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(reuters)

Fake news, serve un’alleanza tra media e cittadini

La decisione di Facebook di affidare agli utenti la valutazione dell'attendibilità delle fonti mette in discussione il ruolo dei professionisti dell'informazione. Un percorso necessario, anche se con molti rischi
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Se è vero, come dice il filosofo Byung Chul Han, che Facebook è la chiesa digitale e il like è il suo amen, ci troviamo di fronte alla prima chiesa nella quale i sacerdoti non  ricevono l'investitura divina ma vengono selezionati sulla base della quantità di amen,  cioè di like, che accumulano  dai fedeli. Il punto è stabilire se questo sia un bene o un male.

Siamo pronti a fidarci di un ospedale che lascia valutare i medici ai pazienti, o di una scuola nella quale anche gli studenti possono dare i voti agli insegnanti? Se la risposta è sì, dobbiamo abituarci all'idea di un social media che affidi la valutazione delle fonti di informazione agli utenti, come Facebook ha annunciato di voler fare con il suo prossimo cambio di algoritmo. I giornalisti, quelli che un tempo si consideravano i sacerdoti della notizia non hanno mai gradito la possibilità di essere giudicati dai lettori e si sono piegati a m…
Se è vero, come dice il filosofo Byung Chul Han, che Facebook è la chiesa digitale e il like è il suo amen, ci troviamo di fronte alla prima chiesa nella quale i sacerdoti non  ricevono l'investitura divina ma vengono selezionati sulla base della quantità di amen,  cioè di like, che accumulano  dai fedeli. Il punto è stabilire se questo sia un bene o un male.

Siamo pronti a fidarci di un ospedale che lascia valutare i medici ai pazienti, o di una scuola nella quale anche gli studenti possono dare i voti agli insegnanti? Se la risposta è sì, dobbiamo abituarci all'idea di un social media che affidi la valutazione delle fonti di informazione agli utenti, come Facebook ha annunciato di voler fare con il suo prossimo cambio di algoritmo. I giornalisti, quelli che un tempo si consideravano i sacerdoti della notizia non hanno mai gradito la possibilità di essere giudicati dai lettori e si sono piegati a malincuore al confronto quotidiano con i propri critici in rete.

Ora però stiamo assistendo alla caduta di un dogma, quello che assegna al giornalismo professionale il compito di verifica e certificazione dei fatti nel momento in cui vengono trasformati in notizie. La battaglia contro le cosiddette fake news, anziché rafforzare il ruolo dei media come garanti dell'attendibilità di un'informazione, ne mette in discussione l'esistenza stessa, ponendoli ai margini del meccanismo, scavalcati a destra e a sinistra da iniziative estemporanee o da strategie pianificate. Se la polizia si autoassegna il compito di fact-checking  in campagna elettorale (con quale competenza?), al netto di ogni considerazione di opportunità,  sopperisce e accentua la mancanza di fiducia nei confronti dei media. Se Facebook affida agli utenti il giudizio sull'attendibilità delle fonti, apre le porte alla notte delle vacche tutte nere, dove una testata autorevole come il New York Times è messa sullo stesso piano di partenza di un sito di bufale.

E allora, si può obiettare, qual è il problema? Nell'ecosistema digitale, la fiducia è l'unica moneta di scambio e va conquistata giorno per giorno. Il ranking, il voto, è quello che fa la differenza tra successo e fallimento per ristoranti, servizi, autisti: per quale motivo anche i giornalisti e le loro testate non dovrebbero soggiacere a questa regola?

L'obiezione è pertinente: nella società che mette in discussione le istituzioni, la politica, l'establishment, gli esperti di ogni settore, è giusto che i media scendano dal piedistallo e si diano da fare per riconquistare la fiducia perduta. Quando tra poche settimane usciremo dal cinema dopo aver ammirato le schiene dritte dei giornalisti e dell'editrice di "The Post", dovremo chiederci tutti - noi che siamo parte in causa per primi - cosa è cambiato negli ultimi decenni se la considerazione dell'opinione pubblica è scesa così tanto. E in questo esame di coscienza dovremmo ammettere le nostre colpe, la miopia con la quale abbiamo subito la rivoluzione digitale, la resa alla legge del clic, l'incapacità di adattare le nostre doti di inchiesta, approfondimento e verifica alla velocità e alla complessità del flusso informativo.

Dall'altra parte, però, non possiamo accettare passivamente di essere messi ai margini del processo informativo, che rimane uno dei cardini della democrazia. Se Zuckerberg, tra l'ipotesi di affidarsi a esperti esterni e quella di coinvolgere la massa degli utenti, ha ammesso di preferire la seconda, possiamo confidare che nel medio lungo periodo una comunità di due miliardi di persone sia in grado di autoregolarsi e di filtrare davvero solo il meglio. Ma non dobbiamo nascondere il rischio che questo processo selettivo venga inquinato dall'incompetenza o dalla malafede, con conseguenze nefaste per i milioni di cittadini che nel mondo si informano attraverso Facebook.

Ci vorrebbe allora un'alleanza tra chi scrive e chi legge, tra giornalisti e cittadini, per restituire ai media il ruolo fondamentale di controllori del potere. Per tornare alla metafora iniziale e a un'altra celebre citazione, occorre riportare la chiesa al centro del villaggio.