Brunella Giovara
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Michele Smargiassi
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Alessandro Rosina
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di BRUNELLA GIOVARA, MICHELE SMARGIASSI E ALESSANDRO ROSINA
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I giovani in fuga dai partiti: 4 su 10 non si fidano più
Lo studio dell'Istituto Toniolo: i disaffezionati sono cresciuti di quattro punti percentuali in un anno. Ma la metà può essere riconquistata. Tra le forze preferite: M5S, Lega e Pd
di Michele Smargiassi
Quattro su dieci non si siedono neppure a tavola. Benché il ristorante della politica, per la cena elettorale del 4 marzo, offra un menù di estrema latitudine, da destra a sinistra, dai populismi alle caste, una quota impressionante dell'elettorato giovanile boccia tutti e si tira fuori. Il 40,7 per cento dei giovani italiani (parliamo della fascia 20-38 anni) interpellati tra ottobre e novembre dall'Istituto Toniolo non dà la sufficienza in pagella a nessuna delle forze politiche in campo. La soglia simbolica è stata sfondata con una accelerazione che dovrebbe spaventare il mondo politico: alla stessa domanda, solo un anno fa, questi "disaffezionati", come…
I giovani in fuga dai partiti: 4 su 10 non si fidano più
Lo studio dell'Istituto Toniolo: i disaffezionati sono cresciuti di quattro punti percentuali in un anno. Ma la metà può essere riconquistata. Tra le forze preferite: M5S, Lega e Pd
di Michele Smargiassi
Quattro su dieci non si siedono neppure a tavola. Benché il ristorante della politica, per la cena elettorale del 4 marzo, offra un menù di estrema latitudine, da destra a sinistra, dai populismi alle caste, una quota impressionante dell'elettorato giovanile boccia tutti e si tira fuori. Il 40,7 per cento dei giovani italiani (parliamo della fascia 20-38 anni) interpellati tra ottobre e novembre dall'Istituto Toniolo non dà la sufficienza in pagella a nessuna delle forze politiche in campo. La soglia simbolica è stata sfondata con una accelerazione che dovrebbe spaventare il mondo politico: alla stessa domanda, solo un anno fa, questi "disaffezionati", come li definisce la ricerca erano il 34,6%.
Non ci sono buone notizie, dunque, per la salute della democrazia italiana in questo Rapporto Giovani 2018. Se vogliamo, però, ce n'è una un po' meno cattiva. La metà di quel 40% accetta ancora di definirsi politicamente, cioè si colloca da qualche parte sull'asse destra-sinistra. Se ci sono insomma i "perduti", quelli che non fanno più differenze, non si aspettano più nulla, insensibili anche alle sirene dei populismi e degli anti-sistema, candidati quasi certi all'astensionismo, ci sono altrettanti "delusi" che semplicemente non trovano l'offerta che corrisponde alla loro domanda, e che potrebbero essere riconquistabili. E sono due elettori giovani su dieci: una quota che può fare la differenza nelle urne.
Perché se guardiamo agli altri, i sei su dieci che hanno ancora fiducia sufficiente in almeno un partito, una maggioranza sì, ma sempre più erosa, non ci sono grosse sorprese. Tenendo conto che solo uno su tre esprime una preferenza univoca a un partito (e quindi le percentuali si sovrappongono, specie a destra e a sinistra), il bacino potenziale di consensi più grande è quello dei Cinquestelle, il 30% del campione, seguiti da Pd e Lega attorno al 20%. Le proporzioni non sono cambiate di molto nell'ultimo anno (arretra il Pd, avanza la Lega). Se votassero solo i non-disaffezionati, il movimento di Grillo potrebbe aspirare alla metà dei consensi del mondo giovanile.
Dunque è sulla speranza di recuperare la disaffezione che si gioca tutto. Ma le disaffezioni non sono tutte uguali. Dove si colloca dunque quel venti per cento di delusi ma non ancora del tutto usciti dal sistema? Soprattutto nel centro-sinistra. Ben metà di loro viene dall'area politica che ha tenuto le redini di questo paese dal 2013 ad oggi. Sono insomma i delusi dai governi Renzi e Gentiloni. E sono cresciuti di numero nell'ultimo anno. Sono gli stessi che dicono di avere ancora fiducia nelle istituzioni. Più che ribelli al sistema, si sentono traditi da chi ha gestito il sistema.
Ed è una delusione integralmente politica. Una sorpresa del rapporto è che non sembra esserci un rapporto forte fra disagio sociale e disaffezione elettorale. Se cerchi l'identikit del disaffezionato, finisci in un vicolo cieco. Non ci sono differenze di rilievo fra sud e nord (leggera prevalenza del nord-est), tra livelli di istruzione, perfino fra condizioni lavorative (i né-studio-né-lavoro leggermente più insofferenti di lavoratori e studenti). L'analisi degli orizzonti ideologici dei giovani elettori sembra confermare che l'omogeneità del rifiuto corrisponde a un livellamento preoccupante delle differenze tra i valori di riferimento: in quel quaranta per cento di disaffezionati le opposizioni classiche (universalismo vs. particolarismo, cambiamento vs. tradizione...) sono quasi impercepibili, la pressione è bassa su tutti i valori ideali (solidarietà, giustizia...) e c'è sfiducia verso tutte le istituzioni, non solo politiche (università, chiesa, sanità, polizia...).
L'unico scarto percepibile nel profilo dei disaffezionati è quello di genere: sono le donne ad allontanarsi di più dall'arena politica, 45% contro il 36% dei maschi. "Le ragazze sfiduciate non trovano partito, i ragazzi prima provano a votare Cinquestelle", sintetizza Andrea Bonanomi, il ricercatore che si è occupato di questo capitolo del rapporto. Uno sguardo dentro il consenso ai Cinquestelle è rivelatore. Nel movimento di Grillo si distinguono tre aree, una che fa riferimento ai sistemi di valori tipici della sinistra, una orientata a destra, e una che non si riconosce in quella distinzione. Un anno fa le tre aree si equivalevano. Oggi l'area né-né è maggioritaria (42%), quella di destra in calo (22%) e quella di sinistra stabile (35%). I Cinquestelle sembrano riprodurre al loro interno le dinamiche dell'intero elettorato giovanile. Può forse costituire un punto di forza aderire alla geografia emotiva degli elettori. Può viceversa diventare un boomerang se vuol dire importare e confermare il baratro di delusione e confusione sempre più largo fra i giovani e la politica.
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di Brunella Giovara
Nel chiostro della Statale si fuma molto e di tutto, infatti uno dice "il mio slogan è "vota fattanza!", sulla scheda scriverò "Legalize"". Perché la politica è "poco interesse per il prossimo, molto per se stessi". Quindi Marco Pozzi, 25 anni, spiega citando "Baudelaire, che in dittatura non devi votare perché tanto decidono loro. In democrazia invece puoi votare ma tanto decidono loro. Perciò se vai a votare hai perso tempo". Poi si corregge: "Uh, scusa. Non era Baudelaire ma Bukowski, scusa, ciao". Ciao Marco, in Statale però ci sono anche quelli che vorrebbero capire qualcosa di più, di questa campagna elettorale che sembra "un calderone" diabolico, pieno di "faccioni, sempre gli stessi", lo spiega Ambrogio Arienti, 23 anni e iscritto a Lettere moderne, brianzolo, "una terra piena di giovani padani che hanno anche adescato alcuni miei amici". La politica è una specie di incubo nero "che mi fa paura: Salvini, Meloni, il ritorno di Berlusconi...". E il 4 marzo che fa, Ambrogio? Non va a votare, "non ho direzione politica precisa e neanche mi interessa averla".
Michele Farina, 24 anni, Lettere: "Il panorama è confuso, vedo coalizioni tra partiti molto diversi. Capisci che se lo slogan è "l'Italia agli italiani", non ci siamo. Poi senti Grasso che vuole abolire le tasse universitarie. Non si rende conto che così il sistema non regge, non sa che l'anello debole della scuola è la secondaria". Allora "voterò i radicali. Loro hanno le idee chiare, più delle sinistre, fanno battaglie civili, sai cosa voti". Andrea Bertaiola, Archeologia: "Voto i radicali, il modello tripartitico non mi rappresenta". Marcello Gorni, 26 anni, Lettere: "La politica è troppo su modello partitico. Il Palazzo è lontano dalla gente. Troppi slogan, ma non ci fregano più. La sinistra? Belle parole, ma ha le mani legate dagli inciuci. Serve un rifugio pratico, come il mio centro sociale, dove si facciano cose: sui diritti degli immigrati, sulla casa, sul lavoro".
Fuori, davanti alle facciate di mattoni rossi che tante acque hanno visto passare, tra manifestazioni e occupazioni, assedi della polizia, molti scazzi politici in molte assemblee, e anche un omicidio (Guido Galli, giudice, ucciso da Prima Linea in un corridoio), e persino il FuoriSalone, fuori si fanno i picnic, nell'erba mezza morta di largo Richini. E qui c'è un gruppetto di Biotecnologia (tutti aspiranti medici, peraltro), tra cui Francesca Picello, vent'anni, "cosa voto non so. Grillo e Renzi no. Salvini ha qualche idea interessante, tipo più controlli sull'immigrazione. Ma il suo razzismo non mi piace". L'amica Simona: "A me la politica fa ridere. Dicono le cose che la gente vuol sentirsi dire. Così la destra prende piede e la sinistra "tra virgolette", come la chiamo io, è sempre più piccola". Francesca aggiunge che "tra i giovani molti sono politici fin da piccoli, ma da ignoranti. Al liceo mi hanno gridato "comunista" perché avevo una maglietta rossa". E tu? "Eh, gli ho detto vaffanculo".
Riccardo Bernocco, 19 anni: "È il mio primo voto, ma non sono ancora preparato. A casa mia la politica non è la cosa più importante, mentre conosco un ragazzino di 11 anni già indottrinato dai genitori Cinque stelle. Io faccio da me" sapendo che i temi sono "le pensioni, e i progetti per i neolaureati, come il bonus di Renzi, che sarà stato piccolino, ma io ci ho comprato tutti i libri". Chiara Romeo, di Catania, Giurisprudenza: "I partiti sono lontani dal popolo. Io voto Bonino, i radicali fanno una campagna vicina ai giovani e parlano di Europa. Io li seguo su Snapchat, parlano di unioni civili, non considerano mostri i gay, il mio voto non va perso".
Teodora Costanza Alberti (Discipline della musica e spettacolo), appena tornata da Parigi "per uno stage in un centro culturale, a Milano al massimo ho fatto la maschera alla Scala. Vedo sempre le stesse facce vecchie, da qui non vedo l'Europa unita e democratica che sogno". E Alice Rosa Brusin, 22 anni, Beni culturali: "Troppi piccoli partiti, a sinistra ce ne sono trenta! C'è troppo individualismo. No Cinque stelle, non sanno governare Torino e Roma, figuriamoci il Paese. E neanche il Pd". "I grandi partiti no, sceglierò un partito piccolo", dice Anna Maria Villa, 22 anni, "perché i grandi sono lontani dalla mia generazione", e un Alberto che passa aggiunge "la nostra generazione non sa neanche cos'era l'Italia prima di Berlusconi. Com'era? Chi ce lo dice?". Qualcuno glielo spieghi, grazie.
Dobbiamo recuperare la credibilità perduta
di Alessandro Rosina
È passato esattamente mezzo secolo dal 1968. La società italiana è molto diversa da allora. I giovani stessi sono molto diversi. Le nuove generazioni sembrano oggi una forza debole, poco attiva e poco coinvolta nei processi di cambiamento del Paese. Manca la spinta catalizzatrice dei grandi ideali. Manca la visione positiva del futuro. Manca il peso demografico crescente dei giovani. Rimane però vero che in ogni tempo le nuove generazioni sono l'energia principale per dare direzione positiva al cambiamento. Questo è ancora più vero in un paese che invecchia e in un secolo che propone grandi mutamenti e continue sfide.
Da un lato l'Italia ha quindi bisogno di giovani più di quanto non riesca a dimostrare. D'altro lato i giovani stessi hanno bisogno di mettersi alla prova e di produrre un proprio impatto nella realtà che li circonda più di quanto riescano nei fatti ad esprimere. Domanda e offerta di partecipazione sociale e politica fanno però fatica a stimolarsi al rialzo in Italia. Se i giovani fossero disinteressati e individualisti - come vengono spesso ritratti da indagini occasionali con chiavi di lettura superficiali - ci sarebbe ben poco da fare. Esiste, invece, un'ampia attenzione verso temi collettivi (come la giustizia sociale, le diseguaglianze, l'ambiente, il riconoscimento del merito), ma anche una disponibilità ad operare per il bene comune non inferiore né alle generazioni precedenti e né ai coetanei degli altri paesi.
Più in generale, i giovani mostrano una grande voglia di contare sulle decisioni pubbliche che hanno ricadute sul loro futuro. Includerli però non è scontato. Nelle nuove generazioni partecipazione e appartenenza sono infatti più fluide, fanno parte di un processo riflessivo all'interno del quale tutto viene rimesso continuamente in discussione. Anche il loro voto è, di conseguenza, molto più fluido e quindi ancor più prezioso quando il risultato finale è incerto. Rischia però di evaporare se manca un'offerta politica credibile, convincente e coinvolgente. La debolezza di tali tre "c" - come mostrano i dati del "Rapporto giovani 2018" dell'Istituto Toniolo (coordinato da chi scrive) - porta come esito: bassa adesione ai partiti tradizionali, tentazione a indirizzare il consenso verso chi dà voce a protesta e frustrazione, ma soprattutto crescente disaffezione generalizzata. È il ritratto di una generazione delusa e confusa rispetto all'offerta attuale ma soprattutto rispetto al proprio ruolo e alla propria condizione. Una generazione alla quale non manca l'aiuto privato dei genitori ma a livello pubblico orfana di alleati solidi e affidabili con i quali immaginare un destino migliore per il Paese.