"Me lo ha detto Dio". Ha risposto così l'uomo fermato per aver spinto una donna sui binari della metropolitana di Roma. Una donna qualsiasi, le cui colpe e i cui meriti non conosceva, non lo riguardavano. La cui vita gli era sconosciuta, il colore degli occhi, le abitudini. Quasi sicuramente la incrociava per la prima volta, non l'aveva mai vista e non l'avrebbe vista in faccia neanche il giorno in cui la spingeva giù, poco prima che passasse il treno. Ma glielo aveva detto Dio.
Un altro Dio, probabilmente. Non il solito Dio delle stragi, al quale sono stati dedicati gli omicidi più insensati degli ultimi anni, quelli che ci hanno lasciati attoniti, in cerca di risposte impossibili. Ma comunque un Dio, intendendo qualcun altro, qualcuno che ti parla all'orecchio e ti spinge a fare cose efferate, cose che nessun essere umano ti potrebbe proporre. Afflitta da tutte le follie immaginabili, Roma sembrava finora immune almeno da questo: la de…
Un altro Dio, probabilmente. Non il solito Dio delle stragi, al quale sono stati dedicati gli omicidi più insensati degli ultimi anni, quelli che ci hanno lasciati attoniti, in cerca di risposte impossibili. Ma comunque un Dio, intendendo qualcun altro, qualcuno che ti parla all'orecchio e ti spinge a fare cose efferate, cose che nessun essere umano ti potrebbe proporre. Afflitta da tutte le follie immaginabili, Roma sembrava finora immune almeno da questo: la de…
"Me lo ha detto Dio". Ha risposto così l'uomo fermato per aver spinto una donna sui binari della metropolitana di Roma. Una donna qualsiasi, le cui colpe e i cui meriti non conosceva, non lo riguardavano. La cui vita gli era sconosciuta, il colore degli occhi, le abitudini. Quasi sicuramente la incrociava per la prima volta, non l'aveva mai vista e non l'avrebbe vista in faccia neanche il giorno in cui la spingeva giù, poco prima che passasse il treno. Ma glielo aveva detto Dio.
Un altro Dio, probabilmente. Non il solito Dio delle stragi, al quale sono stati dedicati gli omicidi più insensati degli ultimi anni, quelli che ci hanno lasciati attoniti, in cerca di risposte impossibili. Ma comunque un Dio, intendendo qualcun altro, qualcuno che ti parla all'orecchio e ti spinge a fare cose efferate, cose che nessun essere umano ti potrebbe proporre. Afflitta da tutte le follie immaginabili, Roma sembrava finora immune almeno da questo: la devozione pazza e la sua conseguenza, la paranoia per qualcosa che arriva all'improvviso e senza spiegazioni razionali. Tutto quello che di tragico e grottesco accadeva in questa città, poteva essere spiegato con l'incuria, la rabbia, la maleducazione, le rocciose abitudini al sopruso e alla sospensione delle regole.
Roma è una città impossibile, ma non orrorifica. Non c'è niente di spaventoso in questa città, perché ogni forma di isteria viene soppiantata in fretta dal suo rovescio, il menefreghismo. Non è un bene, è un dato di fatto. L'uomo che ha buttato una sconosciuta sotto il treno ha dunque evocato un fantasma, l'incubo del presente, del tutto estraneo
a questa città. Il terrore di entrare in un centro commerciale, in un aeroporto, persino di camminare per strada col rischio di trovarsi la vita scoppiata, per la sola ragione di essere lì in quel momento. Dimentichiamolo subito. Non facciamolo diventare l'inizio di qualcosa. Come sarebbe bello se disimparassimo questa nuova ossessione a trasformare tutto
in un sintomo. Se trovassimo di nuovo la lucidità per renderci conto che certi gesti non sono altro che scarti, non significano altro che la loro singola, tragica, pazzia. Eravamo bravi, e i romani erano campioni, nella sprezzatura. Sapevamo dire che molte cose non sono che il risultato della nostra sciatteria, della disattenzione, nel peggiore dei casi di una malattia, mentale, e quindi non contagiosa.
Era bello quando non davamo un significato losco a ogni azione del nostro vicino, quando esisteva la possibilità di pensare che qualcuno avesse scelto una cosa anziché un'altra perché, semplicemente, gli piaceva di più. I numeri ci darebbero anche ragione. Sono pochi, pochissimi i casi in cui qualcuno, da questa parte del mondo, è vittima della dedica mortifera a un Dio, qualsiasi Dio. Ma i numeri, purtroppo, non contano. Come non serve mostrare le cifre degli atti delinquenziali, della presenza degli immigrati nelle nostre città. Conta solo la paura irrazionale poggiata su cifre inventate, che qualcuno fornisce a casaccio ma per obiettivi precisi. Disinneschiamola. Non c'entra Dio, non è un'epidemia. Il vero rischio che corriamo in metropolitana è doverla aspettare per un tempo infinito. Arrabbiamoci piuttosto per questo.
Un altro Dio, probabilmente. Non il solito Dio delle stragi, al quale sono stati dedicati gli omicidi più insensati degli ultimi anni, quelli che ci hanno lasciati attoniti, in cerca di risposte impossibili. Ma comunque un Dio, intendendo qualcun altro, qualcuno che ti parla all'orecchio e ti spinge a fare cose efferate, cose che nessun essere umano ti potrebbe proporre. Afflitta da tutte le follie immaginabili, Roma sembrava finora immune almeno da questo: la devozione pazza e la sua conseguenza, la paranoia per qualcosa che arriva all'improvviso e senza spiegazioni razionali. Tutto quello che di tragico e grottesco accadeva in questa città, poteva essere spiegato con l'incuria, la rabbia, la maleducazione, le rocciose abitudini al sopruso e alla sospensione delle regole.
Roma è una città impossibile, ma non orrorifica. Non c'è niente di spaventoso in questa città, perché ogni forma di isteria viene soppiantata in fretta dal suo rovescio, il menefreghismo. Non è un bene, è un dato di fatto. L'uomo che ha buttato una sconosciuta sotto il treno ha dunque evocato un fantasma, l'incubo del presente, del tutto estraneo
a questa città. Il terrore di entrare in un centro commerciale, in un aeroporto, persino di camminare per strada col rischio di trovarsi la vita scoppiata, per la sola ragione di essere lì in quel momento. Dimentichiamolo subito. Non facciamolo diventare l'inizio di qualcosa. Come sarebbe bello se disimparassimo questa nuova ossessione a trasformare tutto
in un sintomo. Se trovassimo di nuovo la lucidità per renderci conto che certi gesti non sono altro che scarti, non significano altro che la loro singola, tragica, pazzia. Eravamo bravi, e i romani erano campioni, nella sprezzatura. Sapevamo dire che molte cose non sono che il risultato della nostra sciatteria, della disattenzione, nel peggiore dei casi di una malattia, mentale, e quindi non contagiosa.
Era bello quando non davamo un significato losco a ogni azione del nostro vicino, quando esisteva la possibilità di pensare che qualcuno avesse scelto una cosa anziché un'altra perché, semplicemente, gli piaceva di più. I numeri ci darebbero anche ragione. Sono pochi, pochissimi i casi in cui qualcuno, da questa parte del mondo, è vittima della dedica mortifera a un Dio, qualsiasi Dio. Ma i numeri, purtroppo, non contano. Come non serve mostrare le cifre degli atti delinquenziali, della presenza degli immigrati nelle nostre città. Conta solo la paura irrazionale poggiata su cifre inventate, che qualcuno fornisce a casaccio ma per obiettivi precisi. Disinneschiamola. Non c'entra Dio, non è un'epidemia. Il vero rischio che corriamo in metropolitana è doverla aspettare per un tempo infinito. Arrabbiamoci piuttosto per questo.