Il femminismo delle borghesi, scriveva già Simone de Beauvoir, non può essere quello delle operaie. La battaglia per la "libertà di importunare le donne", lanciata da Catherine Deneuve e altre intellettuali che hanno firmato l'appello su Le Monde, appartiene a una ristretta cerchia sociale. L'attrice non è nuova alle lotte femministe, ha sottoscritto con coraggio Le Manifeste des 343 Salopes nel quale una serie di donne famose confessavano di aver abortito, quattro anni prima che l'interruzione di gravidanza venisse legalizzata.
E ora si unisce al coro che vede nello scandalo Weinstein il rischio di trasformare gli uomini in "porci" da svergognare, di incatenare le donne "all'eterna categoria delle vittime", e di diminuire, anziché rafforzare, l'emancipazione. Un contro-appello circola da ieri online, lanciato dalla femminista Caroline De Haas, con la promessa di andare avanti nella battaglia contro …
E ora si unisce al coro che vede nello scandalo Weinstein il rischio di trasformare gli uomini in "porci" da svergognare, di incatenare le donne "all'eterna categoria delle vittime", e di diminuire, anziché rafforzare, l'emancipazione. Un contro-appello circola da ieri online, lanciato dalla femminista Caroline De Haas, con la promessa di andare avanti nella battaglia contro …
Il femminismo delle borghesi, scriveva già Simone de Beauvoir, non può essere quello delle operaie. La battaglia per la "libertà di importunare le donne", lanciata da Catherine Deneuve e altre intellettuali che hanno firmato l'appello su Le Monde, appartiene a una ristretta cerchia sociale. L'attrice non è nuova alle lotte femministe, ha sottoscritto con coraggio Le Manifeste des 343 Salopes nel quale una serie di donne famose confessavano di aver abortito, quattro anni prima che l'interruzione di gravidanza venisse legalizzata.
E ora si unisce al coro che vede nello scandalo Weinstein il rischio di trasformare gli uomini in "porci" da svergognare, di incatenare le donne "all'eterna categoria delle vittime", e di diminuire, anziché rafforzare, l'emancipazione. Un contro-appello circola da ieri online, lanciato dalla femminista Caroline De Haas, con la promessa di andare avanti nella battaglia contro molestie e abusi di potere, titolo: "I porci e le loro alleate fanno bene a preoccuparsi".
Le divergenze tra femministe, minime quando si parla di disparità economiche e professionali, diventano enormi sulle libertà individuali, l'autodeterminazione. Come in altre occasioni, lo scandalo Weinstein ha provocato opposti schieramenti. Già nel 1992, la filosofa Elisabeth Badinter pubblicava un pamphlet, "La strada degli errori", contro il femminismo "vittimista" importato dagli Stati Uniti.
All'epoca il dibattito era provocato dalla prima legge per punire le molestie sui posti di lavoro. La contrapposizione si è riproposta diverse volte, l'ultima due anni fa, quando il governo socialista ha fatto approvare la legge per punire i clienti delle prostitute. Badinter, insieme a Deneuve e altre intellettuali, difendevano la libertà di disporre del proprio corpo. Altre femministe si opponevano a ogni forma di sottomissione, anche volontaria.
Ogni rivoluzione ha i suoi eccessi, ed è doveroso vigilare, allertare su possibili derive. Eppure i timori espressi da Deneuve e dalle altre esponenti dell'élite parigina appaiono un lusso un po' snob per chi è stata abituata a subire battute, aggressioni, discriminazioni e nelle ultime settimane ha finalmente visto rompersi il muro dell'indifferenza. Una giovane studentessa che viaggia nella calca della metropolitana non vorrà derubricare una pacca sul sedere a "espressione della miseria sessuale" o "non evento", come dicono frettolosamente le promotrici dell'appello, con il rischio invece di colpevolizzare chi denuncia le molestie.
E dove finisce la "libertà di importunare", di cui parlano le firmatarie? Dire che la manager di successo può giocare nella sua camera da letto a fare la "schiava sessuale", altro esempio del testo sottoscritto da Deneuve, non significa eludere un dibattito sui modelli femminili tramandati da decenni, che possono condizionare nell'intimità e impedire ancora oggi di indagare ed esprimere i propri desideri. Una cassiera di supermercato non sarà forse mai così serena come la scrittrice libertina Catherine Millet, altra firmataria dell'appello, davanti alle drague maladroite, il corteggiamento maldestro del suo capo reparto.
Ma il disgusto e la reazione contro la licenza di importunare per fortuna sembrano non conoscere più le antiche distinzioni di classe sociale. Come dimostrano il caso Weinstein e le denunce delle attrici americane, che certo non sono delle proletarie.
E ora si unisce al coro che vede nello scandalo Weinstein il rischio di trasformare gli uomini in "porci" da svergognare, di incatenare le donne "all'eterna categoria delle vittime", e di diminuire, anziché rafforzare, l'emancipazione. Un contro-appello circola da ieri online, lanciato dalla femminista Caroline De Haas, con la promessa di andare avanti nella battaglia contro molestie e abusi di potere, titolo: "I porci e le loro alleate fanno bene a preoccuparsi".
Le divergenze tra femministe, minime quando si parla di disparità economiche e professionali, diventano enormi sulle libertà individuali, l'autodeterminazione. Come in altre occasioni, lo scandalo Weinstein ha provocato opposti schieramenti. Già nel 1992, la filosofa Elisabeth Badinter pubblicava un pamphlet, "La strada degli errori", contro il femminismo "vittimista" importato dagli Stati Uniti.
All'epoca il dibattito era provocato dalla prima legge per punire le molestie sui posti di lavoro. La contrapposizione si è riproposta diverse volte, l'ultima due anni fa, quando il governo socialista ha fatto approvare la legge per punire i clienti delle prostitute. Badinter, insieme a Deneuve e altre intellettuali, difendevano la libertà di disporre del proprio corpo. Altre femministe si opponevano a ogni forma di sottomissione, anche volontaria.
Ogni rivoluzione ha i suoi eccessi, ed è doveroso vigilare, allertare su possibili derive. Eppure i timori espressi da Deneuve e dalle altre esponenti dell'élite parigina appaiono un lusso un po' snob per chi è stata abituata a subire battute, aggressioni, discriminazioni e nelle ultime settimane ha finalmente visto rompersi il muro dell'indifferenza. Una giovane studentessa che viaggia nella calca della metropolitana non vorrà derubricare una pacca sul sedere a "espressione della miseria sessuale" o "non evento", come dicono frettolosamente le promotrici dell'appello, con il rischio invece di colpevolizzare chi denuncia le molestie.
E dove finisce la "libertà di importunare", di cui parlano le firmatarie? Dire che la manager di successo può giocare nella sua camera da letto a fare la "schiava sessuale", altro esempio del testo sottoscritto da Deneuve, non significa eludere un dibattito sui modelli femminili tramandati da decenni, che possono condizionare nell'intimità e impedire ancora oggi di indagare ed esprimere i propri desideri. Una cassiera di supermercato non sarà forse mai così serena come la scrittrice libertina Catherine Millet, altra firmataria dell'appello, davanti alle drague maladroite, il corteggiamento maldestro del suo capo reparto.
Ma il disgusto e la reazione contro la licenza di importunare per fortuna sembrano non conoscere più le antiche distinzioni di classe sociale. Come dimostrano il caso Weinstein e le denunce delle attrici americane, che certo non sono delle proletarie.