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(afp)

Si compie a Berlino il destino di Macron

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Di fronte all’America first di Donald Trump, l’Europe is back di Emmanuel Macron è suonato più come un annuncio ottimista che come uno slogan offensivo. La battuta in inglese del presidente francese non era tanto una replica al presidente americano quanto un sospiro di sollievo. O un’esclamazione trionfale, condivisa da altri europei, non più depressi, ma ansiosi di esprimere la soddisfazione appunto per «un ritorno dell’Europa», che ha ritrovato la crescita nella zona dell’euro dopo dieci anni di crisi. E la ripresa dovrebbe significare un’Europa ristabilita, portatrice di valori e più che mai aperta al mondo. Nonostante la Brexit, nonostante Donald Trump, nonostante Vladimir Putin, l’Europa starebbe per riacquistare fiducia in se stessa e sarebbe pronta a progredire. Lo stesso Emmanuel Macron appare il promotore di questo rilancio.

Lui è l’espressione di una giovane generazione di capi di…
Di fronte all’America first di Donald Trump, l’Europe is back di Emmanuel Macron è suonato più come un annuncio ottimista che come uno slogan offensivo. La battuta in inglese del presidente francese non era tanto una replica al presidente americano quanto un sospiro di sollievo. O un’esclamazione trionfale, condivisa da altri europei, non più depressi, ma ansiosi di esprimere la soddisfazione appunto per «un ritorno dell’Europa», che ha ritrovato la crescita nella zona dell’euro dopo dieci anni di crisi. E la ripresa dovrebbe significare un’Europa ristabilita, portatrice di valori e più che mai aperta al mondo. Nonostante la Brexit, nonostante Donald Trump, nonostante Vladimir Putin, l’Europa starebbe per riacquistare fiducia in se stessa e sarebbe pronta a progredire. Lo stesso Emmanuel Macron appare il promotore di questo rilancio.

Lui è l’espressione di una giovane generazione di capi di Stato o di governo che sta prendendo rapidamente, anzi, già controlla, molte leve di comando in Europa. Macron è nato nel 1977, ha quarant’anni, l’irlandese ne ha trentotto, il greco quarantatré, l’olandese cinquantuno, il polacco cinquanta, l’austriaco trentuno. Con la nuova generazione, la visione del mondo è mutata, non è più dominata dalle esperienze conosciute da presidenti o cancellieri come François Mitterrand e Helmut Kohl. O dalla stessa Angela Merkel.

La quale si scontra indirettamente in questi giorni con un socialdemocratico di ventotto anni, esponente dei giovani (Jusos) della Spd, nato pochi mesi prima della caduta del Muro. Mi riferisco a Kevin Kühnert, che si batte con efficacia (e, si spera, senza successo) per impedire che il suo partito partecipi di nuovo a una grande coalizione con i conservatori della Cdu e Csu. Convinto che la socialdemocrazia debba rigenerarsi all’opposizione e non ridursi a “docile gregario” nel governo presieduto per la quarta volta dalla centrista Merkel, Kevin Kühnert interviene con decisione contro la direzione del suo partito, contro Martin Schulz e contro lo stesso presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, favorevoli a una rinnovata alleanza con i conservatori. Se le idee di Kühnert dovessero prevalere quando gli iscritti al partito si pronunceranno, in un referendum, sul programma di governo ancora in discussione tra conservatori e socialdemocratici, e quindi dovesse saltare la grande coalizione, l’Europa, privata del motore franco-tedesco, ne risentirebbe.

Le ultime elezioni, che ormai risalgono al 24 settembre, hanno ferito la tradizionale solidità della cancelliera. Adesso si citano persino coloro che le potrebbero succedere in un futuro non tanto lontano. L’ultimo voto le ha ridato una maggioranza relativa, ma decurtata rispetto alle precedenti; ha inoltre indebolito i socialdemocratici e portato nel Bundestag, per la prima volta, novantadue deputati dell’estrema destra. La quale sarebbe la prima forza d’opposizione nel caso l’Spd entrasse nel governo di cui Angela Merkel e Martin Schulz stanno discutendo. I dirigenti socialdemocratici speravano di usufruire dei buoni risultati della grande coalizione. Ma i timori suscitati dall’accoglienza riservata ai migranti hanno contato più dei successi economici. I risultati d’autunno sono stati mediocri e i sondaggi recenti rivelano lo scetticismo con cui gli elettori accolgono l’idea di vedere il loro partito affiancare ancora una volta i conservatori. La situazione tedesca ha un inevitabile forte impatto su quella generale dell’Unione europea. La realizzazione degli slanci europeisti del presidente francese dipende dai risultati delle trattative in corso a Berlino. Un ulteriore ostacolo potrebbe rivelarsi il voto del 4 marzo in Italia. Il prevalere di forze euroscettiche causerebbe incertezze capaci di danneggiare la ripresa economica annunciata da Macron con il suo Europe is back. E potrebbe anche aprire crepe o fessure nella zona euro, di cui l’Italia è il terzo Paese per importanza.

I problemi con i quali si confronta la nuova generazione di dirigenti europei sono diversi da quelli che aveva di fronte la generazione precedente. I principali temi sono il terrorismo, la migrazione, il riscaldamento climatico, gli eccessi della mondializzazione. Ed essi dividono, frantumano l’Europa, e appannano la soddisfazione per la ripresa economica ritrovata. L’immagine positiva di un’Unione europea ottimista si dissolve molto presto anzitutto per lasciar posto alle divergenze sull’immigrazione, che separano i Paesi occidentali dai centro-orientali, ma che non risparmiano i primi anch’essi profondamente divisi all’interno. L’argomento pesa nella campagna elettorale italiana. Le divergenze non risparmiano il rispetto dei valori fondatori del processo europeista, al punto che l’interpretazione della democrazia, dello Stato di diritto, è sempre più diversa sulle sponde del Danubio e della Senna, o della Vistola e della Sprea.