Non è la prima volta che Silvio Berlusconi parla del fascismo in termini accondiscendenti. Anzi, è una costante fin dalla sua discesa in campo. Per lui, il vero nemico è sempre stato il comunismo, non certo il fascismo. Il cavaliere dipinge ancora oggi il regime mussoliniano con le tinte edulcorate e mistificatorie proprie della propaganda qualunquista e filo-nostalgica degli anni '50. In fondo, la sua socializzazione politica anticomunista si è forgiata in quegli anni, con riferimenti come il Candido di Giovannino Guareschi e Il Borghese di Gianna Preda.
In quel mondo il fascismo era considerato un regime un po' manesco, ma con tanti meriti, fino all'errore fatale dell'entrata in guerra perché Mussolini, poverino, era stato lasciato all'oscuro, circuito e tradito (sulla complicità nella Shoah non una parola: Fossoli e San Sabba, mai visti). Berlusconi si è fatto portatore di questo argomentario nostalgico fin dalla…
In quel mondo il fascismo era considerato un regime un po' manesco, ma con tanti meriti, fino all'errore fatale dell'entrata in guerra perché Mussolini, poverino, era stato lasciato all'oscuro, circuito e tradito (sulla complicità nella Shoah non una parola: Fossoli e San Sabba, mai visti). Berlusconi si è fatto portatore di questo argomentario nostalgico fin dalla…
Non è la prima volta che Silvio Berlusconi parla del fascismo in termini accondiscendenti. Anzi, è una costante fin dalla sua discesa in campo. Per lui, il vero nemico è sempre stato il comunismo, non certo il fascismo. Il cavaliere dipinge ancora oggi il regime mussoliniano con le tinte edulcorate e mistificatorie proprie della propaganda qualunquista e filo-nostalgica degli anni '50. In fondo, la sua socializzazione politica anticomunista si è forgiata in quegli anni, con riferimenti come il Candido di Giovannino Guareschi e Il Borghese di Gianna Preda.
In quel mondo il fascismo era considerato un regime un po' manesco, ma con tanti meriti, fino all'errore fatale dell'entrata in guerra perché Mussolini, poverino, era stato lasciato all'oscuro, circuito e tradito (sulla complicità nella Shoah non una parola: Fossoli e San Sabba, mai visti). Berlusconi si è fatto portatore di questo argomentario nostalgico fin dalla assoluzione concessa a Gianfranco Fini durante la campagna elettorale per il Campidoglio del 1993 contro Francesco Rutelli. Nella scelta di aggregare nel Polo del buon governo (1994) i neofascisti dell'Msi, frettolosamente camuffati sotto l'etichetta di Alleanza nazionale, non pesava solo la contingenza del sistema maggioritario del Mattarellum, bensì una intima sintonia con quell'ambiente.
Le espressioni concilianti e giustificatorie che il leader di Forza Italia ha sparso negli anni, così come il cavalcare la polemica su "crimini" e demeriti della Resistenza e dell'antifascismo, costituivano altrettanti messaggi inviati all'area della nostalgia. Il paradosso è che mentre Fini imboccava una strada faticosa di distacco ideologico e sentimentale nei confronti della sua "identità", Berlusconi continuava a distillare piccole frasi per ricordare che c'era chi comprendeva i tormenti del mondo post-fascista. Non per nulla Fini è rimasto isolato quando ha tentato una mutazione moderata-conservatrice. An, invece, si è sciolta felicemente nel grande alveo berlusconiano: lì ha trovato piena rispondenza. Anche in occasioni solenni, come l'inaugurazione del Memoriale della Shoah al Binario 21 della stazione di Milano nel 2013, Berlusconi non ha esitato a dichiarare che "per tanti versi Mussolini aveva fatto bene" a eccezione della grave colpa delle leggi razziali e che "all'inizio, la connivenza dell'Italia con la Germania non era completamente consapevole". Quanto detto mercoledì scorso - "Mussolini non era un dittatore" - non è che l'ultimo anello di tale catena.
Poi c'è un altro effetto della continua banalizzazione e de-demonizzazione: il ritorno nello spazio pubblico di movimenti filo-fascisti che, come abbiamo visto in questi ultimi tempi, non hanno più remore a presentarsi
con il loro volto aggressivo. Intuiscono, percepiscono, che c'è un clima più favorevole perché personaggi estranei al loro ambiente di riferimento - al di là quindi dei Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni - spargono indulgenza
e comprensione nei confronti dei loro principi ispiratori. I segnali inviati da Berlusconi non consentono solo di catturare i voti di una destra che rifiuta di condannare senza ambiguità il passato regime: forniscono anche una sortadi protezione psicologica ai gruppi della destra radicale. Il loro riaffacciarsi è frutto di questi lunghi anni di accondiscendenza verso un passato che non si vuole passi del tutto (e, corrispettivamente, delle debolezze della cultura politica democratica).
In quel mondo il fascismo era considerato un regime un po' manesco, ma con tanti meriti, fino all'errore fatale dell'entrata in guerra perché Mussolini, poverino, era stato lasciato all'oscuro, circuito e tradito (sulla complicità nella Shoah non una parola: Fossoli e San Sabba, mai visti). Berlusconi si è fatto portatore di questo argomentario nostalgico fin dalla assoluzione concessa a Gianfranco Fini durante la campagna elettorale per il Campidoglio del 1993 contro Francesco Rutelli. Nella scelta di aggregare nel Polo del buon governo (1994) i neofascisti dell'Msi, frettolosamente camuffati sotto l'etichetta di Alleanza nazionale, non pesava solo la contingenza del sistema maggioritario del Mattarellum, bensì una intima sintonia con quell'ambiente.
Le espressioni concilianti e giustificatorie che il leader di Forza Italia ha sparso negli anni, così come il cavalcare la polemica su "crimini" e demeriti della Resistenza e dell'antifascismo, costituivano altrettanti messaggi inviati all'area della nostalgia. Il paradosso è che mentre Fini imboccava una strada faticosa di distacco ideologico e sentimentale nei confronti della sua "identità", Berlusconi continuava a distillare piccole frasi per ricordare che c'era chi comprendeva i tormenti del mondo post-fascista. Non per nulla Fini è rimasto isolato quando ha tentato una mutazione moderata-conservatrice. An, invece, si è sciolta felicemente nel grande alveo berlusconiano: lì ha trovato piena rispondenza. Anche in occasioni solenni, come l'inaugurazione del Memoriale della Shoah al Binario 21 della stazione di Milano nel 2013, Berlusconi non ha esitato a dichiarare che "per tanti versi Mussolini aveva fatto bene" a eccezione della grave colpa delle leggi razziali e che "all'inizio, la connivenza dell'Italia con la Germania non era completamente consapevole". Quanto detto mercoledì scorso - "Mussolini non era un dittatore" - non è che l'ultimo anello di tale catena.
Poi c'è un altro effetto della continua banalizzazione e de-demonizzazione: il ritorno nello spazio pubblico di movimenti filo-fascisti che, come abbiamo visto in questi ultimi tempi, non hanno più remore a presentarsi
con il loro volto aggressivo. Intuiscono, percepiscono, che c'è un clima più favorevole perché personaggi estranei al loro ambiente di riferimento - al di là quindi dei Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni - spargono indulgenza
e comprensione nei confronti dei loro principi ispiratori. I segnali inviati da Berlusconi non consentono solo di catturare i voti di una destra che rifiuta di condannare senza ambiguità il passato regime: forniscono anche una sortadi protezione psicologica ai gruppi della destra radicale. Il loro riaffacciarsi è frutto di questi lunghi anni di accondiscendenza verso un passato che non si vuole passi del tutto (e, corrispettivamente, delle debolezze della cultura politica democratica).