Noi, l’Europa e i due scenari
Andrea Bonanni, di ANDREA BONANNI
Vista da Bruxelles, Roma è più vicina a Parigi o ad Atene? La domanda serve a capire la relativa serenità con cui l’Europa sta assistendo alla nostra campagna elettorale, nonostante quasi tutti i partiti propongano aumenti della spesa pubblica che farebbero traboccare il nostro debito e ci porterebbero sull’orlo della bancarotta. La risposta dovrebbe metterci i brividi e aiutarci a riflettere. L’Italia, come già l’anno scorso la Francia e nel 2015 la Grecia, è chiamata ad elezioni politiche che potrebbero determinare pesanti conseguenze per la sua collocazione internazionale nel consesso europeo e per la sua capacità e volontà di restare nella moneta unica. I sondaggi non sono incoraggianti. L’unica coalizione con un programma europeista e non troppo devastante per i conti pubblici, quella di centro-sinistra che esprime il governo attuale, è sfavorita nelle previsioni di voto. I mercati e i grandi fo…
Vista da Bruxelles, Roma è più vicina a Parigi o ad Atene? La domanda serve a capire la relativa serenità con cui l’Europa sta assistendo alla nostra campagna elettorale, nonostante quasi tutti i partiti propongano aumenti della spesa pubblica che farebbero traboccare il nostro debito e ci porterebbero sull’orlo della bancarotta. La risposta dovrebbe metterci i brividi e aiutarci a riflettere. L’Italia, come già l’anno scorso la Francia e nel 2015 la Grecia, è chiamata ad elezioni politiche che potrebbero determinare pesanti conseguenze per la sua collocazione internazionale nel consesso europeo e per la sua capacità e volontà di restare nella moneta unica. I sondaggi non sono incoraggianti. L’unica coalizione con un programma europeista e non troppo devastante per i conti pubblici, quella di centro-sinistra che esprime il governo attuale, è sfavorita nelle previsioni di voto. I mercati e i grandi fondi speculativi internazionali hanno già cominciato a scommettere decine di miliardi su un calo delle borse dopo le elezioni.
Tuttavia da Bruxelles, da Parigi o da Berlino non arrivano particolari segnali di allarme. Questa relativa serenità dell’Europa sul voto italiano non si può spiegare solo con un doveroso rispetto per la sovranità del corpo elettorale. Se davvero pensassero che l’Italia è in procinto di far naufragare la moneta unica o di lasciare la Ue, le voci europee farebbero sentire forte e chiaro il loro allarme, come fecero alla vigilia delle elezioni greche e francesi e del referendum britannico. Se ne deve concludere che la Ue non è preoccupata più di tanto e non prevede né una crisi valutaria né una crisi politica. Questo relativo ottimismo può avere due spiegazioni. La prima è che Bruxelles contempli per l’Italia uno scenario alla francese. Che cioè, messi di fronte a una scelta radicale sull’Europa e sull’euro, gli italiani sovvertano i sondaggi e, come hanno fatto i francesi con Macron contro Le Pen, consegnino il Paese a una solida maggioranza europeista e finanziariamente responsabile. Ma in Europa non sono così ottimisti da risultare sprovveduti. E, nonostante le assicurazioni date da Berlusconi a Bruxelles su una possibile alleanza Forza Italia-Pd, nessuno ci conta veramente.
La seconda spiegazione è che per l’Italia possa funzionare lo scenario greco. Come si ricorderà nel 2015, in una Grecia già sull’orlo della bancarotta, le elezioni furono vinte da partiti antieuropei e anti-austerità. Alexis Tsipras, leader di Syriza, andò al governo in un’inedita coalizione tra estrema sinistra ed estrema destra. Un successivo referendum popolare, voluto proprio da Tsipras, respinse le misure di risanamento concordate con l’Europa. Nonostante questo, quando gli venne chiesto di lasciare la moneta unica, il governo greco con una brusca inversione ad U accettò tutte le misure di austerità che aveva respinto fino al giorno prima. E un nuovo referendum sancì la svolta. Da allora la Grecia ha varato le riforme che rifiutava di fare, è tornata a crescere (più di noi) e sta perfino ricominciando a finanziarsi sui mercati.
È questo, purtroppo, lo scenario che la Ue prevede per l’Italia. Già a fine 2017 una lettera della Commissione ci chiedeva importanti correzioni dei conti pubblici in primavera. Se dal voto uscisse una coalizione inaffidabile, questa lettera sarebbe la base per aprire una procedura di infrazione e commissariare la nostra politica di bilancio. E, se questo non bastasse, la inevitabile pressione dei mercati sul nostro debito pubblico e sulla Borsa diventerebbe il bastone che ci obbligherà ad accettare la carota di un aiuto europeo per uscire dalla crisi.
La scommessa di Bruxelles è che, chiunque vada a Palazzo Chigi, di fronte alla minaccia reale di una bancarotta e di una uscita dall’euro, farà la scelta che a suo tempo fece il governo greco e si piegherà ai diktat europei. Oppure che il mondo politico italiano, messo con le spalle al muro, si affiderà a qualche “tecnico” illuminato che salvi comunque il Paese, come già avvenne con Mario Monti. Ma questa prospettiva, se fa dormire sonni tranquilli all’Europa, dovrebbe turbare il lungo sonno della politica italiana. E spingerla, forse, a qualche salutare riflessione.
Tuttavia da Bruxelles, da Parigi o da Berlino non arrivano particolari segnali di allarme. Questa relativa serenità dell’Europa sul voto italiano non si può spiegare solo con un doveroso rispetto per la sovranità del corpo elettorale. Se davvero pensassero che l’Italia è in procinto di far naufragare la moneta unica o di lasciare la Ue, le voci europee farebbero sentire forte e chiaro il loro allarme, come fecero alla vigilia delle elezioni greche e francesi e del referendum britannico. Se ne deve concludere che la Ue non è preoccupata più di tanto e non prevede né una crisi valutaria né una crisi politica. Questo relativo ottimismo può avere due spiegazioni. La prima è che Bruxelles contempli per l’Italia uno scenario alla francese. Che cioè, messi di fronte a una scelta radicale sull’Europa e sull’euro, gli italiani sovvertano i sondaggi e, come hanno fatto i francesi con Macron contro Le Pen, consegnino il Paese a una solida maggioranza europeista e finanziariamente responsabile. Ma in Europa non sono così ottimisti da risultare sprovveduti. E, nonostante le assicurazioni date da Berlusconi a Bruxelles su una possibile alleanza Forza Italia-Pd, nessuno ci conta veramente.
La seconda spiegazione è che per l’Italia possa funzionare lo scenario greco. Come si ricorderà nel 2015, in una Grecia già sull’orlo della bancarotta, le elezioni furono vinte da partiti antieuropei e anti-austerità. Alexis Tsipras, leader di Syriza, andò al governo in un’inedita coalizione tra estrema sinistra ed estrema destra. Un successivo referendum popolare, voluto proprio da Tsipras, respinse le misure di risanamento concordate con l’Europa. Nonostante questo, quando gli venne chiesto di lasciare la moneta unica, il governo greco con una brusca inversione ad U accettò tutte le misure di austerità che aveva respinto fino al giorno prima. E un nuovo referendum sancì la svolta. Da allora la Grecia ha varato le riforme che rifiutava di fare, è tornata a crescere (più di noi) e sta perfino ricominciando a finanziarsi sui mercati.
È questo, purtroppo, lo scenario che la Ue prevede per l’Italia. Già a fine 2017 una lettera della Commissione ci chiedeva importanti correzioni dei conti pubblici in primavera. Se dal voto uscisse una coalizione inaffidabile, questa lettera sarebbe la base per aprire una procedura di infrazione e commissariare la nostra politica di bilancio. E, se questo non bastasse, la inevitabile pressione dei mercati sul nostro debito pubblico e sulla Borsa diventerebbe il bastone che ci obbligherà ad accettare la carota di un aiuto europeo per uscire dalla crisi.
La scommessa di Bruxelles è che, chiunque vada a Palazzo Chigi, di fronte alla minaccia reale di una bancarotta e di una uscita dall’euro, farà la scelta che a suo tempo fece il governo greco e si piegherà ai diktat europei. Oppure che il mondo politico italiano, messo con le spalle al muro, si affiderà a qualche “tecnico” illuminato che salvi comunque il Paese, come già avvenne con Mario Monti. Ma questa prospettiva, se fa dormire sonni tranquilli all’Europa, dovrebbe turbare il lungo sonno della politica italiana. E spingerla, forse, a qualche salutare riflessione.