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Jean Claude Juncker 

Unione Europea, lasciamo che parlino i fatti

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Invece di considerare  l' 'Europa' come un progetto politico che aspira costantemente a un qualche assetto futuro, diamole l'obiettivo di tutelare l'ampia, casa europea
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'Ma perché parlano tanto?' è stato il commento di un osservatore indiano alla visita a Delhi di un gruppo di leader europei. E' una domanda legittima. In politica si fanno più parole che fatti ovunque, ma mai quanto nell'Unione Europea. La mia libreria geme sotto il peso di 40 anni di discorsi, opuscoli, manifesti e libri che delineano nuove grandiose e complesse strategie per il nostro vecchio continente. Gemo anch'io, mentre molti dei miei concittadini europei hanno addirittura perso la voglia di lamentarsi.
 
Quindi avanzo una modesta proposta: al vertice di Bruxelles di questa settimana i nostri leader dovrebbero indire l'Anno europeo del silenzio, impegnandosi a pubblicare un unico rapporto per il  Natale 2018 che illustri chiaramente gli esiti dell'iniziativa. In caso vi sia sfuggito, l'UE indice Anni europei di vario genere dal 1983, a partire dall'entusiasmante Anno europeo delle PMI e dell'artigianato per …
'Ma perché parlano tanto?' è stato il commento di un osservatore indiano alla visita a Delhi di un gruppo di leader europei. E' una domanda legittima. In politica si fanno più parole che fatti ovunque, ma mai quanto nell'Unione Europea. La mia libreria geme sotto il peso di 40 anni di discorsi, opuscoli, manifesti e libri che delineano nuove grandiose e complesse strategie per il nostro vecchio continente. Gemo anch'io, mentre molti dei miei concittadini europei hanno addirittura perso la voglia di lamentarsi.
 
Quindi avanzo una modesta proposta: al vertice di Bruxelles di questa settimana i nostri leader dovrebbero indire l'Anno europeo del silenzio, impegnandosi a pubblicare un unico rapporto per il  Natale 2018 che illustri chiaramente gli esiti dell'iniziativa. In caso vi sia sfuggito, l'UE indice Anni europei di vario genere dal 1983, a partire dall'entusiasmante Anno europeo delle PMI e dell'artigianato per poi proseguire con indimenticabili successi quali l'Anno europeo della sicurezza stradale e l'Anno europeo dell'invecchiamento attivo, fino ad arrivare all'imminente  Anno europeo del patrimonio culturale. (Cosa? Non ne avete mai sentito parlare?)
 
I leader europei tendono a esagerare con i discorsi  altisonanti, promettendo più di quanto poi riescano a realizzare. Ne è esempio la cosiddetta strategia di Lisbona, lanciata nel 2000 con l'intento megalomane di rendere quella dell'Europa entro il 2010 "l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo". I cittadini europei sono consapevoli del divario aperto come un immenso sbadiglio tra retorica e realtà e questo spiega in parte il loro scontento.
 
Ma ad accomunare i discorsi, i pamphlet e i rapporti è soprattutto l'anelito illuminista e razionalista a un'Unione europea logica, coerente, chiara e lineare come i giardini di Versailles. Da qui il costante riferimento all'architettura e alla geometria europea. Nel suo libro-manifesto intitolato significativamente Révolution, il presidente francese Emmanuel Macron ipotizza un'ampia tornata di consultazioni democratiche da tenersi il prossimo anno in tutti gli stati membri dell'Unione europea che sfocino in un unico 'Piano per l'Europa'. Ecco appunto, proprio quello che serve agli europei - l'ennesimo piano.

E il tedesco Martin Schulz, leader dell'SPD, è andato oltre dichiarando che bisogna arrivare agli Stati Uniti d'Europa 'al più tardi' nel 2025. Gli stati membri che non aderiranno al trattato costitutivo dovranno semplicemente abbandonare l'Unione. Vogliamo scommetterci?

Politici e scrittori individuano a buona ragione una 'poli-crisi' costante del progetto europeo, e la necessità di rispondervi con urgenza, ma analizzando in dettaglio le loro proposte di riforma si scopre che sono necessariamente complesse, prospettando soluzioni singole per ambiti specifici mirate ai problemi dell'Eurozona, dell'area di Schengen, al deficit democratico, all'imposizione fiscale, alla tutela sociale e così via. Inoltre, una volta passate al tritatutto del processo decisionale UE, queste proposte contrastanti danno vita ad azioni ancor più complesse, frammentarie e pragmatiche.
 
E' significativa l'affermazione di Schulz secondo cui 'l'elemento chiave' dei negoziati del suo partito per aderire alla grande coalizione guidata dalla cancelliera Angela Merkel sarà 'dare una risposta positiva' a Macron.  Ma i cristiano democratici della Merkel sono disposti a fare solo pochi passi in direzione dell'idea di un'eurozona federale o quantomeno in via di federalizzazione, avanzata dal presidente francese - per non parlare degli Stati Uniti d'Europa ad alta velocità di Schulz, definiti 'pura fantasia' dal  possibile successore della Merkel Jens Spahn. Questo ancor prima di arrivare ai vari punti di vista nazionali degli altri 25 stati membri. Quindi perché garantire in anticipo lo scontento promuovendo un grandioso progetto futuristico che non sarà mai realizzato?

Sostenere tutto questo non significa espressamente confinarsi al  pragmatismo dei piccoli passi, privo di un obiettivo o di una filosofia superiore, ma equivale a suggerire un diverso approccio filosofico, passando dal futurismo al conservatorismo (con la c minuscola). Invece di considerare  l' 'Europa' come un progetto politico che aspira costantemente ad un qualche futuro assetto razionale e sistematico, diamole l'obiettivo di conservare, tutelare e migliorare l'ampia, caotica, casa europea comune che abbiamo già costruito.

In un libro pubblicato nel 1980, il filosofo conservatore inglese Roger Scruton dispensava garbato disprezzo nei confronti di ogni genere di  'euro-conservatorismo' perché, sosteneva, il conservatorismo consiste nel voler preservare e rafforzare l'ordine sociale esistente, non una qualche astrazione internazionale.  Ma a quasi quarant'anni di distanza l'Europa si avvicina ad essere un ordine sociale per come Scruton lo intende. Noi condividiamo un insieme di istituzioni che hanno origine più antica di molti stati nazionali. La consuetudine alla cooperazione in vari ambiti è radicata nella maggior parte degli europei, che condividono valori importanti, come emerge chiaramente dall'indignazione a fronte delle ultime mosse di Vladimir Putin o di  Donald Trump. In maggioranza gli europei intendono mantenere questa unione, e soprattutto la libertà di lavorare, studiare, viaggiare e abitare ovunque al suo interno.

La coesione sociale in Europa forse non è pari a quella di una nazione antica, ma i legami sono comunque più stretti rispetto a ogni altra semplice organizzazione internazionale e si sono incrementati spontaneamente, grazie al negoziato, al compromesso e al caso. In effetti se il grande filosofo conservatore Edmund Burke dovesse far ritorno nella natia Dublino concluderebbe che le strutture e le prassi complesse dell'Unione Europea oggi sono più simili a quelle dell'attuale sgangherato Regno Unito, sviluppatosi  spontaneamente, piuttosto che alle strutture costituzionali precise e omogenee della Repubblica Federale tedesca.

Molti europei hanno già un approccio in qualche modo conservatore a questa unione eminentemente burkiana:  vogliono difenderla dall'ondata attuale di attacchi nazionalisti e populisti, vogliono badare alla casa di famiglia, riparare le tubature dell'Eurozona e costruire una staccionata più solida al giardino di Schengen, ma non intendono  riprogettare tutta la casa su insistenza di  architetti molesti. E siamo schietti: in questi tempi bui già mantenere ciò che si è costruito in Europa dal 1945 in poi sarebbe un grande successo.

Alla salute di una nuova era di euroconservatorismo, quindi. Attendo con ansia il rapporto del prossimo dicembre sulla conservazione della nostra casa europea comune. Nel frattempo i fatti parleranno più delle parole.
 
Traduzione di Emilia Benghi