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(ansa)

Perché Trump non ha perso

Vista dal Medio Oriente, la politica della Casa Bianca non risulta sconfitta. E invece la rivolta è scoppiata in Iran
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Donald Trump taglierà gli aiuti umanitari ai palestinesi se non tornano al tavolo dei negoziati di pace; riduce i finanziamenti al Pakistan perché non mantiene gli impegni sulla lotta al terrorismo. Se si aggiunge il duro intervento sulle proteste in Iran, il Medio Oriente ritrova una centralità sorprendente, per una presidenza nata all'insegna dell'isolazionismo con lo slogan America First. 
Sono partito dagli Stati Uniti prima di Natale in un clima di condanna verso Trump dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d'Israele. Dopo dieci giorni passati in Israele e nei territori palestinesi - dove le proteste si sono già attenuate - devo riportare una prospettiva diversa. Nel frattempo non è in Palestina bensì in Iran che è esplosa la rabbia. I manifestanti accusano la classe dirigente di foraggiare gruppi armati in Siria e in Libano, mentre la situazione economica iraniana resta pessima, con inflaz…
Donald Trump taglierà gli aiuti umanitari ai palestinesi se non tornano al tavolo dei negoziati di pace; riduce i finanziamenti al Pakistan perché non mantiene gli impegni sulla lotta al terrorismo. Se si aggiunge il duro intervento sulle proteste in Iran, il Medio Oriente ritrova una centralità sorprendente, per una presidenza nata all'insegna dell'isolazionismo con lo slogan America First. 
Sono partito dagli Stati Uniti prima di Natale in un clima di condanna verso Trump dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d'Israele. Dopo dieci giorni passati in Israele e nei territori palestinesi - dove le proteste si sono già attenuate - devo riportare una prospettiva diversa. Nel frattempo non è in Palestina bensì in Iran che è esplosa la rabbia. I manifestanti accusano la classe dirigente di foraggiare gruppi armati in Siria e in Libano, mentre la situazione economica iraniana resta pessima, con inflazione e disoccupazione ai massimi. Trump via tweet descrive una popolazione iraniana "stufa di un regime corrotto che spreca la ricchezza nazionale per finanziare il terrorismo all'estero". Perfino un opinionista del New York Times come Roger Cohen, solitamente severo verso il suo presidente, confessa di aver "ritwittato" in segno di approvazione quel messaggio di Trump.

A cavallo dell'anno nuovo la percezione si è capovolta. Invece dell'isolamento di Trump, è evidente la solitudine dei palestinesi. L'Arabia saudita, che era uno dei pilastri a loro sostegno, ha espresso una condanna rituale di Trump su Gerusalemme. Si consolida la triangolazione fra Trump, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, e l'uomo forte del nuovo corso saudita Mohammad bin Salman. Un retroscena del New York Times rivela che anche il regime egiziano ha dato ordine di minimizzare il caso-Gerusalemme. Tutti d'accordo nel considerare l'Iran il nemico numero uno. Netanyahu ne approfitta per rafforzare lo status quo. Ha fatto approvare in Parlamento una legge che renderà ancora più difficile restituire ai palestinesi Gerusalemme Est.

Una parte della popolazione palestinese appare rassegnata, anche perché in qualche modo partecipa al boom economico israeliano. Con una disoccupazione irrisoria (ufficialmente sotto l'1% della forza lavoro) e un reddito pro capite attorno ai 40.000 dollari annui, Israele ama definirsi "la nazione start-up". Se ne sono accorti gli investitori americani, europei, cinesi che scommettono su questo miracolo economico. Il contrasto con il mondo arabo è netto. Nel boom israeliano c'è anche l'industria turistica, con aumenti del 20% annuo nei flussi di visitatori. E qui s'incontra un altro paradosso. Come molti stranieri, dopo il gesto di Trump su Gerusalemme anch'io mi ero chiesto se annullare le mie vacanze in Terra Santa. Ma le cancellazioni sono state poche. Ho trovato Tel Aviv, Gerusalemme, Betlemme, invase da turisti. Per chi arriva da città blindate per prevenire gli attentati come New York, Londra, Parigi, i controlli di sicurezza israeliani non sono appariscenti. C'è più polizia in divisa sotto casa mia a Manhattan che nel centro di Gerusalemme. Le spiegazioni variano. C'è chi sottolinea il salto tecnologico israeliano, le videocamere onnipresenti. C'è chi ricorda la militarizzazione ormai "normale" (in visita-premio ai monumenti sfilano gruppi di militari di leva con mitra a tracolla) e l'addestramento a intervenire nelle emergenze da parte dei civili. C'è chi evoca un paradosso: il governo di destra guidato da Netanyahu mantiene una cooperazione con le forze dell'ordine palestinesi, interessate a evitare gli attentati.

Il 2018 porterà il famoso "piano di pace" di Trump? E cosa potrà esserci dentro, se la Casa Bianca è allineata su Netanyahu? La destra israeliana non scioglie l'interrogativo fondamentale. Se il suo obiettivo è l'annessione definitiva dei territori occupati, questo porterà Israele ad avere una maggioranza araba. Dunque, o Israele accetta la possibilità di poter avere un giorno un premier palestinese - che oggi appare fanta-politica persino alla sinistra - o dovrà rendere sistematica l'apartheid che nega il diritto di voto a molti residenti arabi. Sta prevalendo la legge del più forte. Ma Trump, visto da qui, non ne esce isolato né perdente.