✕

L’Iran, paese in crisi da dopoguerra

Ascolta l'audio

3 minuti di lettura
L'Iran è investito da una delle classiche crisi del dopoguerra che non risparmiano neppure i vincitori. Capita che finiscano le guerre e comincino le rivoluzioni sulle rovine di una disfatta, come dopo le sfilate per la vittoria. Il Paese degli ayatollah è emerso rafforzato dalla mischia nella valle del Tigri e dell'Eufrate. È oggi una potenza regionale destinata a influenzare la rinascita del Medio Oriente. A tracciarne i nuovi confini. Ma adesso è il teatro di collere popolari. La gente non sopporta il prolungarsi delle privazioni subite durante il conflitto e il ritardo della ripresa economica.

Gli slogan dei manifestanti sono chiari: «No Gaza, no Libano, no Siria. La nostra vita per l’Iran». In breve: i soldi per noi e non per la guerra. Le proteste sono certamente dovute a un autentico scontento popolare, ma le alimentano anche le rivalità all’interno del regime e le infiltrazioni provenienti dall’esterno.
…
L'Iran è investito da una delle classiche crisi del dopoguerra che non risparmiano neppure i vincitori. Capita che finiscano le guerre e comincino le rivoluzioni sulle rovine di una disfatta, come dopo le sfilate per la vittoria. Il Paese degli ayatollah è emerso rafforzato dalla mischia nella valle del Tigri e dell'Eufrate. È oggi una potenza regionale destinata a influenzare la rinascita del Medio Oriente. A tracciarne i nuovi confini. Ma adesso è il teatro di collere popolari. La gente non sopporta il prolungarsi delle privazioni subite durante il conflitto e il ritardo della ripresa economica.

Gli slogan dei manifestanti sono chiari: «No Gaza, no Libano, no Siria. La nostra vita per l’Iran». In breve: i soldi per noi e non per la guerra. Le proteste sono certamente dovute a un autentico scontento popolare, ma le alimentano anche le rivalità all’interno del regime e le infiltrazioni provenienti dall’esterno.

Al posto dello scontro con il “Califfato” (o Stato islamico), praticamente concluso, se ne profila uno più ampio: tra lo schieramento sunnita, di cui l’Arabia Saudita è il Paese guida, appoggiato dagli Stati Uniti e da Israele, e lo schieramento sciita che l’Iran è riuscito a creare sull’asse Teheran — Bagdad — Damasco — Beirut (quella degli Hezbollah), con il decisivo contributo della Russia di Putin. Non a caso Donald Trump esprime in queste ore ad alta voce la sua simpatia per i manifestanti, e il capo di stato maggiore delle forze armate israeliane (Idf), generale Gadi Eizenkot, ha auspicato di recente una cooperazione con l’intelligence saudita. Il dopoguerra mediorientale, prima ancora di essersi consolidato, lascia intravedere altri conflitti. Nello Yemen lo scontro tra iraniani e sauditi è già in atto, i primi sostengono gli Huti sciiti che i secondi bombardano.
Le manifestazioni in Iran sono partite dalla città di Mashhad ed erano all’origine fomentate dal clero conservatore nemico del presidente Hassan Rouhani, eletto anche per avere promesso libertà d’espressione e di riunione. Mashhad è stata una scintilla. La protesta si è estesa rapidamente e si è rivolta anche contro l’establishment conservatore, di cui il leader supremo Khamenei è la massima espressione. I manifestanti l’hanno preso di mira in quanto detentore non eletto di un potere autoritario. «Morte al dittatore», hanno scandito. La collera ha cambiato natura, ha allargato l’obiettivo. E il presidente Hassan Rouhani, all’inizio pieno di comprensione per i manifestanti, ha appesantito il linguaggio e anche i mezzi di repressione. Ha detto che le proteste sono organizzate da nemici esterni. Un leader equilibrato come Rouhani valuta in queste ore le dichiarazioni di Washington, di Gerusalemme e di Riad, capitali che non gli sono amiche. Potenze vicine e lontane che considerano una minaccia il regime degli ayatollah, in grado di dotarsi rapidamente di armi nucleari.

La fine della disciplina imposta dalla guerra ha dato via libera alla protesta. L’ accordo con le potenze mondiali del 2015 sulla riduzione della ricerca atomica, in cambio dell’abolizione delle sanzioni, non ha convinto molti stranieri a investire nel Paese. Teheran ci contava. È stata in parte delusa. L’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump ha condotto alla demolizione della paziente politica di Barack Obama, e portato gli Stati Uniti a schierarsi con l’Arabia Saudita, avversaria dell’Iran, che per la sua avanzata ricerca nucleare è temuto anche da Israele. Al deludente accordo del 2015, che non ha dato i frutti sperati, si sono aggiunte le spese militari.
Teheran è stata ed è generosa con gli alleati. Ha distribuito miliardi di dollari. I beneficiari sono Bashar al Assad in Siria, gli Huti nello Yemen, gli Hezbollah nel Libano, gli sciiti del Bahrein e i disperati gruppi jihadisti di Gaza. Teheran ha finanziato e fornito uomini, non pochi ufficiali, alle milizie forti di cinquantamila uomini in Siria, e di centomila in Iraq. I manifestanti attribuiscono alle spese di guerra le difficoltà economiche interne: l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, della benzina, e anche la disoccupazione giovanile. Nelle riunioni vengono denunciati gli alti salari dei militari, compresi quelli della Guardia rivoluzionaria. E anche la corruzione favorita dalla quasi immunità dei militari. Il governo rende note statistiche che smentiscono quelle annunciate sulle piazze: l’inflazione sarebbe calata dal 40 al 10 per cento.
La protesta interna, pur non avendo le dimensioni di una rivolta, rende più fragile il presidente Rouhani, la cui moderazione si è rivelata utile nei momenti particolarmente difficili. E non ne sono mancati. Il regime iraniano è composto da tante correnti rivali, e non mancano certo quelle pronte ad approffittare del disordine per far valere i propri interessi. O a intervenire per difenderli. Questa è l’incognita del momento.