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Torto e ragione nel pasticcio dell’Ema

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Si può avere torto anche quando si ha ragione. E in questo brutto pasticcio dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco che dovrà lasciare Londra causa Brexit, sono in molti ad avere torto e ragione allo stesso tempo.

Ha ragione il commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis, quando dice che la decisione italiana di presentare ricorso contro l'assegnazione dell'Agenzia ad Amsterdam e non a Milano "è molto legata alla campagna elettorale" in corso nel nostro Paese. Ma ha torto, anzi, torto marcio, quando dice che per questo la Commissione non vuole tornare sul merito della decisione adottata dagli Stati membri per sorteggio, dopo che Amsterdam e Milano avevano ottenuto lo stesso numero di voti. La Commissione, infatti, pur non avendo alle proprie dirette dipendenze le agenzie europee, è responsabile del loro funzionamento. E, se davvero l'Ema non potesse essere operativa ad Amsterdam nei tempi previsti, dovrebbe essere pr…
Si può avere torto anche quando si ha ragione. E in questo brutto pasticcio dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco che dovrà lasciare Londra causa Brexit, sono in molti ad avere torto e ragione allo stesso tempo.

Ha ragione il commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis, quando dice che la decisione italiana di presentare ricorso contro l'assegnazione dell'Agenzia ad Amsterdam e non a Milano "è molto legata alla campagna elettorale" in corso nel nostro Paese. Ma ha torto, anzi, torto marcio, quando dice che per questo la Commissione non vuole tornare sul merito della decisione adottata dagli Stati membri per sorteggio, dopo che Amsterdam e Milano avevano ottenuto lo stesso numero di voti. La Commissione, infatti, pur non avendo alle proprie dirette dipendenze le agenzie europee, è responsabile del loro funzionamento. E, se davvero l'Ema non potesse essere operativa ad Amsterdam nei tempi previsti, dovrebbe essere proprio Andriukaitis il primo a preoccuparsene e a segnalare il problema.

Ha torto e ragione il governo olandese. È nel giusto quando dice che la sua offerta iniziale già prevedeva una sistemazione temporanea dell'Agenzia, in attesa che il nuovo edificio a lei destinato venisse portato a termine. Ha torto quando ignora che i disagi che deriveranno da questo ritardo saranno in realtà superiori a quelli previsti e annunciati.
Anche l'Italia ha torti e ragioni. Ha ragione nel far presente che la scelta di Amsterdam è stata fatta sulla base di informazioni quantomeno lacunose. Ha torto nel sostenere che, qualora la decisione venisse annullata, la sede dell'Agenzia dovrebbe andare automaticamente a Milano. Infatti, un'eventuale e improbabile cancellazione di Amsterdam dovrebbe riaprire la discussione (e la votazione) tra tutti gli Stati membri.

Ma soprattutto potrebbe rivelarsi una decisione sbagliata quella di riaprire il caso Ema senza avere la certezza di portare l'Agenzia a Milano. Questo errore tradisce un limite culturale. L'Europa non è l'Italia, dove ormai i giudici amministrativi sono chiamati a sindacare qualsiasi decisione, compresi i voti a scuola dei bambini delle elementari. La decisione del novembre scorso, anche se presa con una procedura inconsueta come il sorteggio in caso di parità, anche se forse col senno di poi si è rivelata infelice, è in sé perfettamente legittima. Può darsi, anzi è certo, che Milano avesse carte migliori della concorrente olandese. Ma la scelta è stata fatta rispettando le procedure previste. Ed essere stati sfortunati al sorteggio non legittima la sensazione di essere stati impropriamente defraudati.

A novembre scorso tredici Paesi hanno scelto Milano. Altri tredici hanno scelto Amsterdam, ben sapendo che la sede definitiva non sarebbe stata pronta per altri sei mesi. Il sorteggio ha premiato gli olandesi. Ora il ritardo di ulteriori sessanta giorni, sempre che non venga recuperato, difficilmente potrà essere considerato un motivo per annullare quella decisione. La Corte di Giustizia europea, infatti, non è il Tar del Lazio, e ha una diversa considerazione delle decisioni prese in sede politica.

Se non fossimo in piena campagna elettorale, probabilmente il governo italiano avrebbe dimostrato più fair play, come hanno fatto gli irlandesi quando la sede dell'Agenzia bancaria è stata assegnata per sorteggio a Parigi e non a Dublino. Invece Gentiloni, messo sotto pressione da alleati e avversari, è stato costretto a muoversi. "Dobbiamo provarci", ha detto. Ma quella del "provarci" non è una logica vincente in Europa. E, se la Corte ci darà torto come già hanno fatto Commissione e Consiglio, faremo la figura dei cattivi perdenti. Quali in realtà purtroppo siamo.