Amazon, Pinocchio e il bracciale
Stefano Massini , di STEFANO MASSINI
Povero Pinocchio, sarà un brutto colpo. Chi glielo dice adesso? Era così contento di essere stato assunto come magazziniere ad Amazon. Lui - che nel finale di Collodi si conquistava con il sudore alla macina l'agognato trofeo di bambino vero - dovrà prendere atto che ora è richiesto il processo inverso: sul posto di lavoro si regredisce da esseri umani a marionette. Il colosso dell'e-commerce, infatti, si è inventato adesso un braccialetto elettronico che di fatto controlla gli itinerari del personale, dirottandolo con portentose vibrazioni verso lo scaffale più corretto. D'accordo: sarà anche un modo di evitare tempi morti, ma la morale della favola è che insieme ai tempi muore anche quel minimo guizzo di brio che separa un magazzino da un avveniristico foglio Excel tridimensionale. Insomma, il dado è tratto: Pinocchio ritorna burattino, e non se parli più.
Ora, però, qualche domanda è lec…
Ora, però, qualche domanda è lec…
Povero Pinocchio, sarà un brutto colpo. Chi glielo dice adesso? Era così contento di essere stato assunto come magazziniere ad Amazon. Lui - che nel finale di Collodi si conquistava con il sudore alla macina l'agognato trofeo di bambino vero - dovrà prendere atto che ora è richiesto il processo inverso: sul posto di lavoro si regredisce da esseri umani a marionette. Il colosso dell'e-commerce, infatti, si è inventato adesso un braccialetto elettronico che di fatto controlla gli itinerari del personale, dirottandolo con portentose vibrazioni verso lo scaffale più corretto. D'accordo: sarà anche un modo di evitare tempi morti, ma la morale della favola è che insieme ai tempi muore anche quel minimo guizzo di brio che separa un magazzino da un avveniristico foglio Excel tridimensionale. Insomma, il dado è tratto: Pinocchio ritorna burattino, e non se parli più.
Ora, però, qualche domanda è lecito porsela. Soprattutto se pensiamo per un attimo a quel Robin Hood che fu il giovane operaio Ludd, lavoratore leggendario che nell'Inghilterra dei primi telai a vapore si mise a capo di una cruenta battaglia contro l'avvento delle macchine nei posti di lavoro. Correva l'anno 1779. E a cosa siamo approdati due secoli e mezzo dopo? Eccoci qua: per anni abbiamo temuto come King Ludd un dilagare del potere delle macchine nei luoghi di lavoro, laddove invece adesso - non senza stupore - ci troviamo a fare i conti con qualcosa di più sottile e molto più inquietante, ovvero una robotizzazione del lavoratore stesso. Non oso pensare a Ludd con un braccialetto al polso che vibra di continuo: si sarebbe staccato a morsi il braccio in un sussulto di dignità. Quella dignità che ahimè latita nel grande regno narcotizzato delle nostre fabbriche, dei nostri uffici, dove tutto è lecito in nome del portarsi almeno a casa lo stipendio.
Ma a quale prezzo? Accetteremo quietamente di farci tramutare in Golem, sulla cui fronte il mitico rabbino incideva un "on-off" ante litteram per mettere i suoi dipendenti in funzione o a riposo? Siamo a questo? Amazon oggi non sceglie di dotarsi di automi, bensì di manipolare la libertà decisionale e motoria dei propri dipendenti attraverso un supporto elettronico. Vi pare poco? Se attendevamo - come una calata degli Unni - l'avvento in massa dei robot a soppiantare gli humans, con l'odierno colpo di scena di Amazon è nato invece un ibrido come l'humanobot, garanzia di prestazioni high-tech senza rinunciare alla sensibile nuance del dipendente in carne e ossa.
Perché proprio questo è il punto: pochi mesi fa fu reso noto che in America un'automobile con guida computerizzata si era rovinosamente lanciata a gran velocità contro l'autotreno che la precedeva, il cui colore azzurro era stato confuso dal pilota automatico con la gradazione cromatica del cielo. Come dire che l'essere umano sarà anche obsoleto, ma possiede ancora le sue carte da giocare nel confronto con l'automazione. Questa sua capacità di disamina critica non può essere però barattata a basso costo, accettando di tradursi in corollario emotivo di un hard-disk.
Nella megafabbrica cinese di Shenzhen - dove si assemblano milioni di schede madri per i nostri smartphone - il lavoro dei dipendenti è spiato da una rete di telecamere per controllarne non solo l'efficienza, ma perfino i minuti trascorsi mensilmente alla toelette. Già, perché è risaputo che gli umani - diversamente dai robot - debbono espletare di tanto in tanto funzioni fisiologiche, che richiedono un apposito tragitto. Ma nessun timore. Saranno presto bandite le perdite di tempo: il braccialetto di Amazon vibrerà anche per indicarci il più vicino cesso.
Ora, però, qualche domanda è lecito porsela. Soprattutto se pensiamo per un attimo a quel Robin Hood che fu il giovane operaio Ludd, lavoratore leggendario che nell'Inghilterra dei primi telai a vapore si mise a capo di una cruenta battaglia contro l'avvento delle macchine nei posti di lavoro. Correva l'anno 1779. E a cosa siamo approdati due secoli e mezzo dopo? Eccoci qua: per anni abbiamo temuto come King Ludd un dilagare del potere delle macchine nei luoghi di lavoro, laddove invece adesso - non senza stupore - ci troviamo a fare i conti con qualcosa di più sottile e molto più inquietante, ovvero una robotizzazione del lavoratore stesso. Non oso pensare a Ludd con un braccialetto al polso che vibra di continuo: si sarebbe staccato a morsi il braccio in un sussulto di dignità. Quella dignità che ahimè latita nel grande regno narcotizzato delle nostre fabbriche, dei nostri uffici, dove tutto è lecito in nome del portarsi almeno a casa lo stipendio.
Ma a quale prezzo? Accetteremo quietamente di farci tramutare in Golem, sulla cui fronte il mitico rabbino incideva un "on-off" ante litteram per mettere i suoi dipendenti in funzione o a riposo? Siamo a questo? Amazon oggi non sceglie di dotarsi di automi, bensì di manipolare la libertà decisionale e motoria dei propri dipendenti attraverso un supporto elettronico. Vi pare poco? Se attendevamo - come una calata degli Unni - l'avvento in massa dei robot a soppiantare gli humans, con l'odierno colpo di scena di Amazon è nato invece un ibrido come l'humanobot, garanzia di prestazioni high-tech senza rinunciare alla sensibile nuance del dipendente in carne e ossa.
Perché proprio questo è il punto: pochi mesi fa fu reso noto che in America un'automobile con guida computerizzata si era rovinosamente lanciata a gran velocità contro l'autotreno che la precedeva, il cui colore azzurro era stato confuso dal pilota automatico con la gradazione cromatica del cielo. Come dire che l'essere umano sarà anche obsoleto, ma possiede ancora le sue carte da giocare nel confronto con l'automazione. Questa sua capacità di disamina critica non può essere però barattata a basso costo, accettando di tradursi in corollario emotivo di un hard-disk.
Nella megafabbrica cinese di Shenzhen - dove si assemblano milioni di schede madri per i nostri smartphone - il lavoro dei dipendenti è spiato da una rete di telecamere per controllarne non solo l'efficienza, ma perfino i minuti trascorsi mensilmente alla toelette. Già, perché è risaputo che gli umani - diversamente dai robot - debbono espletare di tanto in tanto funzioni fisiologiche, che richiedono un apposito tragitto. Ma nessun timore. Saranno presto bandite le perdite di tempo: il braccialetto di Amazon vibrerà anche per indicarci il più vicino cesso.