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I talk show con il trucco

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Il sospetto, a dire la verità, l'avevamo da un pezzo. Ora abbiamo anche la conferma, nero su bianco: i talk show italiani sono truccati. Nulla è come sembra. Niente è lasciato al caso. Quasi tutto ciò che vediamo è preconfezionato, precotto e previsto. Quelle che una volta erano delle arene temute e insidiose dalle quali un ospite poteva uscire in trionfo, se era davvero in gamba, o a brandelli, se faceva flop, ora sono passate sotto il controllo dei politici: sono loro, e non più i conduttori, a dettare le regole del gioco. E l'arena di un tempo è diventata "una tavola apparecchiata".

Ed è impressionante la nitidezza con cui Michele Santoro, che dei talk show è stato il pioniere, l'architetto e il principe, ha raccontato questo meccanismo diabolico e perverso nella sua bella intervista a Salvatore Merlo del Foglio. Ha rivelato che oggi "bisogna fornire in anticipo l'elenco delle domande, co…
Il sospetto, a dire la verità, l'avevamo da un pezzo. Ora abbiamo anche la conferma, nero su bianco: i talk show italiani sono truccati. Nulla è come sembra. Niente è lasciato al caso. Quasi tutto ciò che vediamo è preconfezionato, precotto e previsto. Quelle che una volta erano delle arene temute e insidiose dalle quali un ospite poteva uscire in trionfo, se era davvero in gamba, o a brandelli, se faceva flop, ora sono passate sotto il controllo dei politici: sono loro, e non più i conduttori, a dettare le regole del gioco. E l'arena di un tempo è diventata "una tavola apparecchiata".

Ed è impressionante la nitidezza con cui Michele Santoro, che dei talk show è stato il pioniere, l'architetto e il principe, ha raccontato questo meccanismo diabolico e perverso nella sua bella intervista a Salvatore Merlo del Foglio. Ha rivelato che oggi "bisogna fornire in anticipo l'elenco delle domande, concordare l'orario di registrazione, la posizione in scaletta e fornire rassicurazioni sull'andamento della serata, che non deve contenere sorprese e imprevisti". Dunque noi crediamo di assistere a delle autentiche interviste, nelle quali un bravo giornalista incalza il politico per mettere alla prova le sue capacità, la sua sincerità, la sua bravura. E invece siamo inconsapevoli spettatori di una recita, perché l'intervistato ha avuto tutto il tempo di prepararsi delle risposte efficaci, che tirerà fuori con disinvoltura facendo la sua brillante figura. 

È vero, ammette Santoro, da sempre gli uomini del Palazzo hanno cercato di porre delle condizioni per andare in tv. Berlusconi, per esempio, pretendeva scrivanie di ciliegio e lavagne di carta per fare i suoi show. "Ma il politico si doveva comunque sottoporre al rito previsto dalla trasmissione. Ora stabiliscono tutto loro. Scelgono il giornalista con cui confrontarsi, decidono l'orario, intervengono sugli ospiti, sui servizi. E se vuoi Di Maio o Di Battista devi sottostare a certe richieste. Lo stesso vale per D'Alema. Anche per Renzi". I talk show, è l'amara conclusione, "sono soggetti a questo tipo di ricatto".

Ma che fine fa il giornalismo, in questo gioco di ricatti subìti dietro le quinte per rincorrere l'audience? E dove vanno a finire le regole della par condicio, in questa televisione già divisa tra reti lottizzate, network targati e tv schierate? Confrontandola con i talk show taroccati di oggi, dobbiamo rivalutare la vecchia, vituperata Tribuna elettorale, dove almeno i giornalisti venivano sorteggiati e anche a un leader come Berlinguer poteva capitare di trovarsi davanti un giornalista come Nino Nutrizio che per contestargli l'idea del compromesso storico metteva sul banco un pacco di pasta e uno di riso, dicendogli "che sono buonissimi quando sono cotti separatamente, ma immangiabili se messi a bollire nella stessa pentola".

Oggi questa imparziale imprevedibilità è andata perduta. Il gioco è truccato. E quando Santoro parla di "compromessi da ingoiare", e dice che "devi sottostare a certe richieste", tornano in mente le parole degli imprenditori che denunciarono Tangentopoli. Questa volta - per fortuna - non ci saranno inchieste e non ci saranno arresti, eppure questa degenerazione del giornalismo chiama in causa le regole etiche dell'informazione professionale. E ci obbliga a chiederci se tutto questo non stia alterando subdolamente il confronto democratico, ingannando i cittadini elettori che stanno per andare al voto. 

È arrivato il momento di reagire, prima che sia troppo tardi. È ora che i giornalisti, a cominciare dai conduttori dei talk show, si ribellino ai ricatti dei politici, come fecero gli imprenditori al tempo di Mani Pulite. Tocca a loro, se ne hanno la forza e il coraggio, lanciare l'operazione Reti Pulite.