Putin lo zar elimina i rivali nel silenzio
Daniele Bellasio , di DANIELE BELLASIO
Navalny o no, boicottaggio del voto o no, proteste dell'Ue o no, Vladimir Putin rischia di essere già ora l'uomo dell'anno 2018. E non che i precedenti gli siano andati male, anzi. Il presidente russo può conquistare il riconoscimento per carenza di leader concorrenti o di agende alternative, se non fosse per la Cina di Xi Jinping.
Nel 2018 Putin sarà rieletto per la quarta volta capo dello Stato dopo una campagna elettorale - neanche a dirlo - senza veri rivali. Da questo punto di vista l'esclusione di Navalny dalla corsa è una notizia tanto scontata quanto simbolica. In estate la Russia ospiterà i Mondiali di calcio e qualche avversario lo incontrerà sul campo, ma sarà il centro indiscusso del mondo, visto che lo sport non è mai soltanto sport. Infine Putin, nel corso dei prossimi mesi, raccoglierà i frutti delle vittoriose campagne militari (in Siria) e diplomatiche (nell'oriente vicino e lontano), …
Nel 2018 Putin sarà rieletto per la quarta volta capo dello Stato dopo una campagna elettorale - neanche a dirlo - senza veri rivali. Da questo punto di vista l'esclusione di Navalny dalla corsa è una notizia tanto scontata quanto simbolica. In estate la Russia ospiterà i Mondiali di calcio e qualche avversario lo incontrerà sul campo, ma sarà il centro indiscusso del mondo, visto che lo sport non è mai soltanto sport. Infine Putin, nel corso dei prossimi mesi, raccoglierà i frutti delle vittoriose campagne militari (in Siria) e diplomatiche (nell'oriente vicino e lontano), …
Navalny o no, boicottaggio del voto o no, proteste dell'Ue o no, Vladimir Putin rischia di essere già ora l'uomo dell'anno 2018. E non che i precedenti gli siano andati male, anzi. Il presidente russo può conquistare il riconoscimento per carenza di leader concorrenti o di agende alternative, se non fosse per la Cina di Xi Jinping.
Nel 2018 Putin sarà rieletto per la quarta volta capo dello Stato dopo una campagna elettorale - neanche a dirlo - senza veri rivali. Da questo punto di vista l'esclusione di Navalny dalla corsa è una notizia tanto scontata quanto simbolica. In estate la Russia ospiterà i Mondiali di calcio e qualche avversario lo incontrerà sul campo, ma sarà il centro indiscusso del mondo, visto che lo sport non è mai soltanto sport. Infine Putin, nel corso dei prossimi mesi, raccoglierà i frutti delle vittoriose campagne militari (in Siria) e diplomatiche (nell'oriente vicino e lontano), mentre con l'acquisto di riserve monetarie in valuta straniera garantirà una maggiore stabilità del rublo, nonostante la volatilità del petrolio e le sanzioni, e farà "quello che media" perfino tra Corea del Nord e resto del mondo.
La tattica post-ideologica di Putin in fondo è sempre la stessa: comportarsi come il più buono dei cattivi o il più cattivo dei buoni per essere l'unico vero mediatore tra i due fronti; mettere zizzania (vedi Georgia, Ucraina, zone di crisi europee e non solo) per poi offrirsi come liberatore o pacificatore. Senza leader concorrenti, senza alternative: così è facile. L'America di Trump infatti si ritira, a volte con rabbia, dai campi del Grande gioco politico e bellico, imballata tra vocazione isolazionista e protezionista di The Donald e danni collaterali del Russiagate.
L'Europa, mentre tratta un doloroso divorzio con Londra, prova a risollevarsi da una crisi - si spera - di crescita e attende il governo tedesco come il sorgere del sole per scacciare le ombre nere dell'Est sempre più arrabbiato. Intanto spera in Emmanuel Macron: che non finisca come le altre volte, cioè con le speranze di riforma europea riposte all'Eliseo e poi disattese. I governi, peraltro, si dibattono tra giusti proclami in difesa di diritti umani e principi liberali feriti in Russia, sanzioni sì o no e business as usual, senza costruire una comune tattica - figuriamoci una strategia - di contenimento. Questo è il problema: nessuno sa gestire Putin, nessuno riesce ad avere un'agenda alternativa, nessuno sembra capire il rebus post-sovietico.
Le mosse russe sono come i sommergibili russi: sai che sono tanti, sai che sono ovunque, non riesci a starci dietro. Nel giro di pochi giorni questa constatazione è emersa dai ragionamenti di due leader che più distanti non si può. Il primo è lo stesso Putin: nella consueta, sterminata intervista, non-intervista di fine anno all'interrogativo su quanto possa essere noiosa una vita politica senza rivali ha risposto: "Non è il mio compito crearli". Già. Il secondo è l'ex vicepresidente democratico Joe Biden: in un articolo su Foreign Affairs, noto in Italia più per le parole sulle influenze russe in eventi elettorali europei come il referendum italiano che per il messaggio generale, l'ex numero 2 di Barack Obama ha invitato Stati Uniti e alleati a "difendere la democrazia contro i suoi nemici". E a contenere l'aggressivo tentativo di Mosca di espandere le proprie aree di influenza e di mandare in tilt i sistemi liberali per garantire l'esistenza di un regime che si rafforza grazie all'aura di invincibilità del suo leader e all'assenza di speranze concorrenti. Creiamole.
Nel 2018 Putin sarà rieletto per la quarta volta capo dello Stato dopo una campagna elettorale - neanche a dirlo - senza veri rivali. Da questo punto di vista l'esclusione di Navalny dalla corsa è una notizia tanto scontata quanto simbolica. In estate la Russia ospiterà i Mondiali di calcio e qualche avversario lo incontrerà sul campo, ma sarà il centro indiscusso del mondo, visto che lo sport non è mai soltanto sport. Infine Putin, nel corso dei prossimi mesi, raccoglierà i frutti delle vittoriose campagne militari (in Siria) e diplomatiche (nell'oriente vicino e lontano), mentre con l'acquisto di riserve monetarie in valuta straniera garantirà una maggiore stabilità del rublo, nonostante la volatilità del petrolio e le sanzioni, e farà "quello che media" perfino tra Corea del Nord e resto del mondo.
La tattica post-ideologica di Putin in fondo è sempre la stessa: comportarsi come il più buono dei cattivi o il più cattivo dei buoni per essere l'unico vero mediatore tra i due fronti; mettere zizzania (vedi Georgia, Ucraina, zone di crisi europee e non solo) per poi offrirsi come liberatore o pacificatore. Senza leader concorrenti, senza alternative: così è facile. L'America di Trump infatti si ritira, a volte con rabbia, dai campi del Grande gioco politico e bellico, imballata tra vocazione isolazionista e protezionista di The Donald e danni collaterali del Russiagate.
L'Europa, mentre tratta un doloroso divorzio con Londra, prova a risollevarsi da una crisi - si spera - di crescita e attende il governo tedesco come il sorgere del sole per scacciare le ombre nere dell'Est sempre più arrabbiato. Intanto spera in Emmanuel Macron: che non finisca come le altre volte, cioè con le speranze di riforma europea riposte all'Eliseo e poi disattese. I governi, peraltro, si dibattono tra giusti proclami in difesa di diritti umani e principi liberali feriti in Russia, sanzioni sì o no e business as usual, senza costruire una comune tattica - figuriamoci una strategia - di contenimento. Questo è il problema: nessuno sa gestire Putin, nessuno riesce ad avere un'agenda alternativa, nessuno sembra capire il rebus post-sovietico.
Le mosse russe sono come i sommergibili russi: sai che sono tanti, sai che sono ovunque, non riesci a starci dietro. Nel giro di pochi giorni questa constatazione è emersa dai ragionamenti di due leader che più distanti non si può. Il primo è lo stesso Putin: nella consueta, sterminata intervista, non-intervista di fine anno all'interrogativo su quanto possa essere noiosa una vita politica senza rivali ha risposto: "Non è il mio compito crearli". Già. Il secondo è l'ex vicepresidente democratico Joe Biden: in un articolo su Foreign Affairs, noto in Italia più per le parole sulle influenze russe in eventi elettorali europei come il referendum italiano che per il messaggio generale, l'ex numero 2 di Barack Obama ha invitato Stati Uniti e alleati a "difendere la democrazia contro i suoi nemici". E a contenere l'aggressivo tentativo di Mosca di espandere le proprie aree di influenza e di mandare in tilt i sistemi liberali per garantire l'esistenza di un regime che si rafforza grazie all'aura di invincibilità del suo leader e all'assenza di speranze concorrenti. Creiamole.