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Renzi e la sua frase su Sacchi, che però attaccava con calcolo

Il leader Pd intervistato ieri dal “Foglio”. Ma pensare l'allenatore come un ideologo del gioco d’attacco duro e puro è un malinteso, o almeno una mezza verità
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Vogliamo giocare all’attacco, non col catenaccio: più sul modello del profeta Arrigo Sacchi che su quello del pur grandissimo Nereo Rocco. Sapendo che giocando all’attacco qualche volta si prende qualche gol
Matteo Renzi

Nel pieno della sua parabola da avanguardista, quando Matteo Renzi aveva soltanto 13 anni, Arrigo Sacchi lavorava circondato da due sette, i fanatici e i critici, ma soprattutto era inseguito da un dilemma filosofico: la sua idea di calcio sarà di destra o di sinistra? Portò concetti nuovi e un calcio che drammatizzava la preparazione atletica, dunque la corsa, l’atletismo, il sacrificio. Oggi misuriamo la propensione all’attacco di una squadra con il possesso palla, ma era impossibile allora ed è uguale adesso trovare un parametro per pesare l’intensità, in fondo il vero valore del sacchismo. Pensare Sacchi come un ideologo del gioco d’attacco duro e puro è un malinteso, o almeno una …
Vogliamo giocare all’attacco, non col catenaccio: più sul modello del profeta Arrigo Sacchi che su quello del pur grandissimo Nereo Rocco. Sapendo che giocando all’attacco qualche volta si prende qualche gol
Matteo Renzi

Nel pieno della sua parabola da avanguardista, quando Matteo Renzi aveva soltanto 13 anni, Arrigo Sacchi lavorava circondato da due sette, i fanatici e i critici, ma soprattutto era inseguito da un dilemma filosofico: la sua idea di calcio sarà di destra o di sinistra? Portò concetti nuovi e un calcio che drammatizzava la preparazione atletica, dunque la corsa, l’atletismo, il sacrificio. Oggi misuriamo la propensione all’attacco di una squadra con il possesso palla, ma era impossibile allora ed è uguale adesso trovare un parametro per pesare l’intensità, in fondo il vero valore del sacchismo. Pensare Sacchi come un ideologo del gioco d’attacco duro e puro è un malinteso, o almeno una mezza verità. Non era un tipo indifferente ai gol subiti. Quello casomai è Zeman. Con Sacchi era privilegiata la disciplina, non l’estro. È stato il persecutore dei fantasisti. Per Zola non c’era posto in Nazionale, Signori faceva il tornante, con Baggio il rapporto fu complesso. Sacchi fu il leader di una meravigliosa macchina da furore: il pressing per distruggere, il movimento senza palla, il fuorigioco, il fallo a centrocampo. Non ha mai chiuso un campionato con il miglior attacco, anzi vinse il suo unico scudetto grazie alla miglior difesa. Ci si potrebbe spingere a dire che cambiò pure nome al contropiede (“la ripartenza”) per non provarne imbarazzo. Ma conosceva sempre la partita che voleva giocare, e la giocava senza cambiare identità. Accettare di vincere anche dello zero virgola, ecco, questo non era da Sacchi ma da Rocco. Del resto, se Edmondo Berselli fosse qui, scriverebbe come nel 2008 che “il sistema proporzionale consente il catenaccio”.