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Le “parlamentarie M5s”, l’opaca trasparenza

Non sappiamo quanti sono stati i votanti, quanti voti ha preso ciascun candidato né chi ha controllato 
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Non era mai successo, in Italia, che migliaia di persone offrissero simultaneamente il proprio nome per una candidatura al Parlamento, e che gli iscritti al partito fossero chiamati a scegliere con una votazione online. Ha ragione dunque il Movimento 5 Stelle a dire che è successo qualcosa di nuovo, con le "parlamentarie" che si sono appena concluse. E sarebbe pure un bell'esempio di democrazia diretta, se non fosse per quelle opacità e quei misteri che purtroppo impediscono all'esperimento dei grillini di essere additato come modello di trasparenza.

La prima opacità riguarda il modo in cui le candidature - si parla di 15 mila richieste per 945 posti, una proporzione che ricorda quelle dei concorsi pubblici per l'assunzione alle Poste - sono state scremate da Di Maio, da Grillo e da Casaleggio. Sul blog del Movimento si possono leggere numerosi messaggi di iscritti che domandano conto e ragione della loro esclusione, ma non una sola risposta…
Non era mai successo, in Italia, che migliaia di persone offrissero simultaneamente il proprio nome per una candidatura al Parlamento, e che gli iscritti al partito fossero chiamati a scegliere con una votazione online. Ha ragione dunque il Movimento 5 Stelle a dire che è successo qualcosa di nuovo, con le "parlamentarie" che si sono appena concluse. E sarebbe pure un bell'esempio di democrazia diretta, se non fosse per quelle opacità e quei misteri che purtroppo impediscono all'esperimento dei grillini di essere additato come modello di trasparenza.

La prima opacità riguarda il modo in cui le candidature - si parla di 15 mila richieste per 945 posti, una proporzione che ricorda quelle dei concorsi pubblici per l'assunzione alle Poste - sono state scremate da Di Maio, da Grillo e da Casaleggio. Sul blog del Movimento si possono leggere numerosi messaggi di iscritti che domandano conto e ragione della loro esclusione, ma non una sola risposta. Del resto, il regolamento approvato in gran fretta dal terzetto magico che ha le chiavi del Movimento prevede come motivo di esclusione automatica "comportamenti che possano pregiudicare l'immagine o l'azione politica del Movimento 5 Stelle", una formula così elastica che bastava un like a un post con richiesta di chiarimenti per essere depennati.

La scrematura dev'essere stata così minuziosa, così capillare, che sono passati 12 giorni dal giorno in cui sono arrivate le richieste di candidatura al giorno delle "parlamentarie". E naturalmente in quei 12 giorni nessuno, né gli aspiranti onorevoli - pardon: "cittadini" - né gli iscritti, sapeva chi sarebbe stato candidabile. Poi, improvvisamente, il 16 gennaio si è alzato il sipario e i militanti - solo loro, usando una password - hanno potuto leggere nomi e profili di chi voleva diventare deputato o senatore. Nomi che per quasi tutti erano sconosciuti, mai sentiti prima, accanto a quelli dei portavoce pentastellati: e non c'è bisogno di fare pensieri maliziosi per capire come mai i parlamentari uscenti siano risultati quasi ovunque in cima alle liste. Se un comune cittadino non ha la possibilità di far vedere se è in grado oppure no di fare quel delicatissimo lavoro che si fa a Montecitorio e a Palazzo Madama, non ha alcuna chance di battere chi ha avuto cinque anni per farsi conoscere. Neanche un nuovo Barack Obama italiano - nell'improbabile ipotesi che avesse voluto candidarsi con Di Maio - avrebbe potuto farsi conoscere in 48 ore e battere personaggi del calibro, si fa per dire, di Paola Taverna o di Carlo Sibilia. Questa è stata la seconda opacità.

Poi c'è il mistero dei tempi e dei numeri. Le votazioni online si sono concluse una settimana fa, mercoledì 17 gennaio, ma fino alla sera di domenica 21 i nomi dei vincitori sono stati gelosamente custoditi dal trio Grillo-Di Maio-Casaleggio, più due notai per dare il sigillo della legalità a questo black-out di informazione. Perché tenere segreti per quattro giorni i risultati di una consultazione democratica, quelle cifre che di sicuro i computer della Casaleggio & C. hanno sfornato in un nanosecondo? Il 5 aprile scorso, quando gli iscritti al Movimento furono chiamati a votare il programma sulla politica estera, lo stesso Grillo annunciò nel giro di pochi minuti che il "ripudio della guerra" aveva ottenuto 6814 preferenze mentre "la risoluzione dei conflitti in Medio Oriente" si era fermata a 4219 (ci fosse stata nell'elenco "la pace nel mondo", avrebbe stravinto).

Stavolta, invece, non sappiamo quanti sono stati i votanti. Non sappiamo quanti voti ha preso ciascun candidato. Non sappiamo chi ha controllato, e come, che quelle cifre corrispondano effettivamente ai voti espressi dai clic degli iscritti. Prima o poi qualcosa sapremo, certo. Di Maio ha promesso che ce lo dirà. Con calma. Senza fretta. La trasparenza può attendere.