che pure c’è. Perché i piloti chiedono di poter esercitare il diritto ad avere una rappresentanza sindacale e per questa via il diritto a una contrattazione collettiva. Una traiettoria che rompe lo spirito individualista, anche contrattuale, che aveva contraddistinto i decenni passati.
E c’è un filo rosso che lega — con tutti i distinguo del caso — questa vertenza con quella dei lavoratori della logistica di Amazon di Castel San Giovanni che ancora prima di un trattamento retributivo adeguato chiedono il diritto a tempi e turni di lavoro normali. Così che i diritti tornano a essere centrali nelle relazioni industriali. Diritti da acquisire e non più da perdere o da affievolire come è stato nella stagione che abbiamo alle spalle e che ha finito per acuire il rancore, il risentimento ma anche la solitudine di chi lavora. È ancora presto per dire se siamo di fronte a una svolta, ma certo per “l’avvocato dei poveri”, come in fondo è il sindacato nella sua versione più autentica, c’è tanto lavoro da fare.