Samantha Cristoforetti: “Io nello spazio con i piedi per terra”
Paolo Di Paolo , di PAOLO DI PAOLOL'incontro con l'astronauta nelle sale del Maxxi di Roma dove è allestita la mostra Gravity. Immaginare l'Universo dopo Einstein. "Forse tra 500 anni saremo un specie multiplanetaria che avrà colonizzato Marte - dice - oggi però dobbiamo conservare le risorse terrestri per chi verrà dopo di noi"
Tenere i piedi per terra. Dovrebbe essere l'espressione più lontana da lei - l'astronauta italiana con il record europeo di permanenza nello spazio - ma non è così. Sorride, dice: "Non voglio lodarmi, ma credo proprio di essere una persona con i piedi per terra". Si vola con l'immaginazione, con le ambizioni, ma serve solidità, concretezza. Serve sempre un punto d'appoggio: "Anche nello spazio si va con i piedi per terra".
Samantha Cristoforetti ha quarant'anni e già un'impresa fuori dal comune alle spalle, ma non è mai enfatica. Quando le domando qual è stata la prima cosa raccontata di ritorno dalla base spaziale, dopo 199 giorni in orbita, alza le spalle: "Non si deve immaginare l'astronauta di ritorno dallo spazio come un redivivo, un isolato che rientra nella comunità dei terrestri. Sono stata in continuo contatto con i colleghi, ho parlato spesso con familiari e amici, n…
Samantha Cristoforetti ha quarant'anni e già un'impresa fuori dal comune alle spalle, ma non è mai enfatica. Quando le domando qual è stata la prima cosa raccontata di ritorno dalla base spaziale, dopo 199 giorni in orbita, alza le spalle: "Non si deve immaginare l'astronauta di ritorno dallo spazio come un redivivo, un isolato che rientra nella comunità dei terrestri. Sono stata in continuo contatto con i colleghi, ho parlato spesso con familiari e amici, n…
Tenere i piedi per terra. Dovrebbe essere l'espressione più lontana da lei - l'astronauta italiana con il record europeo di permanenza nello spazio - ma non è così. Sorride, dice: "Non voglio lodarmi, ma credo proprio di essere una persona con i piedi per terra". Si vola con l'immaginazione, con le ambizioni, ma serve solidità, concretezza. Serve sempre un punto d'appoggio: "Anche nello spazio si va con i piedi per terra".
Samantha Cristoforetti ha quarant'anni e già un'impresa fuori dal comune alle spalle, ma non è mai enfatica. Quando le domando qual è stata la prima cosa raccontata di ritorno dalla base spaziale, dopo 199 giorni in orbita, alza le spalle: "Non si deve immaginare l'astronauta di ritorno dallo spazio come un redivivo, un isolato che rientra nella comunità dei terrestri. Sono stata in continuo contatto con i colleghi, ho parlato spesso con familiari e amici, non è che avessi qualcosa sul cuore di cui liberarmi subito al ritorno".
È asciutta nelle risposte, precisa. La seguo mentre visita una suggestiva mostra allestita nelle sale del Maxxi di Roma, Gravity. Immaginare l'Universo dopo Einstein (fino al 29 aprile). Osserva curiosa il cannocchiale di Galileo e un'installazione dell'artista argentino Tomás Saraceno, il cui fascio di luce intercetta frammenti di polvere cosmica. C'è una sezione intitolata "Spaziotempo"; le chiedo di spiegarmi se e come cambia la percezione di geografia e calendari terrestri a quattrocento chilometri di distanza dal pianeta. Evoca una foto scattata alla Terra dalla sonda Cassini, in orbita intorno a Saturno: "Siamo solo un minuscolo punto luminoso. Una saggezza comune dice che guardando le cose da lontano le ridimensioni. Per me è stata un'esperienza concreta, e anche se la quotidianità terrestre riprende la sua preponderanza, rimane se non altro un richiamo a un senso di prospettiva diverso". Riesce anche ad arrabbiarsi meno? "Sì, di sicuro rispetto a prima mi viene più facile restare calma. D'altra parte, anche una visione "compressa" del tempo aiuta". Compressa? "Guardando il pianeta a centinaia di chilometri di distanza, in qualche modo si comprime anche il tempo. La sensazione che sei giusto di passaggio è molto forte. E ti accorgi che, in fondo, i padri dei padri dei tuoi padri e i figli dei figli dei tuoi figli sono vicinissimi: si stringe lo spazio fra le generazioni passate e le generazioni future".
L'universo ci insegna anche questo. Ci insegna moltissimo, ma questa grande lezione non è - dice Samantha - "un pacchetto che si compra" al supermercato. Cambiare sguardo sulle cose è complicato. "Il processo di apprendimento è individuale, non basta dire a qualcuno: toh, sono andata nello spazio, sono tornata, e adesso tu... Perché un messaggio arrivi e produca un effetto concreto, servono parecchi passaggi mentali, bisogna vedere quale terreno raggiunge, quali altri stimoli ci sono intorno". E se prendessimo qualche esempio buono per noi guardando al modello della stazione spaziale, alla sua economia di mezzi e alla necessità del riciclo? "Per quanto sia immensamente più grande, anche la Terra, come la stazione spaziale, è un sistema chiuso con risorse finite. Il pianeta, in grande, non è una cosa tanto diversa da un'astronave che viaggia per lo spazio, chiusa appunto, se non per l'irraggiamento che viene dal sole. Le risorse sono tutte qui, e vanno conservate, preservate per il futuro".
Per una come lei, la parola futuro non può essere cupa. Glielo domando. "Nella quotidianità, pensare al nostro futuro è ciò che ci tiene vivi. Tanta frustrazione rispetto al futuro nasce dall'illusione delle persone di arrivare in poco tempo a cambiamenti radicali, ma servono impegno, pazienza, determinazione anche per ottenere piccoli risultati. E nessuno può negare che il mondo del duemila sia nel complesso migliore rispetto a quello di cent'anni fa".
Tutti le chiedono di continuo quando ripartirà. Se torneremo sulla Luna, se arriveremo finalmente su Marte. "Raggiungeremo obiettivi che non sappiamo ancora immaginare. Ma dobbiamo imparare a entusiasmarci per le tappe intermedie, che sono difficili. La gente pensa a Matt Damon sul pianeta rosso, ma non considera che per tornare sulla Luna c'è bisogno di un razzo che non abbiamo a disposizione dal 1972. Adesso ci stiamo lavorando. Si avanza per piccoli passi, e a chi ci studierà fra cinquecento anni sembreranno minuscoli. Ma sono comunque fondamentali".
E tra cinquecento anni come sarà l'umanità? Si schermisce. Fa l'astronauta, non l'indovina. Però poi aggiunge: "Se non ci saremo estinti, è abbastanza ragionevole pensare che saremo una specie multi-planetaria, avremo la possibilità di spostarci tra la Terra, Marte e altri pianeti". La sognatrice con i piedi per terra guarda lontano. Se dovesse dire qualcosa all'orecchio della bambina Samantha che immaginava di viaggiare nello spazio, che cosa le direbbe? "Niente. È andata bene come è andata".
Samantha Cristoforetti ha quarant'anni e già un'impresa fuori dal comune alle spalle, ma non è mai enfatica. Quando le domando qual è stata la prima cosa raccontata di ritorno dalla base spaziale, dopo 199 giorni in orbita, alza le spalle: "Non si deve immaginare l'astronauta di ritorno dallo spazio come un redivivo, un isolato che rientra nella comunità dei terrestri. Sono stata in continuo contatto con i colleghi, ho parlato spesso con familiari e amici, non è che avessi qualcosa sul cuore di cui liberarmi subito al ritorno".
È asciutta nelle risposte, precisa. La seguo mentre visita una suggestiva mostra allestita nelle sale del Maxxi di Roma, Gravity. Immaginare l'Universo dopo Einstein (fino al 29 aprile). Osserva curiosa il cannocchiale di Galileo e un'installazione dell'artista argentino Tomás Saraceno, il cui fascio di luce intercetta frammenti di polvere cosmica. C'è una sezione intitolata "Spaziotempo"; le chiedo di spiegarmi se e come cambia la percezione di geografia e calendari terrestri a quattrocento chilometri di distanza dal pianeta. Evoca una foto scattata alla Terra dalla sonda Cassini, in orbita intorno a Saturno: "Siamo solo un minuscolo punto luminoso. Una saggezza comune dice che guardando le cose da lontano le ridimensioni. Per me è stata un'esperienza concreta, e anche se la quotidianità terrestre riprende la sua preponderanza, rimane se non altro un richiamo a un senso di prospettiva diverso". Riesce anche ad arrabbiarsi meno? "Sì, di sicuro rispetto a prima mi viene più facile restare calma. D'altra parte, anche una visione "compressa" del tempo aiuta". Compressa? "Guardando il pianeta a centinaia di chilometri di distanza, in qualche modo si comprime anche il tempo. La sensazione che sei giusto di passaggio è molto forte. E ti accorgi che, in fondo, i padri dei padri dei tuoi padri e i figli dei figli dei tuoi figli sono vicinissimi: si stringe lo spazio fra le generazioni passate e le generazioni future".
L'universo ci insegna anche questo. Ci insegna moltissimo, ma questa grande lezione non è - dice Samantha - "un pacchetto che si compra" al supermercato. Cambiare sguardo sulle cose è complicato. "Il processo di apprendimento è individuale, non basta dire a qualcuno: toh, sono andata nello spazio, sono tornata, e adesso tu... Perché un messaggio arrivi e produca un effetto concreto, servono parecchi passaggi mentali, bisogna vedere quale terreno raggiunge, quali altri stimoli ci sono intorno". E se prendessimo qualche esempio buono per noi guardando al modello della stazione spaziale, alla sua economia di mezzi e alla necessità del riciclo? "Per quanto sia immensamente più grande, anche la Terra, come la stazione spaziale, è un sistema chiuso con risorse finite. Il pianeta, in grande, non è una cosa tanto diversa da un'astronave che viaggia per lo spazio, chiusa appunto, se non per l'irraggiamento che viene dal sole. Le risorse sono tutte qui, e vanno conservate, preservate per il futuro".
Per una come lei, la parola futuro non può essere cupa. Glielo domando. "Nella quotidianità, pensare al nostro futuro è ciò che ci tiene vivi. Tanta frustrazione rispetto al futuro nasce dall'illusione delle persone di arrivare in poco tempo a cambiamenti radicali, ma servono impegno, pazienza, determinazione anche per ottenere piccoli risultati. E nessuno può negare che il mondo del duemila sia nel complesso migliore rispetto a quello di cent'anni fa".
Tutti le chiedono di continuo quando ripartirà. Se torneremo sulla Luna, se arriveremo finalmente su Marte. "Raggiungeremo obiettivi che non sappiamo ancora immaginare. Ma dobbiamo imparare a entusiasmarci per le tappe intermedie, che sono difficili. La gente pensa a Matt Damon sul pianeta rosso, ma non considera che per tornare sulla Luna c'è bisogno di un razzo che non abbiamo a disposizione dal 1972. Adesso ci stiamo lavorando. Si avanza per piccoli passi, e a chi ci studierà fra cinquecento anni sembreranno minuscoli. Ma sono comunque fondamentali".
E tra cinquecento anni come sarà l'umanità? Si schermisce. Fa l'astronauta, non l'indovina. Però poi aggiunge: "Se non ci saremo estinti, è abbastanza ragionevole pensare che saremo una specie multi-planetaria, avremo la possibilità di spostarci tra la Terra, Marte e altri pianeti". La sognatrice con i piedi per terra guarda lontano. Se dovesse dire qualcosa all'orecchio della bambina Samantha che immaginava di viaggiare nello spazio, che cosa le direbbe? "Niente. È andata bene come è andata".