Di Maio e le piroette sull’euro
Massimo Giannini, di MASSIMO GIANNINILa moneta unica è una questione seria, che riguarda il portafoglio di tutti gli italiani e il destino dei popoli d’Europa
C’è un punto cruciale che i Cinque Stelle dovrebbero capire una volta per tutte, nel momento in cui si candidano a governare il Paese. L’euro non è Spelacchio. Non è un alberello di Natale, inutilmente strapagato e malamente trapiantato nelle tasche dei cittadini. Non è un banale giocattolo affidato alle cure inesperte di una Raggi qualsiasi, sul quale si può scherzare, ironizzare, vaneggiare. Non è un passatempo per dilettanti allo sbaraglio, da usare come una qualunque municipalizzata dei rifiuti. La moneta unica è una questione maledettamente seria, che riguarda il portafoglio di tutti gli italiani e chiama in causa il destino dei popoli d’Europa.
Per questo fa paura l’ennesimo giro di valzer di Luigi Di Maio, che prima torna a ipotizzare un referendum consultivo per l’uscita dall’euro, annunciando che se ci si arrivasse lui voterebbe sì. E poi fa una mezza piro…
Per questo fa paura l’ennesimo giro di valzer di Luigi Di Maio, che prima torna a ipotizzare un referendum consultivo per l’uscita dall’euro, annunciando che se ci si arrivasse lui voterebbe sì. E poi fa una mezza piro…
C’è un punto cruciale che i Cinque Stelle dovrebbero capire una volta per tutte, nel momento in cui si candidano a governare il Paese. L’euro non è Spelacchio. Non è un alberello di Natale, inutilmente strapagato e malamente trapiantato nelle tasche dei cittadini. Non è un banale giocattolo affidato alle cure inesperte di una Raggi qualsiasi, sul quale si può scherzare, ironizzare, vaneggiare. Non è un passatempo per dilettanti allo sbaraglio, da usare come una qualunque municipalizzata dei rifiuti. La moneta unica è una questione maledettamente seria, che riguarda il portafoglio di tutti gli italiani e chiama in causa il destino dei popoli d’Europa.
Per questo fa paura l’ennesimo giro di valzer di Luigi Di Maio, che prima torna a ipotizzare un referendum consultivo per l’uscita dall’euro, annunciando che se ci si arrivasse lui voterebbe sì. E poi fa una mezza piroetta.
C’è un punto cruciale che i Cinque Stelle dovrebbero capire una volta per tutte, nel momento in cui si candidano a governare il Paese. L’euro non è Spelacchio. Non è un alberello di Natale, inutilmente strapagato e malamente trapiantato nelle tasche dei cittadini. Non è un banale giocattolo affidato alle cure inesperte di una Raggi qualsiasi, sul quale si può scherzare, ironizzare, vaneggiare. Non è un passatempo per dilettanti allo sbaraglio, da usare come una qualunque municipalizzata dei rifiuti. La moneta unica è una questione maledettamente seria, che riguarda il portafoglio di tutti gli italiani e chiama in causa il destino dei popoli d’Europa.
Per questo fa paura l’ennesimo giro di valzer di Luigi Di Maio, che prima torna a ipotizzare un referendum consultivo per l’uscita dall’euro, annunciando che se ci si arrivasse lui voterebbe sì. Poi fa una mezza piroetta. Per il Movimento quello non è «un obiettivo» da perseguire subito, ma solo una «extrema ratio» a cui ricorrere dopo, se la Ue non esaudisse le richieste pentastellate. Poco importa che nessuno, a partire dallo stesso quartiere generale grillino, sappia quali sono queste misteriose “richieste”. Poco importa che né il capo-comico genovese né la sua colorita compagnia di giro abbiano spiegato in che modo dovrebbero cambiare i Trattati e il Fiscal compact, secondo la “dottrina Grillo”.
Importa solo tenersi le mani libere in campagna elettorale. Importa solo tenersi pronti a surfare l’onda sovranista (in competizione/collaborazione con la Lega), se torna a montare impetuosa contro l’Europa Matrigna e la valuta dietro la quale ingrassa la sua esecrata tecnocrazia. «Non vogliamo sacrificare il benessere degli italiani sull’altare dell’euro», declama il candidato premier, sognando forse il Regno di Gaia che fu caro al guru Casaleggio. Serve a poco spiegare a questi apprendisti stregoni che non è su quell’altare che il Belpaese ha sacrificato il suo benessere. Serve a poco ribadire che in quindici anni di moneta unica l’Italia ha potuto risparmiare 800 miliardi di interessi sul debito ma li ha dissipati per finanziare la spesa corrente a scapito degli investimenti. Serve ancora meno constatare che la Spagna e il Portogallo crescono serenamente due o tre volte l’Italia, “nonostante” l’euro. E non serve a niente ricordare che Marcello Minenna (economista Consob ed ex assessore al bilancio del Comune di Roma), ha stimato in 363 miliardi il costo dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica (solo per la parte che riguarda le banche, quindi senza considerare le famiglie e le imprese).
Se non puoi convincerli, confondili. Questa è la strategia dei Cinque Stelle, che sull’Europa e sulla sua moneta sbandano paurosamente per totale «assenza di visione storico-culturale» (Pierluigi Corbetta, Il partito di Grillo, il Mulino). Nel 2013 il padre padrone avvia sul Sacro Blog la raccolta di firme per una legge popolare di uscita dall’euro. Alle europee del 2014 chiede un referendum. Subito dopo aderisce al gruppo degli euro-fobici con l’Ukip di Farage, perché «l’euro ha generato povertà e disoccupazione». Da allora comincia una schizofrenica retromarcia, culminata con la richiesta di aderire al gruppo degli euro-entusiasti liberali, e poi con i “viaggi della speranza” di Di Maio tra cancellerie e Cernobbio.
Ora l’ennesima virata euro-scettica. Forse legata a un cambio di umore della “gens grillina”, la cui fiducia nella Ue (al 59% nel 2012) oggi non supera il 25%. Nonostante questo, un terzo degli elettori M5S resta contrario a una “Eurexit” (Ipsos, 2016). Dunque, la base lancia segnali contraddittori. E il vertice, invece di governarli, li riflette. Li amplifica. Li traduce in caos. Nulla di nuovo. È esattamente questa la cifra politica dei populismi. Sia chiaro: c’è molto da cambiare nell’Unione, dove si ampliano drammaticamente le fratture tra le élite e le masse. Ma queste “pallottole d’argento” sull’euro, sparate a vanvera da chi vorrebbe guidare l’Italia, accendono un terribile dubbio: cos’altro c’è, nella notte pentastellata, se non il buio?
Per questo fa paura l’ennesimo giro di valzer di Luigi Di Maio, che prima torna a ipotizzare un referendum consultivo per l’uscita dall’euro, annunciando che se ci si arrivasse lui voterebbe sì. E poi fa una mezza piroetta.
C’è un punto cruciale che i Cinque Stelle dovrebbero capire una volta per tutte, nel momento in cui si candidano a governare il Paese. L’euro non è Spelacchio. Non è un alberello di Natale, inutilmente strapagato e malamente trapiantato nelle tasche dei cittadini. Non è un banale giocattolo affidato alle cure inesperte di una Raggi qualsiasi, sul quale si può scherzare, ironizzare, vaneggiare. Non è un passatempo per dilettanti allo sbaraglio, da usare come una qualunque municipalizzata dei rifiuti. La moneta unica è una questione maledettamente seria, che riguarda il portafoglio di tutti gli italiani e chiama in causa il destino dei popoli d’Europa.
Per questo fa paura l’ennesimo giro di valzer di Luigi Di Maio, che prima torna a ipotizzare un referendum consultivo per l’uscita dall’euro, annunciando che se ci si arrivasse lui voterebbe sì. Poi fa una mezza piroetta. Per il Movimento quello non è «un obiettivo» da perseguire subito, ma solo una «extrema ratio» a cui ricorrere dopo, se la Ue non esaudisse le richieste pentastellate. Poco importa che nessuno, a partire dallo stesso quartiere generale grillino, sappia quali sono queste misteriose “richieste”. Poco importa che né il capo-comico genovese né la sua colorita compagnia di giro abbiano spiegato in che modo dovrebbero cambiare i Trattati e il Fiscal compact, secondo la “dottrina Grillo”.
Importa solo tenersi le mani libere in campagna elettorale. Importa solo tenersi pronti a surfare l’onda sovranista (in competizione/collaborazione con la Lega), se torna a montare impetuosa contro l’Europa Matrigna e la valuta dietro la quale ingrassa la sua esecrata tecnocrazia. «Non vogliamo sacrificare il benessere degli italiani sull’altare dell’euro», declama il candidato premier, sognando forse il Regno di Gaia che fu caro al guru Casaleggio. Serve a poco spiegare a questi apprendisti stregoni che non è su quell’altare che il Belpaese ha sacrificato il suo benessere. Serve a poco ribadire che in quindici anni di moneta unica l’Italia ha potuto risparmiare 800 miliardi di interessi sul debito ma li ha dissipati per finanziare la spesa corrente a scapito degli investimenti. Serve ancora meno constatare che la Spagna e il Portogallo crescono serenamente due o tre volte l’Italia, “nonostante” l’euro. E non serve a niente ricordare che Marcello Minenna (economista Consob ed ex assessore al bilancio del Comune di Roma), ha stimato in 363 miliardi il costo dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica (solo per la parte che riguarda le banche, quindi senza considerare le famiglie e le imprese).
Se non puoi convincerli, confondili. Questa è la strategia dei Cinque Stelle, che sull’Europa e sulla sua moneta sbandano paurosamente per totale «assenza di visione storico-culturale» (Pierluigi Corbetta, Il partito di Grillo, il Mulino). Nel 2013 il padre padrone avvia sul Sacro Blog la raccolta di firme per una legge popolare di uscita dall’euro. Alle europee del 2014 chiede un referendum. Subito dopo aderisce al gruppo degli euro-fobici con l’Ukip di Farage, perché «l’euro ha generato povertà e disoccupazione». Da allora comincia una schizofrenica retromarcia, culminata con la richiesta di aderire al gruppo degli euro-entusiasti liberali, e poi con i “viaggi della speranza” di Di Maio tra cancellerie e Cernobbio.
Ora l’ennesima virata euro-scettica. Forse legata a un cambio di umore della “gens grillina”, la cui fiducia nella Ue (al 59% nel 2012) oggi non supera il 25%. Nonostante questo, un terzo degli elettori M5S resta contrario a una “Eurexit” (Ipsos, 2016). Dunque, la base lancia segnali contraddittori. E il vertice, invece di governarli, li riflette. Li amplifica. Li traduce in caos. Nulla di nuovo. È esattamente questa la cifra politica dei populismi. Sia chiaro: c’è molto da cambiare nell’Unione, dove si ampliano drammaticamente le fratture tra le élite e le masse. Ma queste “pallottole d’argento” sull’euro, sparate a vanvera da chi vorrebbe guidare l’Italia, accendono un terribile dubbio: cos’altro c’è, nella notte pentastellata, se non il buio?