M5S e l’angoscia del partito
Piero Ignazi, di PIERO IGNAZI
Passo dopo passo, il Movimento 5 Stelle si sta avvicinando alle modalità organizzative dei partiti tradizionali. Nulla di strano. Tutte le formazioni politiche, soprattutto se di dimensioni ragguardevoli, prima o poi devono passare sotto le forche caudine dell'adattamento delle loro strutture alla realtà circostante. Tentativi di sottrarsi a questo destino ce ne sono stati tanti, dai Radicali di Pannella e Bonino ai Verdi in Europa fino a Podemos e a La République en Marche di Emmanuel Macron. La parabola organizzativa dei partiti verdi è istruttiva: arrivati alla soglia del potere hanno ceduto le armi e sono passati dalla fase "romantica" dell'eguaglianza assoluta tra i membri alla prosa della definizione di funzioni e gerarchie, cariche e responsabilità.
Il nuovo statuto M5S va nella direzione obbligata del rafforzamento dell'identità partitica e della strutturazione organizzativa. Non poteva essere che così, an…
Il nuovo statuto M5S va nella direzione obbligata del rafforzamento dell'identità partitica e della strutturazione organizzativa. Non poteva essere che così, an…
Passo dopo passo, il Movimento 5 Stelle si sta avvicinando alle modalità organizzative dei partiti tradizionali. Nulla di strano. Tutte le formazioni politiche, soprattutto se di dimensioni ragguardevoli, prima o poi devono passare sotto le forche caudine dell'adattamento delle loro strutture alla realtà circostante. Tentativi di sottrarsi a questo destino ce ne sono stati tanti, dai Radicali di Pannella e Bonino ai Verdi in Europa fino a Podemos e a La République en Marche di Emmanuel Macron. La parabola organizzativa dei partiti verdi è istruttiva: arrivati alla soglia del potere hanno ceduto le armi e sono passati dalla fase "romantica" dell'eguaglianza assoluta tra i membri alla prosa della definizione di funzioni e gerarchie, cariche e responsabilità.
Il nuovo statuto M5S va nella direzione obbligata del rafforzamento dell'identità partitica e della strutturazione organizzativa. Non poteva essere che così, anzi, era tempo che i grillini si adeguassero. Questo passaggio, però, non è mai indolore. Abbandonare i miti fondanti, l'illusione di essere tutti uguali, è urticante, ma Di Maio è stato esplicito: "Uno vale uno non significa che uno valga quanto ogni altro". Una innovazione ragguardevole che fa trasparire un'associazione tra l'ideale originario di eguaglianza, connesso al principio democratico, e l'enfasi sulle capacità individuali, cara all'impostazione liberale.
Questi cambiamenti non alterano l'impostazione verticistica del M5S, rafforzata dal nuovo statuto. Ciò non sorprende perché tutti i partiti fondati da una forte personalità sono impostati su una gerarchia interna ferrea. L'incoronazione di Luigi Di Maio e la certificazione dell'assetto presidenziale delle nuove regole sono in linea con questa traiettoria.
C'è però un inciampo. La trasformazione del M5S non lascerà indifferenti gli attivisti e i sostenitori del movimento. I grillini sono cresciuti perché raccoglievano un forte sentimento antipolitico di cui i partiti tradizionali erano il target principale.
L'uso della Rete, inoltre, marcava la differenza e dava l'impressione/illusione che si potesse realizzare una perfetta democrazia all'interno del movimento. Una illusione pericolosa perché l'istituzionalizzazione in atto imponendo catene di comando e regole stringenti si scontra con quel presupposto egualitario. Dato che il combustibile del voto e della militanza grillina sta nella differenza con gli altri partiti, ogni passo in direzione della omologazione spegne l'entusiasmo. Quando si scopre che, in fondo, anche gli altri possono essere utili per governare, e che per gestire questo passaggio bisogna assimilare alcuni tratti organizzativi dei nemici, si scontentano alcuni (molti?) simpatizzanti. Non solo: quando la diversità genetica si stempera e l'adattamento all'ambiente prende la rivincita il partito non può più usare l'arma "negativa" del Vaffa. Deve offrire proposte politiche sempre più precise. Di conseguenza, non tutti coloro che aderivano al Vaffa saranno soddisfatti. Alcuni (molti?) si perderanno per strada.
Finora il M5s ha goduto della rendita di posizione di catalizzatore di ogni protesta. Ora che vuole indossare una veste responsabile, e garantire la governabilità, sarà difficile mantenere i consensi raccolti in precedenza. Forse in queste elezioni il contraccolpo non si sentirà, ma è destinato ad arrivare. Il futuro della politica italiana dipende anche da come reagirà la leadership del M5S. Con tre esiti possibili: maturare definendo una agenda realistica, radicalizzarsi nella protesta, disgregarsi lasciando spazio a componenti più estremiste.
Il nuovo statuto M5S va nella direzione obbligata del rafforzamento dell'identità partitica e della strutturazione organizzativa. Non poteva essere che così, anzi, era tempo che i grillini si adeguassero. Questo passaggio, però, non è mai indolore. Abbandonare i miti fondanti, l'illusione di essere tutti uguali, è urticante, ma Di Maio è stato esplicito: "Uno vale uno non significa che uno valga quanto ogni altro". Una innovazione ragguardevole che fa trasparire un'associazione tra l'ideale originario di eguaglianza, connesso al principio democratico, e l'enfasi sulle capacità individuali, cara all'impostazione liberale.
Questi cambiamenti non alterano l'impostazione verticistica del M5S, rafforzata dal nuovo statuto. Ciò non sorprende perché tutti i partiti fondati da una forte personalità sono impostati su una gerarchia interna ferrea. L'incoronazione di Luigi Di Maio e la certificazione dell'assetto presidenziale delle nuove regole sono in linea con questa traiettoria.
C'è però un inciampo. La trasformazione del M5S non lascerà indifferenti gli attivisti e i sostenitori del movimento. I grillini sono cresciuti perché raccoglievano un forte sentimento antipolitico di cui i partiti tradizionali erano il target principale.
L'uso della Rete, inoltre, marcava la differenza e dava l'impressione/illusione che si potesse realizzare una perfetta democrazia all'interno del movimento. Una illusione pericolosa perché l'istituzionalizzazione in atto imponendo catene di comando e regole stringenti si scontra con quel presupposto egualitario. Dato che il combustibile del voto e della militanza grillina sta nella differenza con gli altri partiti, ogni passo in direzione della omologazione spegne l'entusiasmo. Quando si scopre che, in fondo, anche gli altri possono essere utili per governare, e che per gestire questo passaggio bisogna assimilare alcuni tratti organizzativi dei nemici, si scontentano alcuni (molti?) simpatizzanti. Non solo: quando la diversità genetica si stempera e l'adattamento all'ambiente prende la rivincita il partito non può più usare l'arma "negativa" del Vaffa. Deve offrire proposte politiche sempre più precise. Di conseguenza, non tutti coloro che aderivano al Vaffa saranno soddisfatti. Alcuni (molti?) si perderanno per strada.
Finora il M5s ha goduto della rendita di posizione di catalizzatore di ogni protesta. Ora che vuole indossare una veste responsabile, e garantire la governabilità, sarà difficile mantenere i consensi raccolti in precedenza. Forse in queste elezioni il contraccolpo non si sentirà, ma è destinato ad arrivare. Il futuro della politica italiana dipende anche da come reagirà la leadership del M5S. Con tre esiti possibili: maturare definendo una agenda realistica, radicalizzarsi nella protesta, disgregarsi lasciando spazio a componenti più estremiste.