Sanremo si può non seguire, seguire da soli, in famiglia, con gli amici. Da quando esistono i social network, gli amici non sono necessariamente a casa con noi: possiamo commentare canzoni, outfit, gaffe, battute, momenti sublimi e smottamenti nel trash anche via Twitter, in un flusso parallelo di comunicazione pubblica che si configura come una sorta di Fringe Festival telematico. Dato che le perversioni esistono, qualcuno segue solo quello.
Baglioni, Hunziker, i mezzi Pooh, Favino, Elio, Ron, Vanoni, Sting: non toccatemi questo, quella non l'ho mai sopportata, ridateci il Reuccio, fatemi capire, non se ne può più di, grandissimo Fiorello, Fiorello moscio, guarda com'è rifatta... Sono commenti tutto sommato prevedibili ma a dirlo forte si rischia di aggiungere un altro snobismo a Sanremo che (in tutte le edizioni, non solo in questa del 2018) è proprio il festival degli snobismi. Snobismi va al plurale, perché ce ne sono parecchi. Ce…
Baglioni, Hunziker, i mezzi Pooh, Favino, Elio, Ron, Vanoni, Sting: non toccatemi questo, quella non l'ho mai sopportata, ridateci il Reuccio, fatemi capire, non se ne può più di, grandissimo Fiorello, Fiorello moscio, guarda com'è rifatta... Sono commenti tutto sommato prevedibili ma a dirlo forte si rischia di aggiungere un altro snobismo a Sanremo che (in tutte le edizioni, non solo in questa del 2018) è proprio il festival degli snobismi. Snobismi va al plurale, perché ce ne sono parecchi. Ce…
Sanremo si può non seguire, seguire da soli, in famiglia, con gli amici. Da quando esistono i social network, gli amici non sono necessariamente a casa con noi: possiamo commentare canzoni, outfit, gaffe, battute, momenti sublimi e smottamenti nel trash anche via Twitter, in un flusso parallelo di comunicazione pubblica che si configura come una sorta di Fringe Festival telematico. Dato che le perversioni esistono, qualcuno segue solo quello.
Baglioni, Hunziker, i mezzi Pooh, Favino, Elio, Ron, Vanoni, Sting: non toccatemi questo, quella non l'ho mai sopportata, ridateci il Reuccio, fatemi capire, non se ne può più di, grandissimo Fiorello, Fiorello moscio, guarda com'è rifatta... Sono commenti tutto sommato prevedibili ma a dirlo forte si rischia di aggiungere un altro snobismo a Sanremo che (in tutte le edizioni, non solo in questa del 2018) è proprio il festival degli snobismi. Snobismi va al plurale, perché ce ne sono parecchi. Ce ne fosse uno solo, non sarebbe un festival ma un recital. In origine lo "snob" era l'"uomo rozzo", così chiamato dagli studenti a Cambridge per emarginarlo e, appunto, "snobbarlo". Corrisponde alla fascia più popolare dei cantanti e dei loro fan, al Festival. Supremo e storico "Ur-snob" è stato Toto Cutugno: sempre considerato rozzo e preso in giro, sempre secondo (vinse l'edizione 1980, ma se lo ricordano in pochi), sempre vincitore morale per dischi venduti e serate in Italia all'estero, infine vendicatore del popolo degli "Ur-snob" con l'inno dell'Italiano vero.
Attualmente il nome "snob" indica però chi snobba e non più chi è snobbato. Lo snob è dunque colui che per "festival di Sanremo" intende il concittadino Premio Tenco, quello più "d'autore". Paolo Conte, per dirne una, non è mai stato al Festival ma è stato consacrato al Premio (intitolato a un celebre cognome che peraltro è l'anagramma del suo). Chi ama Sanremo e chi ama il Premio Tenco, oppure Maurizio Pollini, oppure i Sex Pistols, oppure Keith Jarrett: sarebbe una mera questione di gusti, e a ciascuno il suo. Ma il vero snob, a differenza dell'edonista semplice, non si limita a godere dei suoi raffinati piaceri: giudica plebei i piaceri altrui e quindi ci tiene molto ad affermare che lui ascolta solo Conte, o Pollini, o Jarrett, eccetera. Sei uno snob, gli si risponde allora, giustamente. Se poi senti Pollini mentre giochi a ping-pong o ti ingozzi con gli amici diventi anche grottesco. Si instaura così un livello ulteriore: gli snobbatori degli snob, il cui eroe, in campo non musicale, è il Fantozzi della Corazzata Kotiomkin. Se non guardi Sanremo, questi già diffidano di te. Se non lo guardi e rivendichi la superiorità della "musica vera" (in qualsiasi sottocorrente tu la identifichi) scatta il loro contro-snobismo. Tanto più che da anni, con la crisi della discografia, si sono affacciati sul palco dell'Ariston anche artisti che lo avevano sempre evitato, o anche proprio snobbato (le due cose, come si diceva, non coincidono). L'alto si mescola al basso: gli snob di primo livello che avevano irriso alla canzone di Toto Cutugno Gli amori si ammutolirono quando ne sentirono la meravigliosa versione di Ray Charles. Se hanno imparato quella lezione, sono assurti al grado di ultra-snob: alternano giudizi sprezzanti a tweet adoranti in un mix di deliqui e disgusti verso l'alto o verso il basso di cui forse solo il Caso conosce la formula.
I live-twitter che passano queste serate sul divano davanti ai due schermi - quello televisivo e quello dello smartphone - appartengono tutti ad almeno uno dei livelli: gli Ur-snob amano Sanremo di purissimo amore; gli snob in senso proprio odiano Sanremo ma lo guardano per dileggiare tutto; i contro-snob amano Sanremo come liberazione dai (presunti) obblighi della musica impegnata; gli ultra-snob cercano di essere imprevedibili, sempre, e quindi svariano per tutta la gamma esprimendo una soggettività perentoria. Questo, ha rotto; questa, non si può sentire; quest'altro, "tutta la vita". I diversi snobismi nazionali a Sanremo si incontrano e fanno blocco. Per arrivare a snobbarli tutti, ma proprio tutti, ci va una grande fatica. Non ne vale la pena. Ed è per questo che Sanremo è, ancora, Sanremo.
Baglioni, Hunziker, i mezzi Pooh, Favino, Elio, Ron, Vanoni, Sting: non toccatemi questo, quella non l'ho mai sopportata, ridateci il Reuccio, fatemi capire, non se ne può più di, grandissimo Fiorello, Fiorello moscio, guarda com'è rifatta... Sono commenti tutto sommato prevedibili ma a dirlo forte si rischia di aggiungere un altro snobismo a Sanremo che (in tutte le edizioni, non solo in questa del 2018) è proprio il festival degli snobismi. Snobismi va al plurale, perché ce ne sono parecchi. Ce ne fosse uno solo, non sarebbe un festival ma un recital. In origine lo "snob" era l'"uomo rozzo", così chiamato dagli studenti a Cambridge per emarginarlo e, appunto, "snobbarlo". Corrisponde alla fascia più popolare dei cantanti e dei loro fan, al Festival. Supremo e storico "Ur-snob" è stato Toto Cutugno: sempre considerato rozzo e preso in giro, sempre secondo (vinse l'edizione 1980, ma se lo ricordano in pochi), sempre vincitore morale per dischi venduti e serate in Italia all'estero, infine vendicatore del popolo degli "Ur-snob" con l'inno dell'Italiano vero.
Attualmente il nome "snob" indica però chi snobba e non più chi è snobbato. Lo snob è dunque colui che per "festival di Sanremo" intende il concittadino Premio Tenco, quello più "d'autore". Paolo Conte, per dirne una, non è mai stato al Festival ma è stato consacrato al Premio (intitolato a un celebre cognome che peraltro è l'anagramma del suo). Chi ama Sanremo e chi ama il Premio Tenco, oppure Maurizio Pollini, oppure i Sex Pistols, oppure Keith Jarrett: sarebbe una mera questione di gusti, e a ciascuno il suo. Ma il vero snob, a differenza dell'edonista semplice, non si limita a godere dei suoi raffinati piaceri: giudica plebei i piaceri altrui e quindi ci tiene molto ad affermare che lui ascolta solo Conte, o Pollini, o Jarrett, eccetera. Sei uno snob, gli si risponde allora, giustamente. Se poi senti Pollini mentre giochi a ping-pong o ti ingozzi con gli amici diventi anche grottesco. Si instaura così un livello ulteriore: gli snobbatori degli snob, il cui eroe, in campo non musicale, è il Fantozzi della Corazzata Kotiomkin. Se non guardi Sanremo, questi già diffidano di te. Se non lo guardi e rivendichi la superiorità della "musica vera" (in qualsiasi sottocorrente tu la identifichi) scatta il loro contro-snobismo. Tanto più che da anni, con la crisi della discografia, si sono affacciati sul palco dell'Ariston anche artisti che lo avevano sempre evitato, o anche proprio snobbato (le due cose, come si diceva, non coincidono). L'alto si mescola al basso: gli snob di primo livello che avevano irriso alla canzone di Toto Cutugno Gli amori si ammutolirono quando ne sentirono la meravigliosa versione di Ray Charles. Se hanno imparato quella lezione, sono assurti al grado di ultra-snob: alternano giudizi sprezzanti a tweet adoranti in un mix di deliqui e disgusti verso l'alto o verso il basso di cui forse solo il Caso conosce la formula.
I live-twitter che passano queste serate sul divano davanti ai due schermi - quello televisivo e quello dello smartphone - appartengono tutti ad almeno uno dei livelli: gli Ur-snob amano Sanremo di purissimo amore; gli snob in senso proprio odiano Sanremo ma lo guardano per dileggiare tutto; i contro-snob amano Sanremo come liberazione dai (presunti) obblighi della musica impegnata; gli ultra-snob cercano di essere imprevedibili, sempre, e quindi svariano per tutta la gamma esprimendo una soggettività perentoria. Questo, ha rotto; questa, non si può sentire; quest'altro, "tutta la vita". I diversi snobismi nazionali a Sanremo si incontrano e fanno blocco. Per arrivare a snobbarli tutti, ma proprio tutti, ci va una grande fatica. Non ne vale la pena. Ed è per questo che Sanremo è, ancora, Sanremo.