Trasparenza non vuol dire voyeurismo: ecco la prova
Raffaele Cantone, di RAFFAELE CANTONE*
Quando, ormai cinque anni fa, il decreto Trasparenza (dlgs. 33/2013) introdusse l'obbligo di pubblicare sui siti delle amministrazioni pubbliche tutta una serie di dati e informazioni sulla propria attività, molti osservatori si mostrarono scettici sulla reale portata di un simile provvedimento. Fra i commenti, per lo più improntati alla diffidenza, ne prevalevano soprattutto due: si sarebbe trattato di un adempimento puramente burocratico, privo di conseguenze, e l'unico risultato concreto sarebbe stato un "voyeurismo digitale" finalizzato soltanto a conoscere gli stipendi di politici e dirigenti.
Il monitoraggio conoscitivo effettuato dall'Autorità nazionale anticorruzione sugli accessi alla sezione "Amministrazione trasparente" dei siti istituzionali di 20 città italiane (le principali dieci, più altrettante scelte per equilibrare geograficamente il campione rappresentativo) mostra che entrambe le previsioni si son…
Il monitoraggio conoscitivo effettuato dall'Autorità nazionale anticorruzione sugli accessi alla sezione "Amministrazione trasparente" dei siti istituzionali di 20 città italiane (le principali dieci, più altrettante scelte per equilibrare geograficamente il campione rappresentativo) mostra che entrambe le previsioni si son…
Quando, ormai cinque anni fa, il decreto Trasparenza (dlgs. 33/2013) introdusse l'obbligo di pubblicare sui siti delle amministrazioni pubbliche tutta una serie di dati e informazioni sulla propria attività, molti osservatori si mostrarono scettici sulla reale portata di un simile provvedimento. Fra i commenti, per lo più improntati alla diffidenza, ne prevalevano soprattutto due: si sarebbe trattato di un adempimento puramente burocratico, privo di conseguenze, e l'unico risultato concreto sarebbe stato un "voyeurismo digitale" finalizzato soltanto a conoscere gli stipendi di politici e dirigenti.
Il monitoraggio conoscitivo effettuato dall'Autorità nazionale anticorruzione sugli accessi alla sezione "Amministrazione trasparente" dei siti istituzionali di 20 città italiane (le principali dieci, più altrettante scelte per equilibrare geograficamente il campione rappresentativo) mostra che entrambe le previsioni si sono rivelate sbagliate. Pur non avendo i crismi scientifici delle indagini statistiche più strutturate, le rilevazioni trasmesse all'Anac dai Responsabili della Trasparenza dei comuni restituiscono infatti un panorama di interessi assai più variegato di quanto presagito. Certo, c'è anche la curiosità relativa ai cespiti e al "peso" delle buste paga, visto che un quarto delle visualizzazioni riguarda la sotto-sezione "Organizzazione" in cui sono riportate anche le informazioni di carattere reddituale e patrimoniale, ma a primeggiare sono le pagine web relative ad attività peculiari come provvedimenti adottati e gare bandite. È la prova che non solo gli obblighi di legge non hanno rappresentato un mero adempimento formale, come paventato, ma soprattutto che la sezione "Amministrazione trasparente" è divenuta sempre più uno strumento tramite cui le amministrazioni comunicano coi cittadini.
Contrariamente ai timori iniziali (del tutto infondati, ora possiamo ben dirlo) è la conferma che il decreto Trasparenza ha avvicinato in misura significativa una parte consistente della popolazione ai loro "enti di prossimità". Da alcune città giungono segnali molto rilevanti ma è anche vero che non tutte hanno fatto registrare la stessa attenzione, soprattutto al Sud, dove però merita di essere citato il ragguardevole caso di Cagliari.
C'è infine un obiettivo più generale, ma non meno importante, da tenere in considerazione: rendere l'apparato burocratico quella "casa di vetro" che in altri Paesi europei è già una realtà. Poter verificare a chi sono stati assegnati contributi, con quali criteri o quante volte una stessa impresa si è aggiudicato un appalto (e con quali modalità) è il miglior modo per realizzare quel controllo civico e diffuso che rende la corruzione più difficile. L'Anac ha avviato questo monitoraggio conoscitivo proprio per verificare l'utilizzo degli strumenti che sono già a disposizione e i numeri, pur nella loro non univocità, sono incoraggianti. È indubbio tuttavia che si possano raggiungere risultati ancora più incisivi.
La pubblicazione dei dati previsti dalla legge e la loro accessibilità devono essere la stella polare di ogni ente davvero interessato al buon funzionamento della cosa pubblica. L'Autorità anticorruzione continuerà a lavorare, anche attraverso la sensibilizzazione dei cittadini e delle amministrazioni, per cercare di rendere sempre più evidente il nesso fra questi inscindibili aspetti.
*L'autore è presidente dell'Anac
Il monitoraggio conoscitivo effettuato dall'Autorità nazionale anticorruzione sugli accessi alla sezione "Amministrazione trasparente" dei siti istituzionali di 20 città italiane (le principali dieci, più altrettante scelte per equilibrare geograficamente il campione rappresentativo) mostra che entrambe le previsioni si sono rivelate sbagliate. Pur non avendo i crismi scientifici delle indagini statistiche più strutturate, le rilevazioni trasmesse all'Anac dai Responsabili della Trasparenza dei comuni restituiscono infatti un panorama di interessi assai più variegato di quanto presagito. Certo, c'è anche la curiosità relativa ai cespiti e al "peso" delle buste paga, visto che un quarto delle visualizzazioni riguarda la sotto-sezione "Organizzazione" in cui sono riportate anche le informazioni di carattere reddituale e patrimoniale, ma a primeggiare sono le pagine web relative ad attività peculiari come provvedimenti adottati e gare bandite. È la prova che non solo gli obblighi di legge non hanno rappresentato un mero adempimento formale, come paventato, ma soprattutto che la sezione "Amministrazione trasparente" è divenuta sempre più uno strumento tramite cui le amministrazioni comunicano coi cittadini.
Contrariamente ai timori iniziali (del tutto infondati, ora possiamo ben dirlo) è la conferma che il decreto Trasparenza ha avvicinato in misura significativa una parte consistente della popolazione ai loro "enti di prossimità". Da alcune città giungono segnali molto rilevanti ma è anche vero che non tutte hanno fatto registrare la stessa attenzione, soprattutto al Sud, dove però merita di essere citato il ragguardevole caso di Cagliari.
C'è infine un obiettivo più generale, ma non meno importante, da tenere in considerazione: rendere l'apparato burocratico quella "casa di vetro" che in altri Paesi europei è già una realtà. Poter verificare a chi sono stati assegnati contributi, con quali criteri o quante volte una stessa impresa si è aggiudicato un appalto (e con quali modalità) è il miglior modo per realizzare quel controllo civico e diffuso che rende la corruzione più difficile. L'Anac ha avviato questo monitoraggio conoscitivo proprio per verificare l'utilizzo degli strumenti che sono già a disposizione e i numeri, pur nella loro non univocità, sono incoraggianti. È indubbio tuttavia che si possano raggiungere risultati ancora più incisivi.
La pubblicazione dei dati previsti dalla legge e la loro accessibilità devono essere la stella polare di ogni ente davvero interessato al buon funzionamento della cosa pubblica. L'Autorità anticorruzione continuerà a lavorare, anche attraverso la sensibilizzazione dei cittadini e delle amministrazioni, per cercare di rendere sempre più evidente il nesso fra questi inscindibili aspetti.
*L'autore è presidente dell'Anac