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In Siria si combattono tre guerre in una

Usa, Russia e Turchia non hanno sconfitto Assad ma rischiano il conflitto diretto tra di loro. Preoccupa soprattutto la tensione tra i due paesi della Nato
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Qualcuno, anche in Occidente, si era illuso che la tragedia siriana si potesse concludere grazie al "provvidenziale" intervento di Vladimir Putin. Invece la tragedia continua, le stragi di civili non fanno quasi più notizia, l'uso di armi chimiche da parte di Assad è ripreso. La differenza è in peggio. Ci sono ormai tre guerre in una. Tre potenze esterne, America Russia e Turchia, sfiorano un conflitto diretto fra loro. Siamo regrediti ai tempi della guerra fredda, che in Medio Oriente generò anche conflitti "caldi". E oggi presenta delle complicazioni inedite.

La variante nuova e inquietante è questa: per la prima volta da quando esiste la Nato, è possibile uno scontro armato diretto tra le forze di due grossi Stati membri, l'America e la Turchia (unico precedente di un conflitto interno all'Alleanza atlantica fu quello greco-turco del 1974 su Cipro, ovviamente non aveva una gravità paragonabile).

Due …
Qualcuno, anche in Occidente, si era illuso che la tragedia siriana si potesse concludere grazie al "provvidenziale" intervento di Vladimir Putin. Invece la tragedia continua, le stragi di civili non fanno quasi più notizia, l'uso di armi chimiche da parte di Assad è ripreso. La differenza è in peggio. Ci sono ormai tre guerre in una. Tre potenze esterne, America Russia e Turchia, sfiorano un conflitto diretto fra loro. Siamo regrediti ai tempi della guerra fredda, che in Medio Oriente generò anche conflitti "caldi". E oggi presenta delle complicazioni inedite.

La variante nuova e inquietante è questa: per la prima volta da quando esiste la Nato, è possibile uno scontro armato diretto tra le forze di due grossi Stati membri, l'America e la Turchia (unico precedente di un conflitto interno all'Alleanza atlantica fu quello greco-turco del 1974 su Cipro, ovviamente non aveva una gravità paragonabile).

Due generali Usa si sono portati appresso dei reporter "embedded" del New York Times a fare un giro lungo la linea rossa-rovente di Manbij. Vicino a quella città della Siria settentrionale le forze turche attaccano le milizie curde protette dagli americani. Esponendo generali e giornalisti in una zona ad alto rischio, il Pentagono ha voluto mandare un segnale chiaro a Erdogan: "Provate a spararci e risponderemo aggressivamente". Erdogan considera quell'area come un covo di terroristi e vuole che gli americani se ne vadano. "Se l'Isis è ormai sconfitto - dice il presidente turco - gli Usa che ci stanno a fare?". In realtà sa benissimo cosa ci stanno a fare. I reparti militari americani sono l'ultima protezione contro uno sterminio di curdi.

L'altro fronte caldissimo è nella Siria orientale, tra il fiume Eufrate e il confine con l'Iraq. Ieri la coalizione anti-Assad e gli americani hanno lanciato uno dei più violenti attacchi contro le milizie che sostengono il governo di Damasco. Cento morti, secondo i primi bilanci. È molto raro, uno scontro così violento fra gli americani e Assad, che significa un aumento dei rischi di collisione tra Usa e Russia. Confermando indirettamente che questo pericolo è stato sfiorato, Mosca ha condannato l'offensiva della coalizione pro-Usa, ma ha precisato che non ci sono militari russi tra le vittime. Per questa volta. La zona è contesa anche perché è una delle regioni siriane più ricche di petrolio. Un quarto incomodo è l'Iran che agisce attraverso le sue milizie sciite a sostegno di Assad.

Nulla rallenta i massacri della popolazione civile siriana, mentre cresce il rischio che un "errore di calcolo" (o una provocazione portata fino all'estremo limite) faccia precipitare verso un conflitto tra potenze. Le conclusioni che si possono trarre? Sono tutte provvisorie e nessuna è rassicurante. Già durante l'ultima fase della presidenza Obama, Putin era riuscito a riconquistare un ruolo di primissimo piano in Medio Oriente, salvando il suo vecchio vassallo Assad che era sull'orlo della disfatta. In una fase in cui l'Isis era ancora in ascesa, Putin aveva accusato gli americani e gli europei d'ingenuità, aveva condannato ogni equidistanza tra Assad e l'Isis, per concludere: lasciate fare a me che di lotta ai jihadisti me ne intendo (vedi Cecenia).

Una volta uscito di scena Obama, il suo successore sembrava sedotto da Putin al punto da volergli davvero "appaltare" la partita siriana. Ma col passare del tempo Trump ha dovuto correggere il tiro. Da una parte le indagini sul Russiagate limitano la sua libertà di inciucio con Putin. D'altra parte la "giunta militare" di cui lui si è circondato (i tre generali che danno stabilità a questo esecutivo, Kelly-Mattis-McMaster) si è formata su manuali che non contemplano l'opzione di regalare il Medio Oriente ai russi. In questo quadro l'elemento più destabilizzante è il flirt Erdogan-Putin. Se la Turchia oltre alla deriva illiberale e fondamentalista, scivola da un'alleanza a un'altra, l'intera area ne subirà conseguenze. Washington per ora si limita a presidiare le sue posizioni sullo scacchiere militare; non è chiaro se abbia una strategia di lungo termine per ribaltare le tendenze attuali; né se voglia darsela.