Il dibattito politico che sa solo essere rissa
Roberto Esposito, di ROBERTO ESPOSITO
Qualche mese fa, in chiusura del festival di giornalismo di Perugia, Mario Calabresi ha intervistato Mark Thompson, amministratore delegato della The New York Times Company, sul suo libro La fine del dibattito pubblico. Al suo centro la perdita di significato delle parole, la riduzione a slogan delle analisi, gli effetti regressivi dell'intreccio tra paura e rabbia. A pochi mesi dell'elezione di Trump, quel discorso finiva per riferirsi soprattutto al contesto americano. Ma, a rileggerlo oggi, esso corrisponde sempre più al paesaggio italiano. Al punto di risultare il più adatto epitaffio sulla campagna elettorale permanente. Ciò non riguarda solo quello scontro di inciviltà di cui ha parlato l'Espresso. L'intolleranza che cresce nelle retrovie della politica, di cui l'assalto squadristico alla sede di Repubblica è stato l'episodio più inquietante. Ormai il rancore, l'odio, per chi la pensa diversamente non scorre s…
Qualche mese fa, in chiusura del festival di giornalismo di Perugia, Mario Calabresi ha intervistato Mark Thompson, amministratore delegato della The New York Times Company, sul suo libro La fine del dibattito pubblico. Al suo centro la perdita di significato delle parole, la riduzione a slogan delle analisi, gli effetti regressivi dell'intreccio tra paura e rabbia. A pochi mesi dell'elezione di Trump, quel discorso finiva per riferirsi soprattutto al contesto americano. Ma, a rileggerlo oggi, esso corrisponde sempre più al paesaggio italiano. Al punto di risultare il più adatto epitaffio sulla campagna elettorale permanente. Ciò non riguarda solo quello scontro di inciviltà di cui ha parlato l'Espresso. L'intolleranza che cresce nelle retrovie della politica, di cui l'assalto squadristico alla sede di Repubblica è stato l'episodio più inquietante. Ormai il rancore, l'odio, per chi la pensa diversamente non scorre solo nelle vene delle formazioni di estrema destra. Ha ormai inondato l'intero scenario politico.
La delegittimazione reciproca è diventata il nuovo terreno di coltura di tutte le forze politiche. Anche all'interno dello stesso schieramento, come i quotidiani conflitti nel centro-sinistra dimostrano. Essi hanno preso il posto di quello che era lo spazio del dibattito pubblico. Non solo tra i partiti, ma al loro interno e al loro esterno. Se ancora nella campagna referendaria intellettuali di diversa opinione sono intervenuti in uno scontro comunque rilevante per il Paese, oggi per lo più tacciono. Tacciono perché si è passati da un confronto, certo politicizzato, ma pur sempre fatto di idee e convinzioni, a una rissa sempre più personale e quasi privata. Che tutto ruoti da qualche giorno sugli incontri di Maria Elena Boschi la dice lunga su questo immiserimento della battaglia politica. Non per le questioni coinvolte, tutt'altro che minori, come il conflitto di interessi, ma per i modi, i toni, le forme in cui tutto sembra precipitare.
La stessa cosa può dirsi dei discorsi ricorrenti, e altrettanto avvilenti, non sulle idee, i progetti, i programmi - ma sui caratteri - di Renzi e di D'Alema. Quando mai, in passato, al centro della discussione vi sono stati gli umori, le antipatie, le idiosincrasie, di personaggi politici di primo piano. Questo fa torto anche a loro stessi, al ruolo istituzionale che hanno occupato, alla loro storia politica non banale. E il continuo tornare sulle differenti maschere indossate da Berlusconi? Sulla sua rinascita, resurrezione, ringiovanimento - fisico e comunicativo? Perfino dei 5stelle, quello che fa notizia non sono le avventurose proposte politiche, ma il disappunto di Fico o il ritiro familiare di Di Battista.
Tutto questo, naturalmente, nell'assenza dei temi decisivi su cui una classe politica degna di questo nome dovrebbe non smettere di parlare: la mutazione storica, e anche antropologica, prodotta dall'immigrazione di massa, la costituzione politica di un'Europa sott'attacco da America, Russia e Cina, il ruolo e il destino della scuola e dell'Università. È appena nato un nuovo partito, Liberi e Uguali, cui si rivolgono le speranze di una parte non marginale della sinistra. Bene. Si è parlato a lungo di chi ne avrebbe fatto parte, del leader, del simbolo. Ma qualcuno si è preoccupato di dirci cosa ne pensa dei suddetti argomenti? Quello che si ricorda, anche in questo caso, è una fotografia con i suoi quattro dirigenti e una malinconica polemica sul significato delle foglioline che adornano il simbolo.
Roberto Esposito, filosofo, insegna Filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Il suo ultimo libro è Da fuori. Una filosofia per l’Europa (Einaudi, 2016)
La delegittimazione reciproca è diventata il nuovo terreno di coltura di tutte le forze politiche. Anche all'interno dello stesso schieramento, come i quotidiani conflitti nel centro-sinistra dimostrano. Essi hanno preso il posto di quello che era lo spazio del dibattito pubblico. Non solo tra i partiti, ma al loro interno e al loro esterno. Se ancora nella campagna referendaria intellettuali di diversa opinione sono intervenuti in uno scontro comunque rilevante per il Paese, oggi per lo più tacciono. Tacciono perché si è passati da un confronto, certo politicizzato, ma pur sempre fatto di idee e convinzioni, a una rissa sempre più personale e quasi privata. Che tutto ruoti da qualche giorno sugli incontri di Maria Elena Boschi la dice lunga su questo immiserimento della battaglia politica. Non per le questioni coinvolte, tutt'altro che minori, come il conflitto di interessi, ma per i modi, i toni, le forme in cui tutto sembra precipitare.
La stessa cosa può dirsi dei discorsi ricorrenti, e altrettanto avvilenti, non sulle idee, i progetti, i programmi - ma sui caratteri - di Renzi e di D'Alema. Quando mai, in passato, al centro della discussione vi sono stati gli umori, le antipatie, le idiosincrasie, di personaggi politici di primo piano. Questo fa torto anche a loro stessi, al ruolo istituzionale che hanno occupato, alla loro storia politica non banale. E il continuo tornare sulle differenti maschere indossate da Berlusconi? Sulla sua rinascita, resurrezione, ringiovanimento - fisico e comunicativo? Perfino dei 5stelle, quello che fa notizia non sono le avventurose proposte politiche, ma il disappunto di Fico o il ritiro familiare di Di Battista.
Tutto questo, naturalmente, nell'assenza dei temi decisivi su cui una classe politica degna di questo nome dovrebbe non smettere di parlare: la mutazione storica, e anche antropologica, prodotta dall'immigrazione di massa, la costituzione politica di un'Europa sott'attacco da America, Russia e Cina, il ruolo e il destino della scuola e dell'Università. È appena nato un nuovo partito, Liberi e Uguali, cui si rivolgono le speranze di una parte non marginale della sinistra. Bene. Si è parlato a lungo di chi ne avrebbe fatto parte, del leader, del simbolo. Ma qualcuno si è preoccupato di dirci cosa ne pensa dei suddetti argomenti? Quello che si ricorda, anche in questo caso, è una fotografia con i suoi quattro dirigenti e una malinconica polemica sul significato delle foglioline che adornano il simbolo.
Roberto Esposito, filosofo, insegna Filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Il suo ultimo libro è Da fuori. Una filosofia per l’Europa (Einaudi, 2016)