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Il ventennio indelebile di casa Savoia

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Un gesto distensivo e intelligente quello che il Presidente Mattarella ha rivolto a casa Savoia: consentire una sepoltura dignitosa alle spoglie della consorte di Vittorio Emanuele III nel santuario di Vicoforte. Da ieri anche quelle spoglie sono nel santuario del cuneese. Eppure un segno di disponibilità ha riacceso le polemiche come se fosse ancora possibile rivedere il giudizio storico sulla monarchia mettendo indietro gli orologi del tempo. Argomentazioni che sembravano consegnate al passato: «Se può tornare la regina allora anche il marito da Alessandria d’Egitto dove è sepolto può avere lo stesso destino, magari con tutti gli onori del caso, riposando al Pantheon a fianco di Vittorio Emanuele II e Umberto I».
E siamo alle solite, si prende un pretesto, un segmento di passato per costruire ipotesi di riletture avventurose e confusionarie.

La storia non è mai definitiva né intoccabile, soprattutto nei suoi giudizi interp…
Un gesto distensivo e intelligente quello che il Presidente Mattarella ha rivolto a casa Savoia: consentire una sepoltura dignitosa alle spoglie della consorte di Vittorio Emanuele III nel santuario di Vicoforte. Da ieri anche quelle spoglie sono nel santuario del cuneese. Eppure un segno di disponibilità ha riacceso le polemiche come se fosse ancora possibile rivedere il giudizio storico sulla monarchia mettendo indietro gli orologi del tempo. Argomentazioni che sembravano consegnate al passato: «Se può tornare la regina allora anche il marito da Alessandria d’Egitto dove è sepolto può avere lo stesso destino, magari con tutti gli onori del caso, riposando al Pantheon a fianco di Vittorio Emanuele II e Umberto I».
E siamo alle solite, si prende un pretesto, un segmento di passato per costruire ipotesi di riletture avventurose e confusionarie.

La storia non è mai definitiva né intoccabile, soprattutto nei suoi giudizi interpretativi. Ma non può diventare un supermercato di opinioni strumentali, né uno sportello aperto dove scegliere cosa riproporre fuori da ogni riferimento o contesto verificabile. Il giudizio sul ruolo della Monarchia nella costruzione della nazione italiana è parte della sua storia e le pagine più controverse che hanno segnato il comportamento dei Savoia non possono svanire come se la pietà di fronte alla morte possa travolgere eventi e analisi consolidate. C’è solo l’imbarazzo della scelta quando si riavvolge il nastro del secolo scorso. Nell’autunno 1922 durante la marcia su Roma il Re non firma lo stadio d’assedio mostrando disponibilità e copertura verso l’ascesa del fascismo e la costruzione del regime. A meno di due anni dalla guerra di aggressione contro l’Etiopia la firma apposta alla legislazione razziale del 1938 è un pagina non cancellabile; per migliaia di italiani l’inizio della fine in viaggi che saranno senza ritorno, per la monarchia una macchia indelebile a sigillo della condivisione di politiche discriminatorie e persecutorie contro cittadini italiani di religione o cultura ebraica. Pesano nel giudizio sui Savoia le scelte del fascismo, il patto d’acciaio con la Germania di Hitler, la velleitaria pretesa di una guerra parallela.

Anche il colpo di coda nella caduta di Mussolini nel luglio 1943 non illumina comportamenti e strategie del monarca: responsabilità individuali condivise con gli alti comandi fino allo sbando dell’8 settembre 1943. Un Re in fuga, un esercito dissolto, una parte del territorio segnato dall’occupazione tedesca. Ma si dice da più parti con leggerezza o complicità: «È passato tanto tempo che male può fare una sepoltura tardiva in un luogo simbolico?». Anni fa il Presidente Ciampi fu coinvolto da analoghe pretese. Rispose con puntiglio: «Nulla di personale contro i Savoia. Li ho ricevuti al Quirinale con rispetto e attenzione. Ero favorevole alla richiesta di ricondurre le salme sul suolo italiano, ma mi opposi fermamente sulla destinazione del Pantheon che tanto volevano. Quel luogo ha un significato preciso; non possiamo confondere meriti e responsabilità, eroi e traditori. Sono fuggiti di fronte alle proprie responsabilità anteponendo l’interesse della famiglia a quello del Paese. Ne va della tenuta del nostro tessuto collettivo».

Umberto Gentiloni (Losanna, 1968) insegna Storia contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma. L’ultimo libro è Il giorno più lungo della Repubblica (Mondadori, 2016)