Sì. Si procede. E il tempo, anche lui, procede - finché davanti non si scorge una linea d'ombra la quale avverte che anche la regione della prima giovinezza dev'essere lasciata alle spalle". Quanti anni ha il protagonista del romanzo di Conrad, in bilico davanti al baratro dell'adultità che lo tenta e insieme lo minaccia? Quanti anni abbiamo tutti noi quando smette di essere legittimo sentirsi dei fanciulli? Trentaquattro. Lo ha stabilito il giudice della seconda sezione del Tribunale civile di Modena, rifacendosi a una recente ordinanza del Tribunale di Milano. La linea d'ombra sta esattamente lì, alla fine del trentatreesimo anno, scrive quel giudice. Superato il quale non ci si può più appellare a nessuna legge per pretendere di essere mantenuti dai genitori.
La storia in questione riguarda una povera donna di ottant'anni, molestata economicamente dal figlio di sessanta. Per sfuggire al quale era stata costre…
La storia in questione riguarda una povera donna di ottant'anni, molestata economicamente dal figlio di sessanta. Per sfuggire al quale era stata costre…
Sì. Si procede. E il tempo, anche lui, procede - finché davanti non si scorge una linea d'ombra la quale avverte che anche la regione della prima giovinezza dev'essere lasciata alle spalle". Quanti anni ha il protagonista del romanzo di Conrad, in bilico davanti al baratro dell'adultità che lo tenta e insieme lo minaccia? Quanti anni abbiamo tutti noi quando smette di essere legittimo sentirsi dei fanciulli? Trentaquattro. Lo ha stabilito il giudice della seconda sezione del Tribunale civile di Modena, rifacendosi a una recente ordinanza del Tribunale di Milano. La linea d'ombra sta esattamente lì, alla fine del trentatreesimo anno, scrive quel giudice. Superato il quale non ci si può più appellare a nessuna legge per pretendere di essere mantenuti dai genitori.
La storia in questione riguarda una povera donna di ottant'anni, molestata economicamente dal figlio di sessanta. Per sfuggire al quale era stata costretta a lasciare il suo appartamento, rifugiandosi in una residenza per anziani che le costava 2600 euro al mese. Nonostante avesse già tentato in vari modi di sfrattarlo, c'è voluto quel giudice che, rifacendosi a parametri impalpabili - aspettativa di vita, possibilità di occupazione... - ha deciso che era il caso di piantarla di comportarsi come una ragazzino. Salga a bordo, cazzo!
Nel 2014 la Cassazione civile aveva già sentenziato che "con il superamento di una certa età, il figlio maggiorenne, anche se non indipendente, raggiunge comunque una sua dimensione di vita autonoma che lo rende meritevole di diritti ma non più del mantenimento". Adesso finalmente sappiamo qual è, quella età. Quella di Cristo, certo, ma anche la più felice della nostra vita. Nella quale l'equilibro di energia, desiderio, saggezza, sarebbe perfetto, la bellezza quasi intatta, la vecchiaia ancora sufficientemente lontana. L'età dell'oro della nostra esistenza, si dice. E per quale ragione dunque, così felici come saremmo, dovremmo preoccuparci di lavorare, crescere figli, partecipare in maniera sensata alla vita di una comunità?
La questione del non voler crescere mai ha a che fare con il denaro, e il lavoro. Con intere generazioni spazzate via da una politica cieca e dissennata. Ma quell'uomo, quello della sentenza di Modena, ha sessant'anni. È nato quindi alla fine degli anni cinquanta, prima che tutto quanto esplodesse, prima della fine del lavoro per come eravamo abituati a pensarlo. Ha avuto in mano il suo primo telefonino a quarant'anni, e la sua pagina Facebook l'ha aperta quando era ormai prossimo all'andropausa. Per lui, e molte persone come lui, la crisi non c'entra niente.
La questione del non voler crescere mai ha a che fare con il denaro, il lavoro, ma anche col dolore. Perché diventare adulti fa così male, perché abbiamo iniziato a pensare che non c'era niente di bello dopo, una volta usciti dalla fanciullezza? Una delle ragioni è che la vita si è allungata, e non sappiamo bene cosa farcene di tutto quel tempo in più che ci minaccia, lì davanti. E quindi rimandiamo, prendiamo slanci lunghissimi, tergiversiamo. E intanto la nostra modalità sentimentale preferita è diventata la dipendenza, la cessione di responsabilità. Amiamo come bambini, pretendendo l'affetto incondizionato delle madri, incapaci di elaborare separazioni, tradimenti. Ma soprattutto perché ci sembra che non ci sia più nessun mare in cui salpare, nessuna nave da portare in salvo, nessuna bella avventura da affrontare. E dimentichiamo che il protagonista de La linea d'ombra di Joseph Conrad non ha affatto trentaquattro anni, ma molti di meno. E diventare grandi quando si è già quasi vecchi, è, ovviamente, molto meno divertente.
La storia in questione riguarda una povera donna di ottant'anni, molestata economicamente dal figlio di sessanta. Per sfuggire al quale era stata costretta a lasciare il suo appartamento, rifugiandosi in una residenza per anziani che le costava 2600 euro al mese. Nonostante avesse già tentato in vari modi di sfrattarlo, c'è voluto quel giudice che, rifacendosi a parametri impalpabili - aspettativa di vita, possibilità di occupazione... - ha deciso che era il caso di piantarla di comportarsi come una ragazzino. Salga a bordo, cazzo!
Nel 2014 la Cassazione civile aveva già sentenziato che "con il superamento di una certa età, il figlio maggiorenne, anche se non indipendente, raggiunge comunque una sua dimensione di vita autonoma che lo rende meritevole di diritti ma non più del mantenimento". Adesso finalmente sappiamo qual è, quella età. Quella di Cristo, certo, ma anche la più felice della nostra vita. Nella quale l'equilibro di energia, desiderio, saggezza, sarebbe perfetto, la bellezza quasi intatta, la vecchiaia ancora sufficientemente lontana. L'età dell'oro della nostra esistenza, si dice. E per quale ragione dunque, così felici come saremmo, dovremmo preoccuparci di lavorare, crescere figli, partecipare in maniera sensata alla vita di una comunità?
La questione del non voler crescere mai ha a che fare con il denaro, e il lavoro. Con intere generazioni spazzate via da una politica cieca e dissennata. Ma quell'uomo, quello della sentenza di Modena, ha sessant'anni. È nato quindi alla fine degli anni cinquanta, prima che tutto quanto esplodesse, prima della fine del lavoro per come eravamo abituati a pensarlo. Ha avuto in mano il suo primo telefonino a quarant'anni, e la sua pagina Facebook l'ha aperta quando era ormai prossimo all'andropausa. Per lui, e molte persone come lui, la crisi non c'entra niente.
La questione del non voler crescere mai ha a che fare con il denaro, il lavoro, ma anche col dolore. Perché diventare adulti fa così male, perché abbiamo iniziato a pensare che non c'era niente di bello dopo, una volta usciti dalla fanciullezza? Una delle ragioni è che la vita si è allungata, e non sappiamo bene cosa farcene di tutto quel tempo in più che ci minaccia, lì davanti. E quindi rimandiamo, prendiamo slanci lunghissimi, tergiversiamo. E intanto la nostra modalità sentimentale preferita è diventata la dipendenza, la cessione di responsabilità. Amiamo come bambini, pretendendo l'affetto incondizionato delle madri, incapaci di elaborare separazioni, tradimenti. Ma soprattutto perché ci sembra che non ci sia più nessun mare in cui salpare, nessuna nave da portare in salvo, nessuna bella avventura da affrontare. E dimentichiamo che il protagonista de La linea d'ombra di Joseph Conrad non ha affatto trentaquattro anni, ma molti di meno. E diventare grandi quando si è già quasi vecchi, è, ovviamente, molto meno divertente.