Il privato di Facebook
Massimo Russo, di MASSIMO RUSSO
Se fossimo alla fine degli anni '70 potremmo dire che Facebook, per risolvere i suoi problemi, ha scoperto il riflusso nel privato. Ma siamo nel 21esimo secolo. E dunque in realtà, dietro le parole del fondatore 33enne Mark Zuckerberg - che ieri ha annunciato che d'ora in poi sulle nostre bacheche vedremo più contenuti condivisi dai familiari e meno video, foto e testi pubblicati da aziende ed editori - si intravede soprattutto la ricerca di una scorciatoia.
Per chi si occupa di giornalismo, si tratta di una cattiva notizia. Anche se non tutte le testate ne soffriranno allo stesso modo. Patirà di più chi utilizza il social network solo come canale di distribuzione e non come luogo di relazione con coloro che una volta avremmo chiamato lettori.
Ma il cambiamento riguarda tutti, e ha iniziato a maturare con l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Fino a quel momento Zuckerberg aveva sempre fatto spallucce a chi gli chiedeva se non avvertiss…
Per chi si occupa di giornalismo, si tratta di una cattiva notizia. Anche se non tutte le testate ne soffriranno allo stesso modo. Patirà di più chi utilizza il social network solo come canale di distribuzione e non come luogo di relazione con coloro che una volta avremmo chiamato lettori.
Ma il cambiamento riguarda tutti, e ha iniziato a maturare con l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Fino a quel momento Zuckerberg aveva sempre fatto spallucce a chi gli chiedeva se non avvertiss…
Se fossimo alla fine degli anni '70 potremmo dire che Facebook, per risolvere i suoi problemi, ha scoperto il riflusso nel privato. Ma siamo nel 21esimo secolo. E dunque in realtà, dietro le parole del fondatore 33enne Mark Zuckerberg - che ieri ha annunciato che d'ora in poi sulle nostre bacheche vedremo più contenuti condivisi dai familiari e meno video, foto e testi pubblicati da aziende ed editori - si intravede soprattutto la ricerca di una scorciatoia.
Per chi si occupa di giornalismo, si tratta di una cattiva notizia. Anche se non tutte le testate ne soffriranno allo stesso modo. Patirà di più chi utilizza il social network solo come canale di distribuzione e non come luogo di relazione con coloro che una volta avremmo chiamato lettori.
Ma il cambiamento riguarda tutti, e ha iniziato a maturare con l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Fino a quel momento Zuckerberg aveva sempre fatto spallucce a chi gli chiedeva se non avvertisse una responsabilità editoriale per l'impatto avuto durante la campagna presidenziale. In realtà, come egli stesso avrebbe riconosciuto in seguito, si trattava di parole superficiali. La società avrebbe poi ammesso che, almeno in un caso durante la corsa al voto, un'agenzia di disinformazione russa aveva acquistato 100mila dollari in pubblicità per promuovere messaggi di odio su immigrati, diritti dei gay, minoranze etniche.
Lo scorso anno nuovi segnali avevano anticipato la svolta, accompagnati da una pressione crescente in Europa verso le grandi aziende della Silicon Valley sui temi di antitrust, diffusione di messaggi violenti, capacità di rafforzare i pregiudizi cognitivi, trattamento dei dati degli utenti.
In aprile, durante F8, la conferenza annuale di Facebook a San Josè, il fondatore aveva incentrato il suo discorso soprattutto sugli sviluppi - dalla realtà virtuale ai videogiochi - riguardanti l'uso privato di Facebook: "Ci siamo sempre concentrati sui rapporti con gli amici e la famiglia", aveva detto. "Dobbiamo ora lavorare per avvicinare le persone in una società divisa".
Poi a dicembre l'azienda aveva riconosciuto il rischio derivante dal consumo passivo ed eccessivo dei social, fino alla dipendenza. Concetti ribaditi nel nuovo anno e accompagnati ieri da un'intervista al New York Times in cui l'imprenditore, riferendosi ai figli, ha affermato che "è importante che quando saranno cresciuti sentano che quel che il loro padre ha fatto è stato buono per il mondo", anche se ciò dovesse avere un prezzo.
Ma è difficile rimettere il genio nella bottiglia. Parlando con chi ha condiviso da vicino la decisione, appare complicato addirittura distinguere cosa sia di interesse pubblico e cosa privato, cosa politica e cosa passione personale, quanto servizio pubblico e quanto scambio tra amici.
L'annuncio sembra soprattutto un modo per tamponare i grattacapi che Facebook ha ad esempio in Germania, dove una legge discutibile da poche settimane obbliga i social a censurare le manifestazioni di odio, o quelli minacciati in Francia dove - secondo un sondaggio condotto da Le Figaro l'altro ieri - il 79 per cento dei cittadini appoggia il progetto di legge del presidente Emmanuel Macron contro le fake news. O magari ancora come il passaporto per assicurarsi la benevolenza delle autorità di Pechino e sbarcare finalmente in Cina.
Di fronte alla magnitudo dei temi e delle responsabilità in campo, il cambiamento è un palliativo: Facebook oggi è una società che vale in borsa oltre 540 miliardi dollari, quasi un quarto del debito pubblico italiano, e nel 2017 ha realizzato profitti per circa 16 miliardi. Per molte delle persone che la frequentano, la piattaforma è uno strumento quotidiano per amare, odiare, acquistare, imparare. Il suo bulimico modello pubblicitario si basa proprio sul tempo speso, sull'attenzione e sui dati condivisi da tutti noi. È velleitario o poco serio, caro Mark, pensare di cavarsela togliendo la vita vera e lasciando i barbecue.
@massimo_russo
Per chi si occupa di giornalismo, si tratta di una cattiva notizia. Anche se non tutte le testate ne soffriranno allo stesso modo. Patirà di più chi utilizza il social network solo come canale di distribuzione e non come luogo di relazione con coloro che una volta avremmo chiamato lettori.
Ma il cambiamento riguarda tutti, e ha iniziato a maturare con l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Fino a quel momento Zuckerberg aveva sempre fatto spallucce a chi gli chiedeva se non avvertisse una responsabilità editoriale per l'impatto avuto durante la campagna presidenziale. In realtà, come egli stesso avrebbe riconosciuto in seguito, si trattava di parole superficiali. La società avrebbe poi ammesso che, almeno in un caso durante la corsa al voto, un'agenzia di disinformazione russa aveva acquistato 100mila dollari in pubblicità per promuovere messaggi di odio su immigrati, diritti dei gay, minoranze etniche.
Lo scorso anno nuovi segnali avevano anticipato la svolta, accompagnati da una pressione crescente in Europa verso le grandi aziende della Silicon Valley sui temi di antitrust, diffusione di messaggi violenti, capacità di rafforzare i pregiudizi cognitivi, trattamento dei dati degli utenti.
In aprile, durante F8, la conferenza annuale di Facebook a San Josè, il fondatore aveva incentrato il suo discorso soprattutto sugli sviluppi - dalla realtà virtuale ai videogiochi - riguardanti l'uso privato di Facebook: "Ci siamo sempre concentrati sui rapporti con gli amici e la famiglia", aveva detto. "Dobbiamo ora lavorare per avvicinare le persone in una società divisa".
Poi a dicembre l'azienda aveva riconosciuto il rischio derivante dal consumo passivo ed eccessivo dei social, fino alla dipendenza. Concetti ribaditi nel nuovo anno e accompagnati ieri da un'intervista al New York Times in cui l'imprenditore, riferendosi ai figli, ha affermato che "è importante che quando saranno cresciuti sentano che quel che il loro padre ha fatto è stato buono per il mondo", anche se ciò dovesse avere un prezzo.
Ma è difficile rimettere il genio nella bottiglia. Parlando con chi ha condiviso da vicino la decisione, appare complicato addirittura distinguere cosa sia di interesse pubblico e cosa privato, cosa politica e cosa passione personale, quanto servizio pubblico e quanto scambio tra amici.
L'annuncio sembra soprattutto un modo per tamponare i grattacapi che Facebook ha ad esempio in Germania, dove una legge discutibile da poche settimane obbliga i social a censurare le manifestazioni di odio, o quelli minacciati in Francia dove - secondo un sondaggio condotto da Le Figaro l'altro ieri - il 79 per cento dei cittadini appoggia il progetto di legge del presidente Emmanuel Macron contro le fake news. O magari ancora come il passaporto per assicurarsi la benevolenza delle autorità di Pechino e sbarcare finalmente in Cina.
Di fronte alla magnitudo dei temi e delle responsabilità in campo, il cambiamento è un palliativo: Facebook oggi è una società che vale in borsa oltre 540 miliardi dollari, quasi un quarto del debito pubblico italiano, e nel 2017 ha realizzato profitti per circa 16 miliardi. Per molte delle persone che la frequentano, la piattaforma è uno strumento quotidiano per amare, odiare, acquistare, imparare. Il suo bulimico modello pubblicitario si basa proprio sul tempo speso, sull'attenzione e sui dati condivisi da tutti noi. È velleitario o poco serio, caro Mark, pensare di cavarsela togliendo la vita vera e lasciando i barbecue.
@massimo_russo