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No alla Brexit: cari europei, fatevi sentire

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Il 2018 è l'ultima occasione che ci resta per fermare la Brexit. Se alla fine di quest'anno il parlamento britannico avrà approvato un accordo di transizione con gli altri 27 membri dell'Ue che disciplini i futuri rapporti commerciali, la Gran Bretagna uscirà dall'Unione, producendosi nell'atto di autolesionismo nazionale più grave e immotivato della sua storia post bellica. La Brexit influirà inoltre negativamente a lungo termine sul più ampio progetto di unificazione dei paesi europei in difesa dei nostri valori e del comune stile di vita, in un mondo sempre più condizionato dalla Cina, dal cambiamento climatico e dall'automazione, con i rischi che quest'ultima comporta per l'occupazione. Fermare questo processo è principalmente compito di noi britannici, ma in misura minore è anche una sfida per gli altri europei consapevoli di questa realtà.

Per noi europei britannici la difficol…
Il 2018 è l'ultima occasione che ci resta per fermare la Brexit. Se alla fine di quest'anno il parlamento britannico avrà approvato un accordo di transizione con gli altri 27 membri dell'Ue che disciplini i futuri rapporti commerciali, la Gran Bretagna uscirà dall'Unione, producendosi nell'atto di autolesionismo nazionale più grave e immotivato della sua storia post bellica. La Brexit influirà inoltre negativamente a lungo termine sul più ampio progetto di unificazione dei paesi europei in difesa dei nostri valori e del comune stile di vita, in un mondo sempre più condizionato dalla Cina, dal cambiamento climatico e dall'automazione, con i rischi che quest'ultima comporta per l'occupazione. Fermare questo processo è principalmente compito di noi britannici, ma in misura minore è anche una sfida per gli altri europei consapevoli di questa realtà.

Per noi europei britannici la difficoltà sta nel persuadere un numero maggiore di fautori della Brexit e il partito laburista, attualmente temporeggiatore, che gli svantaggi dell'uscita dall'Ue, per ora modesti o impercettibili, sono presagi attendibili del peggio che è di là da venire. Secondo i sondaggi attualmente solo una minima percentuale di chi ha votato per la Brexit ha cambiato idea, ma sono sempre di più coloro che pensano che la Gran Bretagna chiuderà un pessimo accordo.

Stando alle stime recenti del Financial Times la Brexit sta già costando al paese circa 350 milioni di sterline la settimana, invece di rendere disponibili 350 milioni la settimana in più per il Servizio sanitario nazionale, come promesso dalla propaganda pro Brexit in campagna elettorale. Gli esperti prevedono un ulteriore impatto negativo sulla crescita del Pil nei prossimi anni e calcolano che la Brexit avrà l'impatto peggiore proprio su alcuni dei suoi più fervidi sostenitori: i lavoratori meno specializzati e gli abitanti dell'Inghilterra settentrionale. A fronte dell'aspirazione della Scozia a restare nell'Unione e dell'intenzione dell'Irlanda del Nord di mantenere aperti i confini è del tutto prevedibile che l'unità del Regno Unito sia messa a dura prova. Sempre più voci non confermate indicano che per via della Brexit la Gran Bretagna è già meno "Grande" nel panorama mondiale.

Ma riuscire a cambiare l'opinione pubblica in pochi mesi è un'impresa titanica. Le stime del Financial Times e le previsioni degli esperti non bastano a persuadere gli elettori populisti, anzi. Memorabile è la risposta di una gentile signora di Newcastle al politologo Anand Menon: "Questo dannato Pil è roba sua, mica mia!". Ex politici come Tony Blair, parlamentari non eletti come Lord Andrew Adonis, diplomatici di rango e imprenditori cosmopoliti, per non parlare degli editorialisti del Guardian e professori di Oxford come me, non sono i più adatti a convincere la signora di Newcastle. La stampa per lo più euroscettica sforna incessantemente elogi sperticati della Brexit. Il Daily Mail è sempre pronto a condannare i "nemici della gente". Ma non dobbiamo farci intimidire. Come ha scritto David Davis, ministro per la Brexit, prima del referendum: "Se una democrazia non può cambiare idea, non è più una democrazia".

A rendere il nostro compito ancor più arduo è il fatto che in autunno il parlamento non approverà la Brexit definitiva, bensì le condizioni applicabili al periodo di transizione, più un "quadro" del futuro rapporto con l'Ue. A quel punto dovrebbe essere chiaro a tutti che il governo di Theresa May non è in grado di chiudere un accordo generoso e ben calibrato mentre la seconda opzione attualmente prospettata dal governo, ossia un accordo simile a quello Ue-Canada, potrebbe suonare accattivante alle orecchie dei britannici. In realtà la Gran Bretagna si trova in una posizione completamente diversa rispetto al Canada, un accordo del genere sarebbe più penalizzante per noi, dato che la mole dei nostri scambi commerciali con i paesi europei è assai superiore e l'accordo in oggetto non copre i servizi, che costituiscono l'80% della produzione britannica. Ma personaggi come Michael Gove, strenuo fautore della Brexit nella campagna referendaria e attuale ministro conservatore dell'ambiente, inviteranno a non dar retta ai cosiddetti esperti e a snobbare i cosiddetti "remoaner", i delusi dall'esito referendario, incensando l'accordo stile Canada come garanzia di un brillante futuro (esiste il rischio concreto che parte dell'opinione pubblica si faccia infinocchiare da questa viscida retorica).

Ci aspetta una strada in salita, ma non abbiamo alternative. Ci serve tutto l'aiuto possibile e sarebbe bello se anche in piccola parte arrivasse dagli altri europei oltremanica. Mi ha sorpreso e francamente un po' addolorato la rapidità con cui gran parte degli europei del continente ha accettato la Brexit come un evento che appartiene ormai al passato. Non se ne parla quasi più, se non in tono di ironica commiserazione. Anzi, l'anno scorso in certi momenti gli altri 27 paesi membri sembravano concordi solo sulla linea dura nei confronti della Gran Bretagna. Ora effettivamente gli altri europei hanno abbastanza problemi per conto loro, dall'Eurozona alla crisi dei profughi, a Vladimir Putin e ai populisti dell'Europa centrale. Temo però che sottovalutino il danno che l'uscita di uno dei maggiori paesi membri comporta per il progetto europeo nel suo complesso.

Secondo un sondaggio di YouGov, più di un terzo degli intervistati francesi preferirebbe che la Gran Bretagna uscisse dall'Ue, contro meno di un terzo favorevole alla sua permanenza. Ma in Danimarca, Svezia e Finlandia la maggioranza assoluta degli intervistati preferirebbe che la Gran Bretagna restasse nell'Unione. Il 60% dei tedeschi sarebbe sollevato, contento o felice se dopo tutto restasse. Ma se davvero lo pensate, perché non lo dite forte e chiaro, per farvi sentire dagli elettori britannici?
La mia collega editorialista del Guardian (nonché ex direttrice di Le Monde) Natalie Nougayrède ha proposto che sia Emmanuel Macron, l'europeista-simbolo del 2018, a dirigere questo coro continentale. Pensando ai 700 anni di rivalità anglo-francese mi viene da pensare che per far restare gli inglesi basterebbe dire che i francesi vogliono che se ne vadano, ma scherzi a parte, le voci del continente sono tutte gradite, come peraltro le riflessioni canadesi, indiane, americane o brasiliane sul più ampio danno arrecato dalla Brexit all'ordine liberale internazionale.
Chiarisco che non mi faccio alcuna illusione sulla possibilità di fermare la Brexit. Non mi sorprende che tanti politici britannici fautori della politica come "arte del possibile" propongano ora soluzioni intermedie, tipo continuare a far parte dell'unione doganale (l'unico modo per garantire confini aperti in Irlanda) e/o del mercato unico (un accordo stile Norvegia, invece che stile Canada), pur sapendo perfettamente che l'unica opzione valida è restare. Magari alla fine saremo costretti ad accettare soluzioni peggiori, tipo subire le regole invece di stabilirle, come la Norvegia. Per il bene economico della Gran Bretagna e in particolare dei gruppi più poveri e delle regioni che hanno votato per la Brexit sarà comunque meno peggio che far rotta verso l'isola che non c'è di una filibustiera indipendenza neoelisabettiana - il miraggio trumpiano di una "Global Britain" che si infrangerebbe presto contro la putrida prospettiva reale di diventare una Grande Cipro dotata di missili.

Ma visto quello che è successo negli ultimi due anni nel panorama politico mondiale forse dovremmo dare della politica una nuova definizione, come arte dell'improbabile. Senza farci illusioni lottiamo per l'unico esito positivo, tanto per l'Europa che per la Gran Bretagna. Pronti al peggio, operiamo per il meglio.

Traduzione di Emilia Benghi